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Dibattito post elezioni: dopo tre scadenze perse, una non-riflessione a perdere?

Tonino Dessì

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A dire il vero, salvo in qualche nicchia virtuale, non si può dire che imperversi in Sardegna una discussione in area democratico-progressista sulle evidenze, sui motivi, sulle responsabilità soggettive dei recenti esiti elettorali delle consultazioni regionali, europee e amministrative (parziali, perché resta pur sempre il ballottaggio a Sassari: ma senza voler mancare di rispetto a nessuno, nessuno considera più Sassari un decisivo campo di valutazione delle dinamiche politiche sarde).
Insomma, quel che restava del “centrosinistra” ha perso senz’appello la Regione e Cagliari.
Si tratta di una delle sconfitte a mia memoria più pesanti degli ultimi quarant’anni (a pari merito solo con quella delle elezioni regionali anticipate del 2009, con le quali c’è più d’una similitudine e dalle quali forse è partito tutto l’incerto seguito: nessuno tuttavia ha il respiro e nemmeno il coraggio di parlarne).
Sia la legislatura regionale, sia la consiliatura cagliaritana consegnano tanto un quadro politico di destra abbastanza privo di prevedibili aspirazioni ad altro che all’occupazione del potere istituzionale e amministrativo, quanto un’opposizione istituzionale senza fiato, destinata a un cabotaggio quinquennale non solo burocratico, ma inevitabilmente compromissorio.
Fra cinque anni sarà più o meno tabula rasa e si dovranno tutti inventare qualcosa di nuovo.
È però prevedibile che la condizione economico-sociale della Sardegna non sarà migliorata e che autonomia, specialità e soggettività sarde rischiano di finire definitivamente in soffitta.
Se esistesse un’area di persone di buona volontà, la preoccupazione di questi sviluppi dovrebbe indurre, più che a una contemplativa attesa e a una dimensione politica tanto rituale e di circostanza quanto alla fin fine rassegnata e rinchiusa in una sterile apparenza di “guerra di posizione”, a un generoso rilancio di suggestioni, di idee, di programmi e -soprattutto- di esemplari vertenze promosse dalla parte più vivace della società civile sarda capaci di mobilitare interessi, soggetti, strati sociali, generazioni su obiettivi da praticare, non meramente agitatori o propagandistici.
Sarebbe anche l’unico modo non dico per riconciliare conflitti non riconciliabili fra componenti strutturate, partitiche o correntizie, dell’esausto, consumato ”centrosinistra” politico, ma per superare tanto questi conflitti quanto il ceto di personale che li ha incarnati e che li rappresenta, anche e ancora soprattutto nelle sedi istituzionali.
Lavoro, innovazione, istruzione, formazione, servizi sociali, ambiente, infrastrutture e mobilità, accoglienza, integrazione, istituzioni, amministrazione, partecipazione democratica.
Questioni non più da evocare, ma da elaborare, da proporre, da praticare.
Che ci vorrebbe?
Non poco, certo.
Sicuramente un ceto intellettuale più libero, meno ossificato, più critico, più concretamente propositivo, più autorevole.
Certamente un’apertura a tante suggestioni provenienti dai movimenti del mondo esterno, internazionale, europeo, italiano.
Sicuramente degli operatori dei media meno scontatamente irreggimentati nelle opportunistiche logiche di adeguamento alle direzioni proprietarie.
Indispensabilmente il protagonismo promosso, incoraggiato, aiutato a formarsi, di più coerenti protagonisti della discussione e dell’agire civile.
Altrettanto indispensabilmente la costruzione di un’ecologia politica etica, disinteressata, generosa, operosa e creativa.
In difetto mi pare che la Sardegna si avvii a una definitiva e irrevocabile trasformazione in periferia subalterna, luogo di mera riproduzione marginale di risacche originate altrove.

Fonte: Democrazia Oggi


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