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Bene riduzione vitalizi, ma l’autonomia regionale, va a farsi benedire?

Andrea Pubusa

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Bene la riduzione dei vitalizi, secondo il metodo contributivo. Ma non tutto in questa vicenda è condivisibile. Vediamo perché.
La questione riguarda solo i vecchi ex consiglieri, gli attuali non hanno vitalizio. Di norma, l’ex consigliere riceve il vitalizio a partire dal 65° anno di età. Tale limite diminuisce fino al 60° anno di età in relazione agli anni di mandato svolti oltre la prima legislatura. Con deliberazione dell’Ufficio di Presidenza del 2000 si è stabilito che per coloro che siano stati consiglieri regionali fino alla XII legislatura (1999-2004) vale la norma contenuta nel Regolamento della cassa di previdenza approvato con deliberazione dell’Ufficio di Presidenza nel marzo 1989; in particolare il comma 3 prevede che i consiglieri  che abbiano corrisposto i relativi contributi per un periodo non inferiore ai vent’anni o a quattro legislature, percepiscano l’assegno vitalizio alla scadenza del mandato a prescindere dall’età. Il che ha prodotto gli esiti “scandalosi” saliti alla cronaca nazionale (v. caso Lombardo). L’importo dell’assegno varia da un minimo a un massimo in percentuale sull’indennità consiliare, a seconda degli anni di mandato.
Il pagamento del vitalizio viene sospeso qualora il consigliere sia rieletto membro del Consiglio regionale, o sia eletto al Parlamento nazionale o europeo, ovvero sia nominato Assessore regionale, Ministro o Sottosegretario di Stato.
Considerando tutte le legislature, dal 1949 alla XIV legislatura, il Consiglio regionale eroga agli ex consiglieri che hanno maturato il diritto al percepimento (o ai legittimi beneficiari di reversibilità) 317 assegni vitalizi, per un totale mensile di euro 1.497.000. Con la riduzione dovrebbe risparmiarsi una somma considerevole, pari a circa il 15% del totale.
Fin qui nulla quaestio, nessun problema, almeno a mio avviso. Calmierare i trattamenti dei governanti in carica o cessati dal mandato è un dovere in tempi di restrizioni sopratutto a carico dei ceti deboli. La questione delicata è piuttosto un’altra ed è legata al meccanismo deliberato dal Parlamento per indurre i Consigli regionali ad adeguarsi, ossia la drastica riduzione dei trasferimenti statali. Una evidente intromissione nell’autonomia delle Regioni. A questo proposito è bene ricordare che le Regioni sono enti ad autonomia costituzionalmente garantita, e che in questa rientra anzitutto l’organizzazione, e dunque anche il trattamento dei propri dipendenti e ancor prima dei componenti dei propri organi di governo. La legge statale può condizionare quella regionale coi principi generali, ma non può introdurre limiti anomali, non previsti dalla Costituzione. E la minaccia di riduzione dei trasferimenti lo è, e nel modo più volgare: “se vuoi i trasferimenti, devi fare le leggi che voglio io“. Una vergogna! Un vulnus grave e inammissibile dell’autonomia. Ma il nostro ceto regionale guarda il suo ombelico, non vede le cose grandi, i principi. E poi le indennità da toccare sono altrui. Chi sene…Mentre i vecchi consiglieri colpiti mettono avanti il loro trattamento. Dei principi chi se ne… Fatto sta che dell’autonomia se ne fregano gli uni e gli altri. E dire che poi, ogni tanto, farfugliano di identità, di nuovo Statuto ed altro. Ma l’autonomia vive o muore a seconda che venga difesa ed affermata nelle vicende concrete, si misura nella quotidianità. E qui non si dovrebbero accettare leggi vergognose che ridicolizzano la legislazione regionle.

Fonte: Democrazia Oggi


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