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Quattro generali dietro la collina

Il 2 giugno è la festa della Repubblica, non la festa delle forze armate. A qualcuno delle alte sfere militari e non solo queste non piace. Si sentono dagli ambienti militari salire umori non proprio amichevoli verso la ministra della Difesa, che sta arginando le pretese delle gerarchie con le stellette. E’ un aspetto importante dello scontro in atto nelle alte sfere del Paese. Ecco una riflessione interessante da Il Manifesto.

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Tommaso Di Francesco - Il Manifesto 2.6.2029

Povera patria. Dopo le crisi dei sottosegretari leghisti incappati in vicende giudiziarie, dopo lo scontro a parole su chi decide se i porti debbano o no restare chiusi all’accoglienza e se il soccorso degli esseri umani debba diventare una «colpa», e dopo l’ultimo giallo della lettera di Tria alla Ue, ecco che divampa la polemica anche sul ruolo dell’esercito

«Libertà e democrazia non sono compatibili con chi alimenta i conflitti, con chi punta a creare opposizioni dissennate fra le identità, con chi fomenta scontri, con la continua ricerca di un nemico da individuare, con chi limita il pluralismo», sono le parole di ieri del messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione del concerto per il corpo diplomatico che apre le celebrazioni della Festa della Repubblica.
Ci pare di capire che con queste parole siamo sulla strada giusta, se non altro per ricordare che di Festa della Repubblica si tratta il 2 giugno e non di quella delle Forze armate.
E soprattutto che basta estendere l’occhio della raccomandazione alta del Quirinale al Mediterraneo e agli scenari internazionali, per avere un messaggio che può e deve essere interpretato quale rifiuto di ogni identitarismo razzista e della ricerca dei nemici a tutti i costi; un messaggio di pace, per una Repubblica fondata su una Costituzione che all’articolo 11 «rifiuta la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali».
Sembrerebbe ovvia questa considerazione, ma ci troviamo ancora una volta di fronte ad un conflitto dentro il governo del «contratto», quel «contratto» che ormai i risultati delle elezioni europee hanno ridotto al lumicino, con l’affermazione del populismo sovranista di Salvini e il duro ridimensionamento del M5S.
Dopo le crisi dei sottosegretari leghisti incappati in vicende giudiziarie, dopo lo scontro a parole su chi decide se i porti debbano o no restare chiusi all’accoglienza e se il soccorso degli esseri umani debba diventare una «colpa», e dopo l’ultimo giallo della lettera di Tria alla Ue, ecco che divampa la polemica anche sul ruolo dell’esercito.
All’attacco contro il ruolo della ministra della Difesa Trenta, sono andati stavolta – ma in sottofondo si sente l’eco della destra più estrema che in qualche modo si è affermata alle europee – ben quattro generali. Non siamo nella Spagna repubblicana del 1936 e non c’è un generalissmo Franco all’orizzonte, ma nell’Italia dei milioni di smartphone. Eppure la mitologia di ben «quattro generali» rifà capolino e con un duro «pronunciamento-ammutinamento».
Meno male che sono in pensione, mentre non risulta che ieri mattina sfilassero con i sindacati per protesta insieme ai pensionati «normali» che, per iniziativa di questo governo, si vedono tagliati i loro redditi perché non adeguati al costo della vita. I quattro generali (Camporini, Tricarico, Arpino e Preziosa) dichiarano che non parteciperanno oggi alle celebrazioni del 2 giugno e si muovono su due direzioni d’attacco: criticano il governo perché li «offende» quando parla di ridimensionare le pensioni d’oro – con evidente coda di paglia; e protestano contro l’idea della ministra Trenta di dedicare la Festa del 2 giugno all’«inclusione».
Insomma rivendicano per la Repubblica il ruolo centrale delle armi e di chi le detiene. C’è poco da stare allegri. Perché la polemica è a dir poco sterile e pretestuosa.
A quanto pare questa Italia non riesce a stare unita nemmeno nell’anniversario della Repubblica.
Come bene ha fatto il missionario Alex Zanotelli, va ricordato ai quattro generali che non ci troviamo purtroppo di fronte ad un governo pacifista.
Tutt’altro. L’esecutivo di «contratto» mantiene la spesa corrente italiana a 70 milioni di euro al giorno per le armi; le nostre bombe Rwm arrivano tranquillamente ad alimentare i massacri in Yemen; e la stessa ministra Trenta ha varato – ma tutto era già deciso dal governo Renzi – la nave militare Trieste che costa un miliardo e 400 milioni, una fortezza del mare multiruolo, anfibia d’assalto, che porta elicotteri da guerra e tanti cacciabombardieri F-35, più un battaglione con 600 soldati da sbarco pronti ad occupare militarmente un Paese (non a soccorrere profughi disperati).
Stiano pure tranquilli i quattro generali, dietro la collina. Un nemico – interno o esterno che sia – alla fine lo troviamo. Certo, disattendendo il richiamo del Colle.

Fonte: Democrazia Oggi


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