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Francesco Cocco e Andrea Raggio di fronte alla sinistra nominale

Andrea Pubusa

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(Francesco Cocco festeggia la vittoria al referendum del 4 dicembre 2016)

Nei giorni scorsi Francesco Cocco è stato ricordato a Cagliari da vecchi compagni, che, ad onor del vero, sanno molto dei tempi andati, ma poco o nulla degli ultimi dieci anni della sua attività politico culturale, caratterizzati dalla partecipazione al dibattito pubblico con scritti e conferenze. Lo stesso faceva un autorevole esponente del vecchio PCI, Andrea Raggio. Oggi, che spesso torna di moda chiamare allo schieramento in occasione delle elezioni, ecco qualche stralcio dei loro interventi su democraziaoggi per evocare la posizione sul tema di questi due stimati esponenti della sinistra sostanziale.

Francesco negli ultimi dieci anni è stato un collaboratere di questo blog. E spiega il perché. “Così come in passato la diffusione delle idee attraverso il ciclostilato, il comizio di vicinato, la diffusione porta a porta, l’organizzazione di piccoli organismi di base sono stati strumenti importanti nella creazione del tessuto democratico del nostro Paese, così oggi blog e giornali-web possono assolvere ad un ruolo non meno importante nella salvaguardia della democrazia e soprattutto nella creazione di un contesto politico nuovo“.
Com’eravamo collocati, Franceso e noi, politicamente? Spiega bene la posizione Andrea Raggio in una precisazione del 29 Luglio 2008: “Ho avuto la fortuna di dimorare politicamente per tanti anni in una casa grande, con tanta bella gente. Poi la casa è stata ristrutturata e ancora ristrutturata, e da ultimo demolita per costruirne una nuova. Nonostante i buoni propositi iniziali, quest’ultima in Sardegna appare fragile e senza anima. Ecco perché oggi mi considero un politico senzatetto. E poiché il panorama dei partiti, anche a sinistra, non è per niente migliore, preferisco rimanere tale”.
Cosa pensava Francesco allora? Era molto critico verso il partito azienda, verso i tycoon che fondavano partiti o se ne impadronivano. Sentite cosa scrive il 27 maggio 2008 in un post dal titolo “La politica? Una volta “si faceva”, oggi si compra
Un tempo la politica “la si faceva”, e l’espressione “far politica” assumeva molteplici significati: “si è ripreso a far politica” stava ad indicare che dopo un periodo di stagnazione si riprendeva l’attività, “sa far politica” si diceva di uno impegnato nella vita di partito o nelle istituzioni che dimostrava capacità di elaborare e sviluppare linee politiche, “cerchiamo di far politica” era l’invito ad uscire dai tatticismi furbeschi per elaborare idonee strategie. Esempi del linguaggio di un tempo in cui, appunto, la politica “la si faceva”. Ed a far politica erano i partiti con i loro dirigenti ed i loro militanti. In tal modo si costruiva tessuto democratico, capace di resistere a terribili prove  come quelle degli “anni di piombo”.
Non era neppure quella l’età dell’oro. Tanto per stare ai maggiori partiti, nella D.C. comandavano i. padroni delle tessere, e nel PCI prendeva sempre più forza certo  leaderismo caporalesco. Ma in entrambi i partiti finiva per prevalere il senso di partecipare ad un grande progetto comune al quale anche i “capi” erano subordinati. Stesso discorso per quanto riguardava le forze politiche minori”.
E oggi invece?  “….Ci sono i tycoon che vogliono l’articolo unico e allora preferiscono  costruirselo nuovo e fiammante con tanto di bandiera e di inno. Quasi fosse una squadra di calcio, anzi la formula organizzativa viene mutuata da questo sport popolare. C’è anche chi il partito azienda è riuscito a “farselo” semplicemente impadronendosi di quel che già esisteva, magari infischiandosi del patrimonio di sacrifici ed idealità che esso incorporava”.
Francesco vedeva i punti deboli, i punti di perdizione della sinistra. Ad esempio, il conflitto d’interessi. E ammoniva: “La sinistra, se vuole uscire dal pantano e dalla regressione, sappia vivere con coerenza le proprie idealità senza sacrificarle ad accordi di potere di piccolo cabotaggio. A tal proposito, sto ancora aspettando che un dirigente della sinistra, segnatamente di quella dei partiti che dicono di richiamarsi al comunismo, mi spieghi perché il “conflitto d’interessi” è una porcata quando è disciplinato dalla Legge Frattini e diventa un valore quando a disciplinarlo in maniera ancora più vergognosa è la “legge statutaria” sulla quale il popolo sardo ha espresso il suo giudizio negativo nell’ottobre 2007. Allora non ci si lamenti se il proprio elettorato alla fine è frastornato e finisce per scegliere la via della difesa corporativa. C’è da chiedersi “che sinistra è mai questa!?”.
Anche Raggio su Soru non era tenero. Sentite cosa scrive in un articolo dal titolo “Neo-berlusconismo e neo-sorismo” del 22 Maggio 2008: “Ho letto sulla recente riunione di Tramatza del PD quanto hanno scritto i giornali. Ne ho ricavata l’impressione di un partito apolitico. Il dibattito ha fatto perno sulla ricandidatura di Soru e si è concluso rivendicando al PD il diritto a esprimere la candidatura e il programma. Altre candidature sono state scoraggiate (le primarie si fanno solo se c’è un’altra candidatura, purché sia presentata in tempi stretti) e al Presidente è stato raccomandato di mitigare la sua vocazione monocratica. Insomma, difesa ad oltranza dell’esperienza in corso, caricando così sul Presidente e sulla Giunta anche le responsabilità dell’attuale assetto istituzionale. Questo il “grande patto” col quale il PD pensa di andare alle prossime elezioni regionali.  A me pare una scelta suicida. Intanto non credo che Soru riuscirà a cambiare abito. ” Non ci voleva un particolare acume per capirlo. Bastava solo essere intellettualmente onesti.
E sempre Raggio a Natale del 2008, in “Finale convulso di una legislatura sprecata” osservava: “Sull’esperienza di questa legislatura sprecata e sul suo convulso epilogo occorre da parte di tutti, centrosinistra e centrodestra, una riflessione non viziata da forzature polemiche elettorali. Se è vero, infatti, che Soru esce da questa sua avventura politica parecchio acciaccato, è altrettanto vero che la fine anticipata della legislatura, per la prima volta nei sessanta anni di vita dell’Autonomia, segna il fallimento di un assetto istituzionale asimmetrico, cioè di quel presidenzialismo regionale sbilanciato a favore del “governatore”. Assetto che era stato escogitato allo scopo di garantire stabilità politica e che, invece, ha prodotto stabilità da caserma, esasperato il rapporto tra gli organi della Regione e tra il presidente e la sua maggioranza, prodotto un presidente forte istituzionalmente ma debole politicamente e un Consiglio debole sotto entrambi i profili, mortificato la vitalità democratica dell’Istituzione. Insomma, presidenzialismo forte, politica debole e democrazia autoritaria. La comune responsabilità di centrodestra e centrosinistra, salvo la minoranza trasversale che ha poi promosso il referendum, sta nell’aver riconfermato con la statutaria questo presidenzialismo duro.
Infine, Francesco ripondeva ad un post fortemente critico di Cristina Lavinio[1] il 31 gennaio 2009: “…i miei interventi si sono sempre incentrati su aspetti che ritengo essere una grave ferita per la nostra democrazia, ancor prima che per il nostro istituto autonomistico regionale. Sono ferite non attribuibili, per loro natura, ad un unica persona. Investono un intero sistema di potere che per comodità chiamiamo berlusconismo, ma che va ben oltre la persona fisica di Berlusconi ed è penetrato profondamente nella sinistra.
Di fronte a un tale fenomeno di corrompimento del nostro tessuto democratico, tu poni in seconda linea la difesa dei principi e delle idealità. Ma su cosa cominceremo a ricostruire la nostra democrazia repubblicana se le fondamenta e le pietre angolari del nostro edificio istituzionale vengono squassate? Come puoi pensare che io, vecchio combattente di sinistra, resti indifferente e non m’indigni quando nel nostro ordinamento autonomistico si ammette che i titolari dei vertici del governo regionale possono operare commistioni tra interessi pubblici e privati? Come pensi possa accettare che la “castina” nostrana si auto-blindi con la legge statutaria escludendo la possibilità di referendum a modifica dello stato giuridico dei consiglieri regionali? E come fai a giudicare pettegolezzi o leggende metropolitane atti normativi ufficiali della Regione e quindi della Repubblica? Com’è possibile che ti sfuggano le conseguenze che tali regole possono determinare nel costume sociale ancor prima che nell’ordinamento giuridico? E di fronte a questi vulnus dovremmo tacere in base ad una astratta difesa della sinistra? Ma di quale sinistra parli? Sei convinta che basti il nome per darle sostanza?

Ecco, molti di noi siamo, con Francesco Cocco e con Andrea Raggio, per una sinistra di sostanza, non nominale. E ci muoviamo di conseguenza, anche nelle competizioni elettorali, come nel 2009 con mister Tiscali. Lo abbiamo fatto poi con la schiforma di Renzi e oggi applichiamo lo stesso metro ai suoi epigoni, anche sul piano elettorale.

References

  1. ^ Cristina Lavinio (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi


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