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M5S/PD: il matrimonio s’ha da fare o devono crescere?

Mario Sciola

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Un recente articolo di Giovanni Valentini – “M5S - PD, il matrimonio ora s’ha da fare” (Il fatto quotidiano, 23 aprile 2019) – partendo dalla constatazione dell’ardua convivenza M5S-Lega e dalla necessità di fronteggiare l’ondata di destra, auspica una convergenza tra M5S e PD, superando gli ostacoli del passato che oggi, secondo Valentini, possono essere superati.
Trascurerò il passato (che non si può cambiare), salvo accennarne un’analisi utile per affrontare il presente. Vengo all’oggi. In entrambe le forze politiche (M5S e PD) vedo limiti che (forse volutamente) sfuggono all’autore dell’articolo.
Inizio dalla forza che potrebbe essere da me meno distante (PD), più che altro perché individuo nella mia formazione una sorta di cordone ombelicale con parte delle sue componenti non completamente reciso. Dopo la sciagurata stagione Renzi, il PD dovrebbe tentare di ridarsi un corpo non disomogeneo e, possibilmente, organizzato. Era la mia speranza in vista delle loro primarie, anche se rifuggivo da facili ottimismi o semplificazioni. Devo dire che l’attuale PD di Zingaretti ha solo qualche lato positivo: mette alle spalle metodi e atteggiamenti del renzismo; cerca contatto e dialogo con parti (interne o esterne al partito) che il fiorentino di Rignano residente a Pontassieve seppelliva sotto un mare di alterigia, sicumera, altezzosità. Basta? NO!
Il PD, per ridiventare autentica forza di governo, deve dimostrare di possedere un PROGETTO di governo. Ricordo come quello che fu il mio partito (PCI), pur a lungo ingiustamente escluso, non cadeva in scoramenti o affrettate ansie di entrare al governo. Con costanza, in decenni, costruì un progetto che non trascurava alcun settore della vita nazionale (industria, scuola, trasporti e comunicazioni, opere pubbliche, servizi sociali … e l’elenco diventerebbe lungo). Io stesso (e tanti come me) ebbi modo di partecipare a convegni e seminari – a livello regionale e nazionale – da cui poi nascevano proposte di legge o di programmazione. In tal modo il partito giunse a competere con chiunque sul piano della capacità di elaborazione e governo. La “conventio ad excludendum” e, in particolare, l’assassinio di Moro impedirono il compimento di quel percorso. Ma il partito di governo c’era tutto.
Il PD di Zingaretti si sta dimostrando partito di governo? A me pare di NO. Quotidianamente sento ripetere un identico e monotono refrain: “Le due forze di governo sono divise su tutto, stanno portando il paese al baratro, devono ritirarsi, dobbiamo governare noi”. Domanda: in base a quale programma? Il programma che aveva Renzi? Presumo che l’attuale PD abbia obiettivi differenti. Ma voi vi accorgete di proposte organiche di governo elaborate da questo PD? Si potrà dire che il tempo intercorso dall’elezione del nuovo segretario è ancora troppo breve. Bene; allora intanto si impieghi il tempo a mettere in cantiere proposte, elaborazioni che qualifichino e arrivino a convincere i cittadini che prospettive di governo migliori dell’attuale sono presenti, possibili, praticabili. Purtroppo io credo che il PD attuale sia caratterizzato, piuttosto, da “crisi di astinenza”: troppo abituato a governare, non vede l’ora di risalire in sella. NO, la strada non può essere questa, ma quella che cercavo di delineare.
M5S. Ne sono piuttosto distante e, soprattutto, continuo a individuare in esso contraddizioni interne anche evidenti. Peraltro, non condivido l’atteggiamento, ancora prevalente nell’attuale PD, che tende solo ad attaccare (e, magari, talvolta a disprezzare) il movimento. Ma il M5S – volere o volare – deve colmare un vuoto che potrebbe finire per sgretolarne consistenza e sussistenza stessa. Sino all’assunzione del ruolo di governo il movimento è stato caratterizzato fondamentalmente dall’empito della protesta, della contestazione, del “porsi contro”. Se vuole avere una prospettiva, il M5S deve non solo elaborare una proposta organica di governo (so che loro dicono di averla già … lasciamo perdere), ma deve DARSI UN CHIARO FONDAMENTO IDEOLOGICO. Conosco la tiritera del “basta con le ideologie; non è più tempo di ideologie”. Chi non basa la propria azione politica su una visione compiuta della società su cui basare conseguenti fondamenti teorici (= ideologia) non ha possibilità di dimostrare neanche a se stesso la coerenza di propri obiettivi ideali e di iniziative di governo. Mi permetto una citazione “culta” che mi è particolarmente cara, ricordando il capitolo sesto del Principe di Machiavelli: il principe deve avere presenti sia obiettivi di lungo raggio che obiettivi più vicini e immediati. Solo se c’è consonanza tra i due obiettivi si raggiungono risultati. Machiavelli portava l’esempio degli arcieri: mirano lontano, pur sapendo che il loro obiettivo è più vicino, perché sanno che la freccia incontrerà resistenze (noi diciamo “attriti”) che ne ridurranno velocità e gittata. In questo modo hanno maggiori probabilità di raggiungere il bersaglio vicino e non perdono di vista l’obiettivo più distante. Naturalmente uso l’argomento tenendo presente lo schema di pensiero gramsciano (per Gramsci il moderno principe altri non è che il partito politico).
CONCLUSIONE. Le due forze che “avrebbero da fare il matrimonio” hanno entrambe limiti evidenti e ancora affidano entrambe i propri destini e le proprie prospettive allo spot quotidiano, allo slogan ripetitivo e, francamente, monotono. Quali le prospettive? Esistono due possibilità:
a) Assistere a un periodo di predominio della destra, non mollando nella volontà di costruire con pazienza e costanza strade alternative (perché si dovrebbe mollare? gli antifascisti non rinunciarono a strade alternative neppure nel carcere, al confino, in esilio!).

b) Un (improbabile) atto di coraggio da parte di almeno una delle due forze politiche, che rappresenti un’autentica novità, tale da rimettere in moto la situazione. In linguaggio figurato si direbbe “un’impennata, un colpo di reni”. In passato ci furono esempi del genere. Mi viene in mente la “svolta di Salerno” con cui Togliatti superò il problema istituzionale (che, allora, sembrava insolubile), prospettando la scelta da dare in mano agli elettori (quello che poi sarebbe stato il referendum del 2 giugno 1946). Questo autentico colpo da maestro spazzò via le principali difficoltà e consentì un’azione unitaria del fronte di forze antifasciste.

 

 

Fonte: Democrazia Oggi


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