Gianna Lai

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 Il 10 febbraio, Giovanni de Luna al Teatro Massimo ha tenuto una lezione sul ‘68. Ecco una sintesi di Gianna Lai in occasione del recital letterario-musicale ”Intorno al ‘68″, organizzato oggi dall’ANPI alle ore 19,30 presso lo Studium franciscanum via Principe Amedeo 22.

Il mestiere dello storico.
Il ruolo arrivo, che osserva, con documenti e archivi, di cui non dispone il testimone. Da un lato chi è percettore degli eventi, dall’altro la consapevolezza dello storico. Storicizzare eventi della contemporaneità, uso il passato remoto per potermene distanziare, perché bisogna tener conto dell’ urgenza emotiva, che è molto forte a distanza di 50 anni. E’ il conflitto della memoria  e della storia, vividezza del ricordo nel testimone e argomentazione e riflessione nel mestiere dello storico, ma senza la memoria è storia cartacea, che non intercetta le emozioni. Mentre la memoria senza la storia è narcisistica, io c’ero, ma non hai capito un tubo, sei autoreferente. Il rischio si decanta, si libera dagli eccessi nella storia, e così la memoria divien molto utile alla consapevolezza storiografica.
E’ una contraddizione che si riflette sul dibattito storiografico, o enfasi celebrativa, oppure il ‘68 visto come una banda di scansafatiche: per sottrarsi alla tenaglia tra agiografia e denigrazione, bisogna ricorrere agli strumenti del mestiere. Definire, cioè, l’oggetto storiografico, vedere le fonti e tentare le interpretazioni.
 Il ‘68 è uno dei primi eventi globali del Novecento. Nella sua ampiezza geografica è immagine del mondo unificato, gli stessi eventi negli stessi momenti, gli stessi sentimenti. E’ evento globale il ‘68, la dimensione geografica e spaziale che interpreta pulsioni e sentimenti collettivi nel mondo. Berkley è nel 1964, la mobilitazione degli studenti nell’Università contro la guerra e per i diritti. E poi nel ‘68 Martin Luther King e Bob Kennedy dagli USA, e Praga e il regime comunista, e gli studenti in piazza, e l’emozione comune a tutti. Roma, Parigi, gli studenti scendono in piazza, Spagna di Franco e Tokyo, gli studenti scendono in lotta.
Perché in quell’anno e in quel momento? La giovinezza un atto di protagonismo collettivo, prima di tutto il dato oggettivo, per  Hobsbawm. Nel ‘68 i giovani divengono produttori, c’è la piena occupazione in Italia, il boom economico e la stabilità della lira. L’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, la piena occupazione, i giovani  produttori e nuovi consumatori, e nasce una linea di abbigliamento solo per i giovani. E poi la musica rock.
E divengono oggetto di ricerche comportamentali i giovani produttori e consumatori, elettori al tempo del 92-93% di votanti in Italia. E divengono militanti, le ragioni sono oggettive, la giovinezza la categoria più importante per capire la globalità del ‘68, per la prima volta la giovinezza come dato permanente dell’esistenza, che non passa, non ti fidare di chi ha più di 30 anni!
Woodstock, l’esperienza di massa, età media 25 anni, che deve rompere con le regole del passato, momento di perfezione, di perenne grazia, la giovinezza è passaggio obbligato per diventare saggi, ora è perfetta in sé. Come dato politico, la disobbedienza, la rotta di collisione è fondamentale per capire il ‘68 dal punto di vista storiografico. Non accettare regole, il ‘68 definisce l’anacronismo del Codice penale, rifiutare le regole è rifiutare l’ impianto stesso della politica, il rifiuto delle regole anacronistiche nello sfondo dell’Italia rurale sferzata dal boom: c’erano le brigate antibacio nei cinema, una sessuofobia che decretava oltraggio al pudore l’espositore a forma di gambe nelle vetrine dei negozi di calze. E nell’Università l’autoritarismo, fino all’arbitrio nell’Università, come nel caso del prof. Getto a Torino che, per raggiungere il suo tavolo e fare l’esame, imponeva agli studenti l’uso delle pattine a protezione del parquet e, se le perdevi, ti bocciava: la disobbedienza si scontrava con questo non senso.
Giovinezza e disobbedienza, il binomio di una concezione politica, sull’esempio di Emilio Lussu, l’Essere a sinistra dei suoi discorsi parlamentari, più eri lontano dal potere, più eri a sinistra. I giovani erano di sinistra, più ti allontanavi  dal potere, più eri nel giusto. Estraneità assoluta, a sinistra è anche espressione adolescenziale, che vuole  dire allontanarsi dal senso di responsabilità. Giovinezza e disobbedienza, vuol dire marcare la lontananza dal potere. E immaginare la lunga marcia attraverso le istituzioni, quella di Mao, e la Cina c’entra eccome, insurrezione ma nel lungo periodo, se ti fermi al momento dell’insurrezione, come in Russia, non cambia la natura del rapporto col potere
In alternativa ad una cultura legata ancora all’Ottocento, si introduce psicologia, psichiatria,  sociologia, contestando la  trasmissione tradizionale del sapere. Per introdurre il nuovo modello nelle istituzioni chiuse, a partire dall’esperienza di Basaglia, nelle strutture dell’apparato repressivo, passato indenne direttamente dal fascismo, se pensiamo che  Marcello Guida, al tempo questore di Milano,  è quello stesso che dirigeva il carcere a Ventotene, durante il regime. Penetrare nelle istituzioni e far entrare un sistema nuovo nell’Università, nella Magistratura. Non dovevi fermarti mai, rivoluzione permanente, ogni stato di equlibrio era staticità del potere. Ed è eterna la giovinezza del Che, che è ministro a Cuba e riprende le armi e non si ferma mai. La lunga marcia, sparare sul Quartiere generale, senza fermarsi mai,  la democrazia diretta, se deleghi, appalti la tua autonomia e la sovranità personale. Grande enfasi sull’assemblea, in alternativa alla forma di partito, il ‘68 diventa rivoluzione permanente. Ma non puoi chiedere a nessuno di essere sempre in movimento, c’è gia qui la previsione della fine.
Intorno alla  Rivoluzione permanente tutti gli altri elementi, poi, della galassia, ed anche la violenza viene presa in considerazione, in un  Novecento espressione della più sanguinosa delle guerre, nel ‘15-’18. Che è all’origine di un rapporto genetico tra Novecento stesso e violenza, due guerre mondiali, la bomba atomica, la violenza è prerogativa del Novecento. Ed è difficile da elaborare la violenza, dalla Prima alla Seconda guerra mondiale, il ‘68 appena dopo vent’anni dall’ultimo conflitto, la categoria è ancora e sempre in piedi. Nel ‘68 la violenza come difensiva, come atteggiamento di difesa, emblematico in ‘Fragole e sangue’, che resta presente nel movimento operaio italiano, crediamo nella democrazia, nelle elezioni democratiche, ma le classi dirigenti potrebbero fare un colpo di Stato, a questo punto dovremmo essere in grado di difenderci.
 Questa dimensione politica della Rivoluzione permanente si riflette nella dimensione esistenziale,  qualcosa che appartiene al tuo quotidiano, scandito dalla presenza ai  cancelli della FIAT, giorno e notte, dalle riunioni e, come collettivo, la dimensione della militanza è permanente, non solo di professione. Tutto è fonte di discussione ma, solo nell’esperienza del femminismo esistenziale e politico si intrecceranno realmente, partendo dal corpo, per contestare i ruoli di genere oltre che di potere.
Dentro il contenitore si annidano già i germi della dissoluzione. Non si può rinviare l’esito della contraddizione e dei conflitti, alimentare il conflitto è l’unica tua strategia e si capovolgono nel loro opposto l’enfasi su soggettività e su individuo, per non aver prestato attenzione agli apparati idelogici del Novecento. Di quell’enfasi si approprierà il mercato, per trasformare gli italiani in consumatori negli anni Ottanta. Il ‘68, in secondo piano i bisogni, in primo piano i desideri, mai appagamento. Chi intercetta il meccanismo è il mercato, Jesus chi mi ama mi segua, il protagonismo collettivo del corpo e della sessualità, elementi della strategia politica, di cui ora si impossessa il mercato.
Negli anni Settanta e Ottanta il ridimensionamento della classe operaia, fino alle Partite Iva dei giorni nostri, è così che  viene meno la forza ‘68, ed è stupido chiedersi se il ‘68 ha vinto o ha perso. Il ‘68 appartiene al Novecento,  in una situazione ideologica oggi del tutto mutata. Ma da allora certamente è impossibile pensare che si possa andare con violenza al potere. E se Il Novecento è il secolo dei grandi partiti, come post Novecento c’era già nel ‘68, con quell’enfasi posta sul singolo individuo, la fine dei partiti. Ma cosa ci può servire del ‘68? Sul piano della testimonianza è significativo ‘La meglio gioventù’, due fratelli, uno psichiatra e l’altro poliziotto, il secondo più estremista del primo, nel ‘68, che entra in polizia per cercare nuove regole. Ha fallito in quello il ‘68, ribellarsi era sacrosanto, ma avremmo dovuto essere propositivi. Estranei al potere, volevamo mantenere grande distanza dal potere, così rimane forte oggi la questione delle regole,  di cui quella generazione ha ben capito il ruolo fondamentale. Quella generazione ha capito  l’importanza delle regole che rispondono alla tua coscienza, tenere fede al ‘68 significa che non devi più delegare, ognuno è solo con la propria coscienza, e in questo devi mobilitarti, metterti in gioco in prima persona, il corpo è esso stesso oggetto di lotta. Nuove oggi le forme organizzative e politiche, allora il manifesto e il ciclostile, oggi la tv e il web incidono  sulle forme dell’organizzazione politica, creando una distanza incommensurabile con quel tempo.

Fonte: Democrazia Oggi







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