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Zone rosse per i centri d’ accoglienza? Scivoliamo lentamente nel razzismo e nel classismo?

Andrea Pubusa

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Vorrei, senza pregiudizi e senza slogan, sollevare una questione spinosa posta dalla realtà amministrativa locale. Finora, la distanza di sicurezza da luoghi sensibili, come scuole, oratori o ospedali, è stato disposto solo per le sale da gioco e slot machine e simili. La misura è stata da tempo invocata dalle forze e dalle associazioni democratiche per evitare che i giovani venissero a contatto ed attratti  da pratiche diseducative e pericolose. Ora Calolziocorte, piccolo comune di circa 13mila abitanti in provincia di Lecco, ha allargato il novero del divieto: il Consiglio Comunale, nella seduta di lunedì, ha approvato un regolamento con cui istituisce le zone rosse e le zone blu, in cui l’apertura di un centro di accoglienza è rispettivamente vietato o ammesso previo nulla osta del Comune.
Più precisamente, a meno di 150 metri lineari dalle nuove zone rosse e blu - in cui è stata divisa la cittadina - non potranno trovarsi strutture che accolgono le persone che richiedono asilo. Nella cartina allegata al provvedimento appena approvato a Calolziocorte gli spazi sono colorati e cerchiati in una sorta di piano regolatore che delimita la possibilità o meno in futuro di aprire centri di accoglienza per i profughi. Lo stabilisce non un’ordinanza della Giunta ma un regolamento comunale, quindi un atto a contenuto normativo.
L’opposizione ha avanzato dubbi sulla legittimità del provvedimento, ritenendo il regolamento fortemente discriminatorio. E non c’è dubbio che lo sia perché limitato ai migranti? Ma vien da chiedersi: non lo sarebbe se esteso ai centri di accoglienza tout court? Certo in questo caso la disparità di trattamento in astratto verrebbe mitigata, ma in concreto? In concreto, alla fine la misura sarebbe sempre limitata ai migranti, essendo escluse altre categorie disagiate, tipo gli indigenti.
Sul piano processuale, tuttavia, il regolamento, contenendo norme generali ed astratte, non è direttamente lesivo, e, quindi, per essere impugnato occorre un provvedimento di diniego concreto, adottabile solo a seguito di domanda volta a istituire un centro di accoglienza per migranti nelle zone vietate.
Questo regolamento, tuttavia, rende palese una difficoltà ad istituire questi centri in ogni luogo. Ad esempio, vicino alla facoltà di giurisprudenza c’era prima l’ospizio per vecchi “Vittorio Emanuele II”, che non ha dato mai problemi. Quando è stato trasformato in centro di accoglienza per indigenti, si sono verificati molti casi di molestie sopratutto alle studentesse. Quando è stato trasformato in centro Caritas per migranti, c’erano gruppi di neri che stazionavano sotto le finestre di un’aula ed effettivamente ho potuto constatare che creavano disturbo. Non sono intevenuto perché erano neri, se fossero stati bianchi li avrei invitati a non disturbare. Questo per dire che effettivamente la concentrazione di indigenti, neri o bianchi, crea problemi a seconda del contesto. Ovviamente anche una pizzeria o una gelateria crea analoghi problemi per i vicini. Sono stati promossi con successo molti ricorsi al Tar su casi del genere. In realtà, tutte le attività che provocano l’assembramento di persone creano criticità agli abitanti, ai passanti e ai commercianti. Si tratta di situazione che vanno regolate con buon senso e ragionevolezza. Sopratutto senza intenti discriminatori. Ma il problema esiste. Negarlo non aiuta a risolverlo.
Ma segnare zone rosse e blu con criterio è una soluzione? O è invece un modo per nasconderla? Certo è che se l’ordinamento si impegnasse a far lavorare tutti, bianchi e neri, questi problemi non esisterebbero. Gira, gira e’ sempre  la politica sociale che manca, che si fonda sull’idea che siamo tutti uguali e deve mettere al centro i lavoratori. E’ questa la prospettiva indicata dall’art. 3, comma secondo, della Costituzione: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“. Invece, s’individuano recinti e barriere, nuove forme di apparteid. E, astraendole dalla loro matrice sociale e di classe, ci sembrano anche ragionevoli! Diventiamo razzisti “buonisti”,  senza accorgercene.

 

Fonte: Democrazia Oggi


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