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Vincenzo Cabras, un democratico pentito o un moderato coerente?

 Andrea Pubusa

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Una delle figure più controverse del c.d. Ventennio rivoluzionario sardo è senz’altro l’avvocato Vincenzo Cabras. Fu un protagonista delle vicende di quegli anni ed ebbe un ruolo centrale nello scommiato dei piemontesi del 1794, nella formulazione delle 5 domande e nell’eliminazione di Pitzolo e Paliaccio nel 1795 e, ancora, nella fine dell’avventura di Giomaria Angioy. Insomma, fu un protagonista indiscusso del c.d. “triennio rivoluzionario”.
Dagli scritti dell’epoca emerge una personalità ambiziosa e volta al notabiliato. Non a caso nel suo paese natio, Tonara, veniva chiamato, per i suoi atteggiamenti, il “quasi viceré ” e, al suo arrivo o alla sua partenza, nel paese venivano suonate le campane come si usava col vescovo.
Questa sua indole si desume anche dal fatto che egli creò intorno alla sua numerosa famiglia (2 figli di primo letto e 13 figli di secondo) un vero e proprio casato, con generi e nipoti.  Con lui vissero anche i generi Carboni Borras ed Efisio Luigi Pintor che abitavano in due appartamenti del suo palazzo costituendo così quella “po­tenza” politica, chiamata dall’autore della Storia dei torbidi e da altri “la casa Cabras” ed il “partito del Dottor Cabras“.
Questa sua propensione al protagonismo e al potere lo portò a ricoprire importanti cariche. Divenne membro dello Stamento reale, procuratore delle città di Sassari e di Castelsardo, assessore della Curia arcivesco­vile di Cagliari e della regia Vicaria, sinda­co capo di Stampace. Il suo partito si caratterizzò in questa fase per le rivendicazioni verso il piemontesi e una critica alle posizioni ultraconservatrici e reazionarie che avevano come riferimento la Corona, così da essere passato alla storia come uno dei principali ispiratori delle rivendicazioni popolari di quegli anni. Non a caso divenne il riferimento e guida di altri protagonisti di quelle vicende, primi fra tutti il genero Efisio Luigi Pintor e il notaio Vincenzo Sulis.
Questa sua posizione di contrasto verso la fazione feudale, ultraconservatrice e reazionaria, spiega il suo arresto, con l’avvocato Bernardo Pintor, fratello di Efisio Luigi e marito della figlia Maria Josepha, il 28 aprile 1794. Il viceré Balbiano aveva avuto sentore di una imminente sommossa, che avrebbe dovuto in un primo tempo scoppiare il 4 maggio. L’insurrezione fu anticipata, perché scoperta, alla notte del 28. L’iniziativa, della quale il Cabras era reputato il princi­pale ispiratore, era stata organizzata in risposta al mancato accoglimento da parte del re delle cinque domande dei sardi, fra le quali un aspetto centrale era l’assegnazione, nell’isola delle cariche pubbliche, ai sardi. Ora, alla luce anche degli sviluppi successivi della vicenda è senz’altro verosimile che l’Avv. Cabras e il suo clan fossero fra i più convinti pretendenti agli impieghi pubblici. Erano avvocati di successo, perofessionisti in vista. Perché ai piemonetesi e non a loro gli incarichi pubblici ben remunerati dell’isola? L’espulsione dei funzionari venu­ti da Torino era dunque un modo per “praticare l’obiettivo“, ossia eliminare dalla Sardegna i burocrati piemontesi, lasciando liberi i posti e gli stipendi. Al fondo di questa pretesa, c’era poi una rivendicazione di autonomia legata alla richiesta di rivitalizzazione degli antichi Stamenti in seno ai quali i novatori avevano una forte influenza.
In quel clima di forte risentimento dei sardi verso i Savoia dopo la difesa del Regno dai francesi nel 1793, la mossa di Balbiano si rivela imprudente e del tutto errata. Decidere di arrestare l’avvocato Cabras ed il genero Efisio Luigi Pintor significava dare fuoco alle polveri. E così il popolo accor­se in armi in difesa degli arrestati. “L’avvocato figlio dell’arrestato Cabras - è scritto nella Storia de’ torbidi -, correva anch’egli come un forsennato per le contrade, con cuffia bianca in testa e fucile in spalla, animando il popolo a far partito contro il governo, a compiere in quel punto ciò che doveva eseguirsi nella sera a norma del combina­to piano, e dell’unione generale che doveva farsi nel campo del convento del Carmi­ne“. Gli insorti arrivavano sotto il Castello, bruciavano la Porta Cagliari, all’ingresso del Castello, disarmavano la truppa e arrivavano davanti al palazzo viceregio. Un tentativo di pacifi­cazione del giudice Giuseppe Valentino e del canonico Salvatore Mameli non ebbe alcun esito: la lotta si riaccese, le guardie reagirono, ma si arresero dopo la morte del loro comandante svizzero. L’unica via per calmare l’ira popolare era la liberazione dei due arrestati.
A questo punto avviene una fatto apparentemente sorprendente, ma molto significativo. Il Cabras, liberato, si presentò, con Efisio Luigi Pintor, al viceré e ”gli si mostravano sottomessi, e stranieri alle ragioni dell’avvenuta catastrofe“. Insomma i due declinarono ogni loro funzione dirigente nell’insurrezione, attribuendola piuttosto all’insofferenza del popolo nei con­fronti dei piemontesi. Fu predisposto anche un Manifesto giustificativo, stilato dal figlio Antonio, in cui al popolo e solo a lui veniva attribuita l’iniziativa della rivolta. Insomma, secondo questa prospettazione, si trattò di una manifestazione di spontaneismo popolare, senza alcuna direzione politica. In realtà, il popolo era sì padrone della piazza, ma l’egemonia nella determinazione di quei fatti era senz’altro del ceto professionale, che puntava a ad un ruolo più importante e autonomo nell’isola. Questo spiega perché la masse popolari non uscirono dall’alveo tracciato dai novatori alla Cabras e così inneggiavano al re e alla nazione sarda e innalzavano insieme la bandiera reale e la bandiera sarda.
La condotta tenuta dal clan Cabras in questa vicenda sembra mostrare due elementi importanti per comprendere quegli eventi. Anzitutto che la partecipazione popolare per quanto imponente e decisiva era politicamante subalterna alle istanze dei ceti professionali, che, invece in quella vicenda, riuscirono a chiamare a sostegno della loro linea i popolani, facendone massa di manovra per battere la fazione feudale, ossia il partito conservatore e reazionario. I curiali moderati, infatti, controllavano l’assemblea stamentaria (soprattutto da quando, in luglio, questa aveva delegato le decisioni ad una “deputazione” ristretta, di cui faceva parte il Cabras) e contavano su di una base politica, che, staccata dall’entroterra contadino, poggiava sui ceti artigianali e sul sottoproletariato suburbano. In questi ambienti la famiglia Cabras aveva vaste radici clientelari, cui assegnavano il compito di contrastare gli attacchi delle forze feudali, ma anche di “smorzare le punte della politica angioiana” (Anatra). Il “partito del dr. Cabras” garantiva una linea mediana di autonomismo corporativo, contrastante con le correnti reazionarie, senza però  alcuna apertura alle suggestioni rivoluzionarie che provenivano dalla Francia. Questo spiega anche il favore del Cabras e del suo entourage al mantenimento in servizio delle compagnie miliziane e dei cacciatori, che assicuravano l’ordine in città dopo la parten­za dei piemontesi. I miliziani erano corpi armati al servizio delle comunità, che avevano sempre mantenuto una posizione moderata. Potevano tornare utili in caso la situazione sfuggisse di mano, come probabilmente accadde nei giorni dello scommiato, ed erano una garanzia non solo nei riguardi dello strapotere dei feudatari, ma anche delle non impossibili insurrezioni popolari. Su di esse, del resto, aveva un ascendente indiscusso Vincenzo Sulis, che certo era parte del movimento per lo scommiato, ma era anche filomonarchico fino al midollo.
Cabras in quel tempo col genero Efisio Luigi frequentava la casa di don Giovanni Maria Angioy ed il club che vi aveva sede, nel quale si riunivano i democratici che si opponevano alle idee moderate di Pitzolo ed a quelle reazionarie del marchese della Planargia, senza peraltro propendere ad alcuna apertura verso le idee della Grande Rivoluzione. Prevaleva l’idea di un Regno con posizioni preminenti dei sardi nell’Isola, con un temperamento degli abusi feudali, ma senza scosse democratiche. Nelle assemblee stamentarie Cabras e compagni facevano prevalere le proprie posizioni, con la loro oratoria travolgente. Se, dunque, nelle carte sequestrate il 6 luglio 1795 in casa del generale delle armi, Cabras era indicato fra i capi dell’emozione del­l’aprile del 1794 che hanno molti seguaci nel Magistrato e fuori di esso “per sostenere e promuovere l’anarchia”, è altretanto vero che si tratta di un eccesso dei reazionari, che vedevano rivoluzionari dappertutto.
In questa fase anche l’avvocato Salvato­re Cadeddu era vicino alle posizioni del Cabras come dimostra il fatto che questi ne sostenne la candidatura alla carica di primo consiglie­re civico, in sostituzione del dottor Lepori, deposto in seguito al tumulto popolare del 31 marzo del 1795. Il peso di questa fazione è comprovato anche da altri fatti. L’avv. Cabras, insieme a  E.L. Pintor e al notaio Vincenzo Sulis, esamina col viceré Vivalda il 30 giugno la situazio­ne creatasi all’arrivo del di­spaccio reale che impone la registrazione delle patenti dei sassaresi Andrea Flores, Antonio Sircana e Giuseppe Maria Fonta­na, nominati giudici della Sala civile della R.U.; tali nomine contrastavano le aspirazioni del Cabras e del Guirisi, proposti dal reggente Cavino Cocco come giudici. E’ evidente che il gruppo di Cabras apre una trattativa col viceré e mette sul tavolo la sua forza, ossia i suoi legami coi ceti popolari cagliaritani. Se la decisa contrarietà del Cabras faceva temere al viceré una rivolta popolare, l’altra parte, quella reazionaria, non era meno decisa a vincere la partita. In gioco non c’erano solo cariche importanti, ma i rapporti di forza fra le due fazioni e gli equilibri fra Cagliari, dove prevaleva il partito di Cabras, e Sassari, dove aveva più peso la fazione reazionaria. Il Paliaccio giocava pesante e chiedeva di poter arrestare, secondo il me­moriale del canonico Sisternes, una trenti­na di persone pericolose, tra le quale An­gioy, Cabras, Musso ed Andrea Delorenzo. Come si vede lo scontro era aperto e investiva gli assetti di potere non solo a Cagliari, ma nell’isola. Il viceré aveva ricevuto da Torino l’ordine di arrestare gli oppositori alle nomine, ma era titubante perché comunicare al generale delle armi questa reale determi­nazione, poteva provocare una nuova insurrezione come quella del 28 aprile. Il viceré non era neanche certo che tale ordine provenisse dal sovrano o almeno così sperava. Comunque il movimento di truppe verso il Castello, la predisposizione della sua dife­sa, la notizia dell’esistenza degli elenchi delle persone da arrestare insospettivano il popolo ed i novatori, che negli Stamenti, chiedevano, per tutta risposta, l’arresto del Pitzolo e del Paliaccio. In questo contesto di scontro senza esclusione di colpi, sembra credibile la Storia dei torbidi, laddove annovera Cabras fra gli ispiratori dell’uccisione del Pitzolo e del generale, ma non è per nulla convincente il movente, e cioè ch’essi volessero liberarsi dei due reazionari per poter così realizzare il loro progetto di costituire in Sardegna una repubblica sotto la protezione della Francia. In quel momento quella posizione, che fu poi enunciata da Angioy nel periodo dell’esilio parigino, non era di Cabras nè del Sulis e neanche di Angioy.
La parte dei novatori, prevalente a Cagliari, si pone il problema di ribaltare i rapporti di forza a Sassari. Lo dimostra la convergenza con l’avvocato Mundula, democratico e repubblicano di Sassari, non solo su questioni specifiche come la nomina nella Reale Governazione dei due assessori Solis e Sotgia Mundula, sostenitori del partito predominante a Cagliari, ma anche su questioni più generali. Così il Cabras chiamò nel capoluogo il Mundula per decidere assieme il piano per domare i baro­ni del Capo di Sopra e ristabilire la pace nel regno. Cabras insomma si batteva  perché i baroni moderassero la tirannia ed esercitassero il potere senza abusarne come promise anche all’arcivescovo di Cagliari Vittorio Filippo Melano di Portula, delegato dagli Stamenti per perorare le richieste dei sardi dopo la vittoria sui francesi presso il rè Vittorio Amedeo III.  Si voleva insomma dimostrare al sovrano che il partito di Cabras poteva garantire gli equilibri, scongiurando i moti popolari come negli anni precedenti. Cabras era, dunque, impegnato in questa opera volta a mediare per rafforzare la propria fazione, placando e prevenendo le ribellioni sempre latenti. E questa posizione spiega il suo contrasto verso le posizioni dell’Angioy, specie dopo l’occupazione di Sassari da parte di Mundula e Cilocco. L’avv. Cabras insieme al genero Efisio Pintor e ai propri seguaci ebbe un largo seguito negli Stamenti in seno ai quali sviluppò un’iniziativa volta, da un lato, a convincere il sovrano a concedere ai sardi i privilegi richiesti con le cinque domande, dall’altro la nomina di Angioy come Alternos con l’autorità politica, giudiziaria e militare del viceré e della Reale Udienza verosimilmente da un lato col proposito di liberarsi di una personalità ingombrante a Cagliari e per ottenere una vittoria sui feudatari nel Sassarese. Non si spiega diversamente la sua opera di delegittimazione di Angioy negli ambienti sassa­resi e non a caso nel marzo del 1796 sostenne aperta­mente il governatore di Alghero Carroz, che aveva vietato l’ingresso in città agli inviati di Angioy. Gli avvenimenti successivi sono rivelatori della posizione di casa Cabras. Quando Angioy si mette a capo delle forze antifeudali, Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor si schierano apertamente contro di lui fino a chiederne l’8 giugno la destituzione e a deliberare una taglia sul suo capo. E così, quando Angioy lascia l’isola, Cabras diviene uno dei principali funzionari pubblici in Sardegna quale reggente dal 30 agosto 1796, e titolare dal 1799 de “l’Intendenza generale e la Conservatoria generale dell’insi­nuazione nel regno di Sardegna. Il genero Efisio Pintor capeggia nel giugno del 1796 una spedizione punitiva in Gallura, cingendo d’assedio Bono con l’intento di distruggerlo. Un obiettivo emblematico in quanto paese natale di Angioy. E il genero di Cabras mostra determinazione e ferocia. Il nome di Pintor è così immortalato nella poesia popolare come quello di un boia. “Cantu b’aiat  nos hana brujadu/tancas, binzas, e domos e carrelas/ e pro cussu Pintore est infamadu/ in sa Sardinia e in tota sa costera“. E così per indicare un luogo distrutto con violenza “Mancu chi che siada passadu Pintore“.Ancora per indicare persone con tendenze distruttive e vandaliche: “Sa vena ‘e Pintore ti ada bettadu“.
Questi sono, come dicono i giuristi, “fatti concludenti”, ossia comportamenti dai quali si desume incontestabilmente un indirizzo politico generale, un modo di porsi verso i ceti sociali. Non solo, la loro gravità e ferocia è tale da non poter essere frutto di una torsione imposta dagli eventi, ma espressione di un sentire più profondo. In realtà il “partito democratico” di Cabras appare come una invenzione senza supporto nei fatti. Cabras e il suo entourage sono gli esponenti dei ceti professionali rampanti, bramosi di prebende e di guadagni, naturali avversari delle pretese integraliste della nobiltà e dei feudatari da un lato, ma anche delle rivendicazioni popolari dall’altro. C’è anche un orizzonte più generale, che colora in modo non puramente corporativo questa posizione, e cioè la domanda di autonomia che fa da sfondo alle loro pretese. L’egemonia dei novatori si manifesta sopratutto con la formulazione delle 5 domande e con lo “scommiato” nei quali mentre è palese la pretesa esclusiva di privilegi e impieghi ai ceti professionali sardi, è altrettanto palese l’avversione a qualsiasi obiettivo conseguentemente popolare sia della sanculotteria urbana sia delle masse rurali. E così Cabras e Pintor come prendono le distanze davanti al sovrano dalla mobilitazione popolare nei giorni dello scommiato, così s’incaricano della repressione violenta dei moti contadini dopo la sconfitta di Angioy. E per non mettere in pericolo la loro sete di prebende, non si vergognano nell’abbandonare gli amici caduti in disgrazia. Così Pintor rifiuta ripetutamente con scuse banali la difesa di Vincenzo Sulis, caduto in disgrazia, dopo ch’era stato sempre con loro nelle tormentate vicende di quegli anni, dal respingimenmto dei francesi nel 1793 allo scommiato del 1794, giù giù fino all’attacco a Giomaria Angioy.
Taluni parlano di “partito dei ravveduti“, ma, a ben vedere, si tratta di una definizione impropria. Il moderatismo del Cabras non fu una scelta dell’ultima ora: “educato col genero e col cognato alle tradizioni forensi, ben desiderava l’abbassamento dei feudatari, ma non la loro distruzione” (F. Sulis). Non sono, dunque, i Cabras e i Pintor a modificare la loro posizione, ma Angioy e i suoi seguaci ad essere conseguenti nei loro propositi “novatori”, a radicalizzare le loro posizioni, quando, nel pieno della rivolta, assumono la testa delle forze antifeudali, con l’intento di mutare la natura del Regno e la sua Costituzione. Il partito patriottico si scinde drammaticamente fra monarchici moderati e democratici in uno scontro che, come spesso avviene in questi casi, si manifesta non solo con le armi della dialettica, ma anche con la dialettica delle armi. Angioy viene messo al bando, Cabras e i suoi seguaci vengono a far parte dei gruppi referenti della Corona, ricompensati con cariche varie, nel nuovo sistema di “promiscuità” di sardi e piemontesi nell’accesso agli impieghi pubblici. Angioy nel suo memoriale del 1799 scrive che “…gli avvocati Cabras, Pintor, Tiragallo…sono tutti venduti agli inglesi“, che - com’è noto proteggevano i porti sardi da eventuali incursioni  francesi, delineando così, attraverso i riferimenti internazionali, l’insanabile rottura in seno al partito patriottico sardo fra chi era aperto e chi chiuso alle suggestioni della Grande Rivoluzione. Angioy, nel memoriale, ci dà anche un’altra preziosa indicazione. Pone l’avv. Salvatore Cadeddu fra i suoi riferimenti politici, delineando così il distacco del club di Palabanda dal “partito del dr. Cabras”. Si manifesta nelle tormentate vicende del triennio una radicalizzazione di Angioy e Cadeddu, coinvolti nella dura lotta delle forze antifeudali e sostenitori di essa, mentre il gruppo di Cabras non valica il recinto di un feudalesimo temperato. E se ne vedono i risultati: onori e impieghi per questi ultimi, la forca e la galera per i primi. Emblematica in questo contesto è la sorte di Vincenzo Sulis che si distingue dal clan Cabras per non aver mai voluto accettare onori e incarichi. Una libertà che i Savoia non erano disposti a tollerare neanche dal loro più fedele servitore.

Fonte: Democrazia Oggi


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