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“Intitoliamo la Carlo Felice a Eleonora d’Arborea”. Finalmente un’idea sensata di un assessore regionale!

 Andrea Pubusa

 

(archivio l unione sarda)(archivio L’Unione Sarda) Sentite cosa dice su Facebook Quirico Sanna, sardista, assessore regionale all’Urbanistica: “La strada statale 131 che collega Sassari con Cagliari è dedicata a un criminale piemontese, Carlo Felice, penso sia l’ora di dedicarla a Eleonora d’Arborea“.
Finalmente una proposta sensata. Si può solo discutere se intitolare la strada alla Giudicessa d’Arborea o al personaggio di maggior spicco della “Sarda Rivoluzione”, Giovanni Maria Angioy. Ma l’aspetto fondamentale è rimuovere il nome del re sabaudo. Per chi non ne conoscesse l’indole e le gesta, ecco di Carlo, il feroce, come è stato fondatamente soprannominato, un profilo tratto dal mio libro, fresco di stampa, “Palabanda. La rivolta del 1812. Fatti e protagonisti di un movimento che ha scosso la Sardegna“, Arkadia ed.  Nel capitolo XIII si parla delle feroce tecnica repressiva dei Savoia e della vita da incubo dei sardi sotto di loro.

La spietata repressione nei confronti di Salvatore Cadeddu e dei componenti del club di Palabanda per una rivolta mai iniziata si comprende meglio alla luce dell’ossessione dei Savoia per i giacobini e per i democratici in genere e della loro reazione feroce ad ogni idea o moto che metta in discussione la loro autorità assoluta. In questo senso è emblematica la morte di Francesco Cilocco, una delle più truci esecuzioni che la storia moderna ricordi. Siamo nel 1802 e la Grande Rivoluzione ha gia’ “addolcito” la pena di morte con la invenzione “umanitaria” del dr. Josefph-Ignace Guillotin. I Savoia e i baroni sassaresi invece a Cilocco riservano i tomenti più atroci. Vera barbarie. Gli ultimi giorni del giacobino cagliaritano, dopo l’arresto avvenuto il 25 luglio 1802, furono dei più terribili che si possano immaginare. Messo, sanguinante e pesto, sul dorso di un asino, fece il suo ingresso in Sassari, a torso nudo, fustigato senza sosta dal boia tra il dileggio dei popolani, istigati dal baronaggio sassarese, che nella sua cattura vedeva la fine di un proprio incubo sociale. Dopo il processo, solo un passo formale verso l’esecuzione, che si voleva esemplare, il 12 agosto venne emessa la sentenza. Il 30 ag. 1802, all’età di trentatré anni, pur disfatto per le torture subite, recuperata la propria lucidità, “con animo forte” (Martini), Cilocco saliva sulla forca. Il suo corpo rimasto esposto per diversi giorni, fu poi bruciato e le ceneri sparse al vento. Disgustoso! Come per i martiri di Palabanda impiccati nel 1813.

Ecco il quadro delle condanne per Palabanda:

 

Condannati a morte e impiccati

 

1. Avv. Salvatore Cadeddu, segretario dell’Università di Cagliari e ”contadore” della Municipalità di Cagliari, condannato alla pena capitale per impiccagione.

2. Catturato a S. Giovanni Suergiu, dove si era rifugiato, fu condotto a Cagliari ed impiccato nella piazza dove sorge oggi il Mercato di S. Benedetto. Dal corpo venne staccata la testa e portata come trofeo per le vie della città; il corpo bruciato e le ceneri sparse lungo la strada.

3. Giovanni Putzolu, di professione sarto, era un capopopolo oncaricato di guidareo i rivoltosi dalla Piazza del Carmine fin dentro le mura del Castello. Condannato
alla pena capitale , fu impiccato.

4. Raimondo Sorgia, conciatore, aveva partecipato ai moti del 28 aprile 1794, era un capopopolo. Fu condannato alla pena capitale per impiccagione.

 

Condannati all’ergastolo

 

5. Avv. Giovanni Cadeddu, fratello di Salvatore e tesoriere dell’Università

6. Avv. Antonio Massa Muroni.

7. Avv. Giuseppe Ortu. E’ stato il nonno materno dell’on.Cocco Ortu, deputato liberale.

 

Condannati al remo a vita

 

8. Giacomo Floris,d i professione fornaciaio; avrebbe dovuto guidare l’assalto al palazzo con i popolani ed artisti, ma fu scoperto ed arrestato. Morì in galera.

9. Pasquale Fanni, di professione orafo, capopopolo avrebbe dovuto invadere il Castello partendo dalla Marina, ma fu scoperto e condannato al carcere dove morì.

Condannati a morte in contumacia

 

10. Avv. Gaetano Cadeddu, figlio di Salvatore, ministro della Baronia di Quarto. Riesce a fuggire e a rifugiarsi all’estero al seguito di Napoleone Bonaparte.

11. Ignazio Floris, pescatore, capopopolo avrebbe dovuto invadere il Castello con i popolani della Marina.

12. Avv. Prof. Giuseppe Zedda, docente di Giurisprudenza nell’Università di Cagliari.

13. Avv. Francesco Garau, avvocato del foro di Cagliari.

Condannati al confino

14. Don Gavino Muroni di Bonorva, fratello di don Francesco Muroni parroco di Semestene condannato al confino a Carloforte.

 

E’ poi ben nota l’indole reazionaria e sanguinaria di Carlo Felice, prima viceré e poi Re di Sardegna, non a caso soprannominato “il Feroce”. Su di lui, per l’influenza esercitata sulla storia sarda e perché riassume l’indole repressiva dei Savoia, vale la pena spendere qualche parola in più. Come osserva Giuseppe Locorotondo (voce Carlo Felice di Savoia, re di Sardegna - Treccani.it - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 20 (1977), “della complessa crisi sarda Carlo Felice mostrò subito di aver colto chiaramente l’aspetto esteriore e formale dell’attentato all’autorità assoluta rappresentato dagli attacchi ai valori e alla ideologia dominante, e dalla minaccia alla stabilità dell’ordine sociale. Il suo impegno massimo e prioritario fu subito volto a riannodare fermamente nelle sue mani (come farà dopo il ‘21) tutte le fila del potere, e a perseguire con implacabile determinazione ogni tentativo di ribellione all’autorità, alle leggi, all’ordine costituito. Instaurando un vero e proprio regime militare, creò una magistratura speciale, la Vice-Regia Delegazione per l’istruttoria dei processi politici, ed il primo ad essere celebrato fu quello a carico del “capopolo” V. Sulis, colpevole di nient’altro (altre accuse non risultarono provate) che di essersi sostituito all’inetto viceré nel domare la rivolta, mortificando però, così, l’autorità costituita, un reato mai abbastanza punito per Carlo Felice, che giudicò “mite” la condanna a vent’anni di carcere. Nel perseguire i “rei di stato” legittimò l’adozione di procedure militari ed ogni arbitrio di polizia, dallo spionaggio alla censura epistolare e alle taglie sugli indiziati (lettere del 16 e 20 ag. 1800, 23 ott. 1802)”.

Questa “tecnica” fu poi aplicata nei confronti del club di Palabanda con una repressione preventiva, con condanne sostanzialmente senza prove e senza vero processo, Non a caso, poi il fascicolo del processo a Cadeddu è stato secretato e fatto scomparire.

Carlo Felice era così ossessionato dal pericolo dei giacobini che giunse a far condannare anche un morto! Un frate, Gerolamo Podda, aveva fatto della sua cella la sede di una specie di club giacobino, morto in carcere prima della sentenza, fu processato con una procedura che ancora nel 1807 il Maistre definiva “monstrueuse”.

Dopo l’abdicazione (6 apr. 1814) di Napoleone, Vittorio Emanuele I tornò in Piemonte il 20 maggio. La regina Maria Teresa assumeva la reggenza della Sardegna e quando il 6 ag. 1815 anche la regina lasciò la Sardegna, Carlo Felice riprese la carica di viceré.

Lasciò la Sardegna a causa della peste scoppiata nella primavera del 1816. Fece ritorno a Torino nel 1817, dopo diciannove anni dalla sua partenza. E ancor prima di ascendere formalmente al tronoaffontò con durezza i moti del 1821, esiliando a Firenze Carlo Alberto, che aveva addirittura concesso una Costituzione,, e rifiutando ogni mediazione con gli insorti l’8 aprile arrivò allo scontro (Novara-Borgo Vercelli) con le truppe del La Tour e poi con quelle del gen. F. A. Bubna, che occuparono Vercelli e Alessandria (11 aprile), mentre il La Tour occupava Torino il 10 aprile “au nom du Roi”.

Il 19 aprile, Vittorio Emanuele I ratificò la rinuncia al trono. Così Carlo Felice, il 25 aprile, assunse anche la dignità ed il titolo di re. E subito diede avvio alla repressione. “In Piemonte – come scrive Locorotondo - cominciarono a funzionare tre differenti giurisdizioni: un tribunale misto di militari e civili con il nome di Regia Delegazione e con attribuzioni penali, una Commissione militare per indagare sulla condotta degli ufficiali e dei sottotifficiali, e una Commissione di scrutinio per indagare sulla condotta di tutti gli impiegati del Regno.

La Regia Delegazione emise, dal 7 maggio al 1º ottobre, 71 condanne a morte (di cui soltanto tre eseguite), 5 condanne alla galera perpetua, 20 a pene tra i 5 e i 20 anni. Dopo il suo scioglimento, i Senati pronunciarono altre 24 condanne a morte, altre 5 alla galeria perpetua, e 12 a detenzioni da 15 a 20 anni. La Commissione militare alla fine di ottobre aveva destituito 627 ufficiali e doveva indagare ancora su 300. La Commissione di scrutinio, articolata in una commissione superiore e in sette giunte divisionali di scrutinio, operò numerose destituzioni e sospensioni di impiegati civili e di professori di ogni ordine di scuola. L’attività della giunta divisionale di Torino (che è stata studiata dal Milano su documenti conservati nella Biblioteca civica di Cuneo e dal Corbelli su documenti conservati nell’Arch. di Stato di Torino), più che crudeltà, dimostrò grettezza. Fu severa soprattutto (e le istruzioni del ministro degli Interni, G. G. Roget de Cholex, del 13 agosto furono esplicite) nei confronti delle “persone applicate all’insegnamento pubblico”, trattate con tanto maggiore severità quanto maggiore era la loro notorietà. Fu questo il caso di alcuni professori dell’università di Torino che, come il Collegio delle provincie, venne chiusa. Per Carlo Felice “tout ce qui a étudié à l’Université est entièrement corrompu”; “les professeurs sont abominables” e non rimpiazzabili perché “les mauvais sont tous lettrés et les bons sont ignorants” (lett. 9 maggio 1822). Benché le autorità regie (particolarmente il governatore di Genova Des Geneys) cercassero di favorire o di non ostacolare la fuga dei compromessi, e le stesse Commissioni giudicassero con qualche barlume di indulgenza, al clima di terrore istaurato “in alto non meno che nel basso” si accompagnarono l’abitudine alla delazione, la diversità di idee politiche pretesto a vendette private, le lacerazioni sociali e familiari.

Dopo la prima ondata repressiva, in autunno, più volte sollecitato da Vienna e da Pietroburgo, Carlo Felice decise di rientrare nei suoi Stati. Da Piacenza, il 30 sett., pubblicò due editti. Con uno vietava adunanze e associazioni segrete, e con l’altro concedeva una amnistia, la quale - presentata come “pieno” indulto e condono per gli eccessi avvenuti - in realtà prevedeva tali restrizioni ed eccezioni da giustificare i sarcasmi e le ingiurie dei fogli liberali francesi e spagnoli, che ospitavano scritti di fuorusciti sardi. Il 10 ottobre era a Govone, ed entrava in Torino il 17, colmo di “répugnance extrème” verso la città teatro di uno “scandale orrible”.

Epurati l’esercito e la burocrazia (tra gli altri giubilò, o trasferì a cariche di puro prestigio, il conte Lodi, P. Balbo, A. Saluzzo e A. Asinari di San Marzano), pretese il giuramento di fedeltà dal clero, dai “deputati” delle città e dei comuni, dai militari e dai nobili.

L’esercito (costretto a giurare di difendere “la real persona… anche contro i suoi propri sudditi”, e a “non appartenere ad alcuna setta o società proscritta”), sottoposto ad una severissima disciplina e allo spionaggio dei sentimenti e delle opinioni, cessò di rappresentare un richiamo per i giovani di più sveglio ingegno. Anzi, almeno fino alla rivoluzione di luglio, vide esaltare a suo danno il ruolo della marina affidata all’ammiraglio Des Geneys (specie dopo l’impresa di Tripoli del settembre 1825), e vide svilire il proprio a strumento di polizia e di tutela dell’ordine. Ma anche per questo compito Carlo Felice si servì soprattutto dei carabinieri che, in generale, negli ultimi torbidi avevano dato prova di fedeltà. Soppresso il ministero di Polizia che aveva dato cattiva prova nelle ultime vicende, Carlo Felice riaffidò ad essi le funzioni di alta polizia politica, e concesse loro vari privilegi come il rango del grado immediatamente superiore”.

Lo scontro con Carlo Alberto si chiuse dopo che il principe ereditario diede prova di pentimento per la sua cedevolezza verso i liberali nel ‘21. A chiudere l’aspro scontro fu la richiesta di Carlo Alberto di partecipare alla spedizione del duca d’Angoulême contro i costituzionali spagnoli. Il Carignano riscattò nell’episodio del Trocadero la colpa del cedimento costituzionale. Poté così ottenere il perdono e, il 7 febbraio, rientrare a Torino.

Carlo Alberto, divenuto re, mostrò di aver appreso la lezione, come prova la ferocia verso Efisio Tola. Il 10 giugno 1833 Tola venne condannato alla “pena della morte ignominiosa, semplicemente per aver letto la Giovane Italia di Giuseppe Mazzini”, e la condanna venne eseguita il giorno successivo. La motivazione della sentenza fu così esposta sulla “Gazzetta Piemontese“, il giornale ufficiale del Regno di Sardegna, del 13 giugno 1833:

per avere, fin dal 5 di aprile, avuto fra le mani libri sediziosi, avere avuto notizie, e non averle rivelate ai superiori o ad altre autorità, di alcune trame sediziose intese a sovvertire il governo di S. M. ed a sostituirvi un regime demagogico che comprendesse tutta lItalia; per aver comunicato i detti scritti ad altri militari ed aver cercato di procurar partigiani alle dette trame”. (Atto Vannucci et al., “I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848, memorie raccolte da Atto Vannucci“. Milano, L. Bortolotti e C., 1877-1880, p. 426)

Ricordava Montanelli:

« La requisitoria più severa si appuntò sul tenente sardo Efisio Tola che neglinterrogatori respinse qualsiasi addebito, si rifiutò di fare qualsiasi rivelazione e, di fronte al plotone di esecuzione, si denudò sereno da solo il petto dicendo: “voi versate un sangue innocente, ma io vi insegnerò come si debba e come si sappia morire. La crudeltà sotto nome di giustizia mi vuol morto e morrò: non sono né reo né ho complici: e se pure ne avessi né il nome sardo né il mio farei prezzo di tanta infamia e tanta viltà.”. » (Indro Montanelli, Risorgimento. Milano, Rizzoli, 1973, p. 70).

Ma - direte - tempi lontani. Poi è venuto il Risorgimento e l’Unità d’Italia. E l’eccidio di Sanluri? Su trumbullu de Seddori e’ del 1881. Bava Beccaris in antemprima, in salsa seddorese! Repressione violenta: sei morti fra… i morti di fame in rivolta per il pane.

Ottocento, si dirà. Umberto I l’ha pagata cara. Col nuovo secolo, nuovo re, Vittorio Emanuele III, nuova musica. No, no, compagni ed amici, stessa musica, lo strumento e’ sempre lo stesso, fa sempre ta-ta-tan, fucileria! I caduti di Buggerru sono ancora nei nostri cuori e nella storia del Movimento Operaio non solo sardo. E i morti della sommossa di Cagliari del 1906? A chi se non a loro, il manovale sedicenne Giovanni Casula, colpito alla spalla, ed al fruttivendolo diciannovenne Rodolfo Cardia, raggiunto da una fucililata al cranio, va intitolata l’attuale via Crispi? Nessuno lo ricorda, ma lì, dietro al Comune, all’imbocco con piazza del Carmine, hanno perso la loro giovane vita per aver cercato, con la lotta, migliori condizioni di vita.

Da Cagliari il movimento di massa si estese al bacino minerario del Sulcis-iglesiente-guspinese A Gonnesa due dimostranti uccisi e diciassette feriti. A Nebida altri due dimostranti uccisi e 15 feriti.

La protesta dilago’ ben presto in tutta l’isola con scontri e altri morti. L’esercito unitario è stato usato per la guerra interna dichiarata dai Savoia contro le classi subalterne, contro il Meridione e le Isole! E il grande macello della Grande Guerra? E l’eccidio di Iglesias del 1921? E il fascismo, il buio della dittatura e l’immane tragedia della seconda guerra mondiale?

Bene, Casula, ci ricorda questa spietata sequenza, un incubo per i ceti popolari, i pastori, i contadini, il nascente movimento operaio. Ma ci narra anche delle rapine, delle svendite dei beni pregiati, della distruzione dell’ambiente con la deforestazione selvaggia. La statizzazione di beni comuni essenziali per la vita delle masse. Il prelievo delle risorse sulla pelle dei minatori, trattati come bestie. L’attacco rozzo e totale alla cultura dei sardi, considerati razza inferiore.

Alla fine vien solo da chiedersi come noi sardi possiamo ancora, senza vergogna, intitolare vie e piazze ai Savoia, ai loro ministri e generali.

 

 

Fonte: Democrazia Oggi


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