
"Quest'estate, nelle due settimane di vacanza che mi erano consentite, ho portato con me in montagna alcuni libri da leggere, alcuni recenti, altri da rileggere. Tra questi due di Grazia Deledda: 'Il vecchio della montagna' e 'Canne al vento'. Li avevo letti da giovane studente, il che vuol dire molti decenni addietro, e ho ritrovato le medesime emozioni, le stesse impressioni che allora avevo registrato, trovandone conferma della modernità, vorrei aggiungere della perenne modernità dell'opera di Grazia Deledda". Lo ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, intervenendo a Nuoro alle celebrazioni per il centenario del conferimento del Premio Nobel a Grazia Deledda.
"È una riconoscenza - ha aggiunto il capo dello Stato - che chiunque abbia letto le sue opere non può che coltivare e avvertire. Ed è una riconoscenza che questa mattina è stata sottolineata dagli interventi che abbiamo ascoltato. Vorrei esprimere un apprezzamento per l'iniziativa e anche il ringraziamento al sindaco per avermi invitato a essere presente quest'oggi in questa apertura di 'Anno Deleddiano', ringraziando molto per quanto viene fatto per sottolineare l'immenso contributo fornito alla cultura italiana da questa regione e segnatamente da Grazia Deledda".
"Prima di tornare nel continente, come diciamo noi tutti isolani, non potevo non esprimere con grande calore, con grande convinzione, l'apprezzamento per quanto fornisce questa città, questa regione, al nostro Paese. È un momento importante nella vita del mondo, non sempre chiaro, non sempre ordinato, ma il contributo che le nostre regioni, segnatamente questa regione, forniscono alla vita nazionale è un contributo indispensabile per affrontare tutti i problemi e le emergenze che si presentano", ha affermato ancora Mattarella.
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Le cardiopatie congenite sono le malformazioni congenite più frequenti, "con un’incidenza globale stimata di circa 8–10 casi ogni 1.000 nati vivi (1,7 casi su 1.000 sono forme complesse a rischio di scompenso acuto alla nascita) e, nonostante i continui progressi assistenziali, continuano a rappresentare la principale causa di mortalità in età neonatale (0-28 gg di vita)". Feti affetti da cardiopatia congenita hanno un rischio doppio di nascita pretermine, rispetto alla popolazione generale dei nati sani. In occasione della Giornata mondiale delle cardiopatie congenite, che ricorre oggi, la Società italiana di Neonatologia (Sin) e la Società italiana di Cardiologia pediatrica e delle cardiopatie congenite (Sicp) confermano che l’unica strategia efficace nei confronti di questa categoria estremamente fragile di neonati cardiopatici "è un approccio multidisciplinare integrato e pianificato da professionisti esperti".
"Negli ultimi anni abbiamo registrato diversi passai avanti che hanno cambiato la situazione rispetto alle cardiopatie congenite. Dai primi interventi pionieristici ad altissimo rischio, parliamo degli anni '50-'60, dove l'obiettivo era salvare la vita al piccolo paziente, oggi con la correzione e la palliazione, possiamo arrivare ad una sopravvivenza più o meno lunga e ad una correzione completa in alcuni casi. Dagli '80-'90 siamo arrivati ad oggi con il 90% dei bambini con cardiopatie congenite che arrivano all'età adulta, diventano genitori e fanno una vita normale". A fare il punto per l'Adnkronos Salute è Paolo Ferrero, co-chairperson Area Cardiologia Pediatrica dell'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco), in occasione della Giornata mondiale delle cardiopatie congenite che si celebra oggi.
"Ogni fascia d’età prevede delle condizioni che possono rivelarsi differenti - prosegue lo specialista - per cui eventuali esami diagnostici e indicazioni chirurgiche possono cambiare nel corso della storia clinica del paziente". Se oggi il 90% dei bambini nati con una cardiopatia congenita raggiunge l’età la maggiore età, "una quota significativa sviluppa complicanze croniche: insufficienza valvolare, stenosi residua, ipertensione polmonare e aritmie. La complessità di questi pazienti richiede strutture specialistiche e figure professionali formate nella cardiologia Guch" o 'Grown-Up Congenital Heart disease', ricorda Ferrero. Il trapianto può essere una opzione? "C'è un problema - risponde il cardiologo - è molto infattibile perché andrebbe fatto cuore-polmone in un periodo infantile neonatale. Troppo precoce".
A partire dalla diagnosi prenatale di cardiopatia congenita, che certamente orienta in modo significativo gli esiti, l’approccio multidisciplinare "rende possibile una gestione prenatale individualizzata, tramite il contributo del ginecologo, del neonatologo, del cardiologo pediatra e del cardiochirurgo pediatrico", ricordano le società scientifiche che suggeriscono come la presa in carico della gravidanza "andrebbe fatta, pertanto, in centri specializzati nella patologia materno-fetale e, tramite gli incontri multidisciplinari, dovrebbe essere pianificato il timing del parto, la modalità del parto (vaginale/cesareo), la sede e l’équipe assistenziale".
La letteratura è univoca, infatti, nel sottolineare come la nascita di un feto cardiopatico dovrebbe avvenire il più possibile vicino al termine previsto di gestazione e nella sede con maggiori competenze diagnostiche e terapeutiche. "Per potersi realizzare questa situazione, la diagnosi prenatale è una tappa fondamentale, che rende fattibile questa organizzazione ideale; quando non possibile, il trasferimento presso un Centro specialistico è fondamentale", sottolineano Sin e Sicp.
“Alla nascita la sfida che si pone di fronte ad un neonato pretermine e di basso peso con cardiopatia congenita è la scelta tra la necessità di un primo intervento palliativo (correzione parziale, che non ripristina l’anatomia, ma consente la sopravvivenza) e la possibilità di un intervento correttivo definitivo anticipato”, spiega il professor Massimo Chessa, presidente Sicp - La letteratura in merito non è univoca e presenta dati molto variabili a seconda dei centri. In passato veniva molto utilizzato il criterio del peso soglia da attendere prima di procedere alla correzione definitiva, peso variabile a seconda della cardiopatia e del tipo di intervento. È plausibile che, ancora una volta, tramite il confronto multidisciplinare dei vari professionisti, si arrivi ad una strategia individualizzata che tenga conto delle caratteristiche fisiopatologiche e della specifica evoluzione nel singolo caso (concetto di 'individualized care plan')”.
“Un aspetto centrale è, inoltre, rappresentato dal ruolo della famiglia afferma Massimo Agosti, presidente Sin - che deve ricevere un’informazione clinica continuamente aggiornata con un supporto psicologico costante e deve essere coinvolta in ogni passo del percorso assistenziale. Ciò è particolarmente importante nei casi più complessi, soprattutto se concomitano malformazioni e anomalie genetiche, ponendo quesiti etici nelle scelte da condividere. In problematiche così complesse e che portano con sé elevati rischi di sequele a lungo termine, il rapporto con la famiglia deve essere guidato da una comunicazione empatica, efficace e rispettosa”.
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A dargli il nome fu Harvey Williams Cushing, il primo chirurgo a descrivere e identificare un quadro clinico che più tardi verrà attribuito ad una cronica produzione in eccesso di cortisolo circolante. Spesso può dare un aumento di peso, una caratteristica 'faccia a luna piena', una pelle sottile. La sindrome di Cushing può essere definita una condizione patologica 'ad ombrello' sotto la cui denominazione si celano differenti condizioni cliniche, tutte caratterizzate da un aumento di cortisolo circolante. La più frequente di queste è causata da un tumore benigno dell'ipofisi (adenoma) che attraverso un’alterata secrezione di ormone adrenocorticotropo (Acth) stimola le ghiandole surrenali a produrre il cortisolo in modo inappropriato. A questa seguono, in ordine di frequenza, le lesioni nodulari che coinvolgono una o entrambe le ghiandole surrenaliche in cui l’elevata secrezione di cortisolo è indipendente dalla stimolazione dell’Acth ipofisario. Anche alcune neoplasie, localizzate in distretti diversi rispetto ad ipofisi e surreni possono, attraverso una arbitraria secrezione di Acth, essere responsabili dell’aumentata sintesi di cortisolo surrenalico.
La sindrome di Cushing è una malattia rara che coinvolge più frequentemente il sesso femminile con un rapporto rispetto ai maschi di 3:1 tra i 25 e i 40 anni d’età con un’incidenza di 2-3 casi su un milione di persone. “Il cortisolo fisiologicamente presiede alla regolazione di molte vie metaboliche del nostro organismo. L’aumento del suo livello circolante è la causa di una serie di condizioni patologiche quali tra le più frequenti l’obesità prevalentemente a livello addominale, una particolare stanchezza muscolare, l’aumento della pressione arteriosa, l’aumento della glicemia o un diabete franco, l’osteoporosi ed alcuni disturbi psicologici (in particolare la depressione) - spiega professor Antonio Stigliano, endocrinologo e referente dell’Ambulatorio presso l'Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea che si occupa della cura di questa condizione patologica da molti anni – Un segno clinico patognomonico del sesso femminile è dato dall’iperandrogenismo, un aumento cioè della peluria sul viso e sul corpo che frequentemente si associa ad irregolarità della ciclicità mestruale fino all’interruzione del ciclo stesso. Mentre negli uomini può verificarsi una riduzione del desiderio sessuale e della fertilità”.
In occasione del mese in corso, tradizionalmente dedicato alle malattie rare, il professor Stigliano, d’intesa con Aipacus (Associazione Italiana Pazienti Cushinged) e Uniamo (Federazione Italiana Malattie Rare) hanno organizzato nella giornata del 24 Febbraio, presso il building universitario dell’ospedale Sant’Andrea, una tavola rotonda articolata in due sessioni che vedrà assieme al coinvolgimento dei pazienti e dei loro caregivers con gli endocrinologi e gli altri specialisti sanitari del settore anche la partecipazione dell’industria farmaceutica e della cittadinanza per la sensibilizzazione alle tematiche poste dalla sindrome di Cushing.
'Il percorso diagnostico non è scevro da difficoltà interpretative'
Come avviene la diagnosi. “L’esordio della sindrome di Cushing è eterogeneo e la sua presentazione è estremamente variabile. La valutazione clinica e di laboratorio della sindrome di Cushing nelle sue differenti cause è tutt’altro che semplice. La diagnosi - afferma Stigliano - necessita di una particolare esperienza e competenza da parte dello staff che si occupa della gestione di questi pazienti che vede impegnati oltre gli endocrinologi e gli infermieri dedicati anche figure professionali con diverse competenze nel panorama sanitario quali i chimici, i biologi o i biotecnologi. La diagnostica di laboratorio in una prima fase, attraverso la determinazione dei valori di cortisolo in differenti fluidi biologici (sangue, urina, saliva) permette di misurare le quantità dell’ormone in maniera il più possibile specifica. La radiologia, il cui compito è quello di identificare la sede della lesione responsabile dell’ipercortisolismo, deve però possedere una strumentazione tecnologicamente avanzata (TC e Risonanza magnetica) ed essere gestita da personale altamente qualificato con le adeguate conoscenze per il riconoscimento di queste patologie".
"Tuttavia, il percorso diagnostico non è scevro da difficoltà interpretative rendendo il riconoscimento di questa patologia complesso e prolungato. Il tempo che intercorre, infatti, tra la comparsa dei primi segnali di malattia e la diagnosi è ancora oggi molto lungo. Questo è legato talvolta alla difficoltà interpretativa del quadro clinico di esordio, che, appunto, può essere molto variabile ma anche alla indisponibilità di strumenti diagnostici adeguati. E’ quindi necessaria, l’esperienza di un team multidisciplinare composto da molteplici professionalità capaci di intercettare dapprima i segni clinici della malattia, di confermarla successivamente, ai fini di formulare la diagnosi più precocemente possibile”, avverte Stigliano.
La cura. Una volta posta la diagnosi, l’obiettivo successivo è quello di ridurre i livelli di cortisolo circolanti ai fini di curare la malattia. Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso la chirurgia ove attuabile o alternativamente la radioterapia o altre terapie locali. Oggi esiste però anche la possibilità di un approccio farmacologico capace di ridurre efficacemente la sintesi di cortisolo nel caso in cui le altre strade terapeutiche non risultino percorribili.
L’ambulatorio del Sant’Andrea dedicato alla Sindrome di Cushing
In Italia sono pochi i Centri che si occupano di Sindrome di Cushing, la cui generica denominazione annovera, come detto, molte condizioni cliniche, tutte caratterizzate da un aumento dei valori di cortisolo con quadri clinici spesso diversi. L’ambulatorio di Patologia surrenalica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea annovera anche tra le patologie trattate tutte quelle di pertinenza surrenalica benigne e maligne caratterizzate da un eccesso o da un difetto di secrezione ormonale. Condizioni di eccesso di secrezione ormonale, oltre all’ipercortisolismo, sono rappresentate dall’iperaldosteronismo, dall’iperandrogenismo tra cui l’iperplasia surrenalica congenita, dal feocromocitoma/paraganglioma. Le condizioni di difetto di sintesi ormonale caratterizzano l’insufficienza surrenalica di origine surrenalica o ipofisaria. Interesse particolare è rivolto alla diagnosi ed alla cura del carcinoma corticosurrenalico, patologia oncologica molto rara con un’incidenza di 1 caso su 2 milioni di abitanti, con maggiore frequenza nel sesso femminile che colpisce giovani pazienti nella prima decade di vita o, più frequentemente, adulti nella quinta-sesta decade di vita.
Aipacus, l’Associazione Italiana Pazienti Cushing
Da qualche anno è nata per la volontà e la sensibilità di una paziente dell’ambulatorio di Patologia Surrenalica dell’Ospedale Sant’Andrea: Aipacus, Associazione italiana pazienti cushing, rappresentata da pazienti affetti da sindrome di Cushing.
“Aipacus è la prima associazione italiana dedicata ai pazienti affetti da sindrome o malattia di Cushing. Da molti anni ci occupiamo di divulgazione scientifica e sociale sui temi della patologia, sensibilizzando l’opinione pubblica e gli operatori sanitari sulle cause della malattia, sulla sua eterogeneità e sulle comorbilità imputabili ad una eccessiva secrezione endogena di cortisolo. Collaboriamo con i massimi esperti in ambito sanitario per individuare i migliori percorsi diagnostici e clinico assistenziali al fine di migliorare la qualità della vita delle persone affette da ipercortisolismo. Aipacus si impegna, con la sua attività, a favorire il riconoscimento della Sindrome di Cushing nel Registro delle Malattie Rare - si legge sul sito dell’associazione che contiene anche una sezione dedicata alla condivisione delle esperienze dei pazienti relativamente alla patologia - Il mio amico Cushing nasce per tutte le persone che come me soffrono di questa malattia, uno spazio nel quale raccontare la propria storia, raccontarsi con calma al di fuori della fretta di un’intervista o dagli schemi rigidi di un questionario”.

La sfida olimpica di Milano-Cortina 2026 non si gioca soltanto sulle piste. In occasione dei Giochi invernali, la salute del cervello è entrata al centro del dibattito scientifico e pubblico con il convegno ‘Un cervello da medaglia d’oro’, promosso dalla sezione Lombardia della Società italiana di neurologia (Sin) e inserito nel calendario delle Olimpiadi culturali, con il patrocinio di Regione Lombardia. Bormio, cuore delle gare olimpiche di sci alpino maschile, è diventata così, per un giorno, anche capitale della prevenzione neurologica, riunendo istituzioni, specialisti e campioni olimpici in un confronto aperto alla cittadinanza.
"Per le malattie cardiovascolari e oncologiche la prevenzione ha prodotto risultati straordinari - ha affermato Mario Zappia, presidente Sin - Per le patologie neurologiche, soprattutto quelle neurodegenerative, abbiamo fatto ancora troppo poco. Eppure, oggi sappiamo che esistono fattori di rischio modificabili sui quali possiamo intervenire. Se riusciamo ad agire precocemente e in modo mirato, possiamo ridurre sia la frequenza sia la gravità di queste malattie". Riferendosi al contesto olimpico, Zappia ha sottolineato l’importanza della gestione del trauma cranico, "un possibile fattore di rischio per lo sviluppo di malattie neurodegenerative, come il Parkinson. È fondamentale ridurre il rischio attraverso adeguate protezioni e garantire un intervento tempestivo sulle piste, con personale medico dedicato e percorsi rapidi verso i centri ospedalieri. La tempestività può fare la differenza nel limitare complicanze anche a lungo termine".
Sul piano organizzativo, il presidente Sin della Sezione Lombarda, Simone Vidale, ha evidenziato "la necessità di una vera sussidiarietà tra le diverse strutture ospedaliere, anche all’interno della Regione Lombardia, per garantire assistenza a tutti i malati neurologici". Osservando che "il cervello è la prima infrastruttura del nostro organismo" e che "proteggerlo significa investire sulla qualità della vita e sulla sostenibilità del sistema sanitario", Vidale ha spiegato l’importanza dei "percorsi clinico-assistenziali per la gestione delle patologie neurologiche acute tempo-dipendenti e del rafforzamento dell’integrazione tra le strutture ospedaliere del territorio, così da assicurare interventi tempestivi, continuità di cura e una presa in carico efficace anche in un contesto complesso come quello dei Giochi olimpici". Rilanciando la visione strategica della neurologia è stato Alessandro Padovani, Past President Sin, ha ricordato che le malattie neurologiche e psichiatriche "rappresentano una delle sfide più grandi per la medicina contemporanea. Cefalea e insonnia, fino a patologie come ictus, Parkinson, sclerosi multipla e decadimento cognitivo interessano un terzo della popolazione. "Possiamo fare molto per ridurre la disabilità, ma possiamo fare ancora di più per diminuire l’incidenza di queste patologie, anche nelle età più avanzate". Da qui il richiamo al concetto di One Brain, One Health che "non è uno slogan, ma una visione integrata - ha precisato - La salute è unitaria e il cervello ne è una componente essenziale, tanto quanto il cuore o gli altri organi. Investire sulla prevenzione neurologica significa investire sul futuro della nostra società".
Assicurando il sostegno della Regione ai progetti emersi dal confronto scientifico, Emanuele Monti, Presidente della IX Commissione permanente Welfare, ha osservato che "portare nelle sedi istituzionali il dibattito clinico che nasce da appuntamenti come questo è fondamentale. Il tema della salute mentale, dai giovani agli anziani - ha aggiunto - sta assumendo una centralità sempre maggiore e richiede risposte concrete e integrate".
L'importanza della rete delle neuroscienze della Regione Lombardia è stata commentata anche da Mario Melazzini, direttore generale Welfare di Regione Lombardia. Nel suo intervento ha ribadito l'importanza della sussidiarietà tra l'ospedale Niguarda e quelli della Valtellina, cui hanno contribuito anche altri nosocomi della Regione, soprattutto per dare il supporto neurologico in questo importante momento olimpico. Melazzini ha anche richiamato alla necessità di poter tradurre in atti concreti ciò che deriva sia dalle esperienze sul territorio sia dai lavori scientifici. Di seguito, Massimo Lombardo, direttore generale Areu- Agenzia regionale emergenza urgenza della Lombardia, ha messo in luce il ruolo della rete delle emergenze e della collaborazione con la neurologia per le patologie tempo dipendenti. La prima cittadina di Bormio, Silvia Cavazzi ha espresso apprezzamento per "il fatto che l'ospedale Morelli faccia parte di una rete molto importante con l'ospedale Niguarda, eccellenza mondiale straordinaria nel campo della sanità: è una garanzia per il futuro, per quelle che sono le esigenze dei nostri cittadini e dei turisti che visiteranno Bormio nei prossimi anni".
Sulla prevenzione è tornato presidente del Coni Lombardia, Marco Riva, rimarcando il valore dello sport come strumento di benessere riconosciuto anche dalla Costituzione. "Il cervello è determinante nelle performance agonistiche - ha chiarito - ma il ruolo dello sport va oltre la competizione. È benessere fisico e mentale, integrazione, socialità. Mettere insieme campioni e professionisti della salute significa costruire una squadra più forte per tutta la comunità". La presenza degli olimpionici Yuri Confortola e Giuliano Razzoli - riferisce una nota - ha reso tangibile questo legame tra allenamento del corpo e forza mentale, tematica rafforzata anche nell'intervento straordinario di Andrea Panzeri, presidente della commissione medica Fisi-Federazione italiana sport invernali.
Riunione in prefettura con Regione, Provincia e comuni...
"Ho ritrovato le medesime emozioni, le stesse impressioni che avevo
avuto da giovane'...
Presidente Consiglio regionale, 'la presenza di Mattarella ci
onora'... 
All’ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino è stato realizzato un intervento senza precedenti a livello mondiale: un trapianto combinato di cuore e fegato su un giovane di 32 anni nato con una rarissima condizione anatomica, il situs viscerum inversus, in cui gli organi interni sono disposti “a specchio” rispetto alla posizione normale. "Il ragazzo, originario della Campania, era affetto fin dalla nascita da una grave cardiopatia congenita che aveva richiesto tre interventi a cuore aperto durante l’infanzia e l’adolescenza. Sebbene questi interventi gli avessero permesso di raggiungere l’età adulta, nel tempo avevano provocato un progressivo deterioramento del fegato, evoluto in cirrosi. Nell’ultimo anno - riporta la nota dell'ospedale Molinette - la situazione si era ulteriormente aggravata con la comparsa di un carcinoma epatico. Terapie interventistiche locali avevano inizialmente contenuto la malattia, ma la comparsa di un nuovo nodulo aveva reso urgente un trapianto combinato di cuore e fegato, unica possibilità di salvezza".
"La presenza del situs viscerum inversus rappresentava però un ostacolo enorme: l’anatomia completamente invertita del paziente rendeva estremamente complessa la possibilità di impiantare organi donati, che invece presentano una disposizione normale", prosegue la struttura. I curanti campani hanno riferito quindi il paziente ad un’équipe multidisciplinare della Città della Salute di Torino, composta dal cardiochirurgo Carlo Pace Napoleone e dal cardiologo Giuseppe Annoni dell’ospedale Infantile Regina Margherita congiuntamente agli specialisti dell’ospedale Molinette: l’epatologa Silvia Martini, i cardiochirurghi Mauro Rinaldi e Massimo Boffini ed il chirurgo epatico nonché Coordinatore Regionale Trapianti Renato Romagnoli, che ha studiato e condiviso una strategia innovativa per tentare ciò che non era mai stato fatto prima: inserire il paziente in lista d’attesa per trapianto cuore-fegato in blocco.
"Finalmente una sera il Coordinamento Donazione e Prelievi del Piemonte (diretto da Anna Guermani) ha segnalato al Centro Regionale Trapianti Piemonte (diretto da Federico Genzano) ed al Centro Nazionale Trapianti di Roma (diretto da Giuseppe Feltrin) la disponibilità di un donatore compatibile, e si è attivata una macchina organizzativa imponente che ha coinvolto decine di operatori sanitari e non - ricostruisce la nota - Mentre il paziente veniva preparato nella sala operatoria della Cardiochirurgia dell’ospedale Molinette, un’équipe multi-specialistica, composta dal cardiochirurgo Giacomo Maraschioni e dal chirurgo epatico Damiano Patrono si è recata nell’ospedale del donatore per prelevare il blocco cuore-fegato, mantenendosi in strettissima comunicazione con l’équipe trapianto, e, quando il blocco cuore-fegato del donatore è giunto in Molinette, nella sala del trapianto il campo operatorio era pronto ad accogliere il preziosissimo dono"
'Lunghe ore in cui l’anatomia anomala del paziente ha obbligato ad essere creativi'
Sotto la supervisione di Mauro Rinaldi, Carlo Pace Napoleone dell’ospedale Infantile Regina Margherita insieme con Massimo Boffini ed Antonino Loforte, Erika Simonato e Matteo Marro della Cardiochirurgia delle Molinette, con il supporto anestesiologico di Maria Luisa Contristano, hanno eseguito l’impianto del cuore mantenuto in continuità con il fegato. In contemporanea Renato Romagnoli, Elena Mazza e Paolo Ossola della Chirurgia del Trapianto di Fegato, con la collaborazione anestesiologica di Chiara Stratta e Donatella Di Francesco, hanno impiantato il fegato nella posizione fisiologica nell’addome del paziente.
"Sono state in totale diciassette ore di sala operatoria, di cui più di dodici ore di chirurgia. Lunghe ore in cui l’anatomia anomala del paziente ha obbligato ad essere 'creativi', costruendo connessioni vascolari nuove, utilizzando segmenti di vasi prelevati dallo stesso donatore e percorrendo strade innovative. Alla fine, il blocco cuore-fegato è ripartito ed il sangue è tornato a scorrere fisiologicamente", ricordano i medici.
Il paziente è ora ricoverato in area semintensiva chirurgica ed il suo percorso di riabilitazione prosegue positivamente
"Il decorso post-operatorio è stato complesso, come prevedibile in un intervento di tale portata, gestito comunque con successo dall’équipe della Cardio-Rianimazione (diretta da Anna Trompeo), con l'ausilio degli infettivologi diretti da Francesco Giuseppe De Rosa, dei nefrologi diretti da Luigi Biancone e dei chirurghi vascolari ospedalieri diretti dal dottor Aldo Verri. Il paziente è ora ricoverato in area semintensiva chirurgica del Centro Trapianto Fegato ed il suo percorso di riabilitazione prosegue positivamente - si legge nella nota - Una storia a lieto fine che ancora una volta diventa esempio delle eccellenze della nostra Città della Salute e della Scienza a livello europeo e mondiale e del valore dei nostri operatori". "I nostri professionisti sanitari hanno reso possibile ciò che non lo sembrava essere più in una situazione disperata. Un modello che verrà esportato nel nuovo Parco della Salute, della Ricerca e dell'Innovazione. Un doveroso ringraziamento al donatore e alla sua famiglia, che hanno reso possibile questo miracoloso trapianto combinato” commenta Livio Tranchida (direttore generale della Cdss).
"Una volta di più il Sistema Trapianti della Regione Piemonte si conferma ai vertici italiani ed europei con un trapianto di cuore - fegato di eccezionale difficoltà tecnico-organizzativa. La bravura dei nostri professionisti ha reso possibile questo intervento che apre una nuova frontiera nei trapianti combinati. Ennesima conferma di quanto Cdss meriti il ruolo di Irccs Trapianti", conclude Federico Riboldi (Assessore alla Sanità della Regione Piemonte).
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L'Italia torna protagonista nel Sei Nazioni 2026. Gli azzurri sfidano oggi, sabato 14 febbraio, l'Irlanda all'Aviva Stadium di Dublino nella seconda giornata dell'iconico torneo di rugby. La squadra del ct Gonzalo Quesada è reduce dall'esordio vincente dell'Olimpico, dove settimana scorsa ha battuto la Scozia per 18-15.
L'Irlanda invece va a caccia del suo primo successo nella nuova edizione, dopo la sconfitta in trasferta contro la Francia, che si è imposta 36-14. Gli azzurri si trovano quindi al terzo posto in classifica con 4 punti, mentre gli irlandesi sono penultimi a 0.
La sfida tra Irlanda e Italia, seconda giornata del Sei Nazioni 2026, è in programma oggi, sabato 14 febbraio, alle ore 15.10. La partita si potrà seguire in diretta televisiva sui canali SkySport, ma anche in chiaro su TV8. Il match sarà trasmesso in streaming sull'app SkyGo, su NOW e sulla piattaforma web di TV8.
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