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La rivolta di Palabanda e i suoi protagonisti

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Andrea Pubusa

Il club di Palabanda, un po’ come le vecchie sezioni del Partito comunista e degli altri partiti popolari del secolo scorso, aveva una composizione mista: grandi intellettuali e popolani accomunati dalla battaglia sociale e politica. Basta una lettura veloce delle schede biografiche per rendersi conto di questa realtà. I fratelli Cadeddu e i loro figli erano certamente al vertice dell’intellettualità sarda. Salvatore e Giovanni occupavano cariche importanti all’Università e nelle istituzioni cittadine. Erano stati protagonisti di tutte le battaglie democratiche cagliaritane e sarde di fine Settecento. Angioy, nel suo memoriale del 1799, annovera Salvatore Cadeddu fra gli avvocati favorevoli alla causa della libertà. Insomma, non è fra i seguaci dell’Avv. Vincenzo Cabras, democratico poi pentito e passato dalla parte della monarchia.

Sono di alto livello anche gli altri intellettuali del gruppo, i professori universitari Giuseppe Zedda e Stanisalo Deplano, gli avvocati Francesco Garau e Antonio Massa Murroni.

E i popolani? In realtà erano dei dirigenti politici, formatisi e cresciuti nelle lotte sociali dell’ultimo ventennio. Così Raimondo Sorgia, che è conciatore, ma è anche un combattente e un dirigente di grande esperienza. Nella difesa contro i francesi del 1793 è “aiutante di campo del Corpo delle tre Cavallerie Miliziane” della Marina, Stampace e Villanova. E’ uno dei promotori e organizzatori della sollevazione per la cacciata dei piemontesi il 28 aprile del 1794. Il suo prestigio presso i ceti popolari è comprovato da alcuni incarichi delicati da lui ricevuti, come quello di provvedere, nel Quartiere di Marina, al ritiro delle armi sottratte il 28 aprile 1794 ai soldati del reggimento Schmid, o, ancora, su ordine dello Stamento militare, la distribuzione ai popolani di cartucce e polvere da sparo. Questa sua capacità di direzione e comando spiega perché fra l’altro fu nominato Vice Comandante delle Milizie di Marina. Insomma, un combattente di grande prestigio e seguito popolare con esperienza di comando militare. Forse l’erede più diretto di Vincenzo Sulis. Una figura centrale nei piani di rivolta di Palabanda.

Seppure a livello inferiore hanno caratteristiche simili i fratelli Fanni, Pasquale e Ignazio, e l’operaio Giacomo Floris, non a caso chiamati a reclutare e formare milizie popolari nel contado, in vista della Rivolta del 1812. Analogamente Antonio Cilocco è esperto di milizie popolari, avendo anche lui collaborato con Vincenzo Sulis, che lo aveva nominato sottotenente ”provvisionale” nel battaglione di Stampace.

In sintesi, le note biografiche mostrano che a Palabanda c’era un’avanguardia intellettuale e politica di primo piano, insieme ad una pattuglia di capipopolo-comandanti militari, formatisi alla scuola di Vincenzo Sulis nella difesa contro i francesi, nello “scommiato” e negli anni successivi fino al proditorio arresto del capopolo cagliaritano e alla sua feroce reclusione nella Torre dello Sperone ad Alghero. Sono personaggi con una lunga militanza e con una comunanza di esperienze di lotta, di grande prestigio e radicamento sociale. Sono evidentemente molto informati sul quadro europeo e insieme hanno il polso della dura condizione delle masse popolari non solo a Cagliari, ma anche nell’entroterra. Come dimostrerà poi la latitanza di Salvatore Cadeddu nel Sulcis, questi personaggi avevano una rete di appoggio nelle campagne. Ci sono, insomma, nel club di Palabanda, tutti gli ingredienti e tutte le qualità intellettuali, compresa l’attitudine all’azione militare e il radicamento sociale, per alimentare una rivolta con potenzialità di successo.

Fu tutto questo, insieme alla grave situazione interna (su famini de s’annu doxi) e al favorevole contesto internazionale (Napoleone attacca lo Zar, in Sicilia e a Cadice si conquistano due importanti Carte costituzionali), a indurre il re ad una dura repressione. E se ne comprende la ragione. Il club di Palabanda riuniva gli irriducibili di un ventennio di lotte, ormai decisi a fare i conti con la Corona. Il re aveva tradito i sardi che avevano difeso il regno nel 1793 dall’attacco francese ed aveva perfino recluso a vita il protagonista principale di quella resistenza armata, Vincenzo Sulis, organizzatore e comandante delle milizie sarde, fedele servitore dei Savoia. Aveva poi snobbato l’insurrezione popolare del 28 aprile del 1794, che rivendicava un ruolo di direzione dei sardi nella cariche pubbliche isolane. Infine, aveva ispirato la repressione dei moti angioiani, chiudendo ad ogni ipotesi di riforma. La prospettiva di Palabanda non era quindi orientata a improbabili “scommiati”, ma quantomeno ad una costituzionalizzazione del regno, come a Cadice e come in Sicilia. I giacobini di Palabanda anticipavano così di 10 anni la Costituzione del 1821, concessa da Carlo Alberto e prontamente ritirata da Carlo Felice, e di 35 anni lo Statuto albertino. Non a caso nella loro azione, non pochi studiosi di storia sarda, rinvengono le radici dell’autonomia regionale, il seme delle conquiste democratiche e costituzionali della metà del Novecento.

(Schede sui protagonisti di Palabanda sono pubblicate nel volume di  Vittoria Del Piano, Giacobini, moderati e reazionari in Sardegna. Saggio di un dizionario biografico 1793 – 1812, Edizioni Castello,  Cagliari 1996).

 

 

 

 

Fonte: Democrazia Oggi




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