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In Italia ci sono due governi in uno. Sparare nel mucchio è pericoloso. Cosa ci dice l’Abruzzo

Andrea Pubusa

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In Italia si è creata una situazione paradossale. Col loro contratto  i galloverdi hanno creato un unicum: non uno ma due governi. Uno progressista con spiccate tendenze sociali, l’altro di destra con altrettanto marcate propensioni regressive.
Se guardiamo infatti senza pregiudizi il M5S, vediamo che nel merito le proposte di questo movimento sono tutte di segno progressista, in qualche modo riprendono le posizioni storiche della sinistra italiana, depurandole da quel carattere classista presente almeno fino agli anni ‘70 nel PCI e, seppure in modo più attenuato, nel PSI, come retaggio delle loro radici, innervate nella storia del Movimento Operaio.
Vediamo le opzioni di fondo dei pentastellati. La centralità nella vita pubblica della questione morale. Questa è stata ed è la matrice di base del M5S, che gli aderenti traducono non solo nelle loro condotte e nella gestione del Movimento, ma anche nella vita pubblica. Questa matrice conduce a frequenti espulsioni per la violazione di regole penali o di etica pubblica. Espulsioni, ben note nei partiti della sinistra del passato, e ormai nel degrado etico generale del tutto dimenticate. Queste sanzioni, anziché presidio della moralità della politica, sono state viste come una forma odiosa e repellente di chiusura, settarismo e autoritarismo. C’è anche questo, come c’era nel PCI, ma è il modo per preservare il movimento dal pericolo più grosso, la corruzione endemica che caccia la moneta buona e lo sfaldamento che crea ingovernabili consorterie. E’ sufficiente vedere il degrado del PD, ormai formato ai vertici prevalentemente da indagati o da personaggi dalle condotte disinvolte. Il tutto accompagnato dal proliferare di gruppi e gruppetti, vere satrapie in lotta fra loro. Per chi è avanti negli anni, basta ricordare la deriva del PSI dopo l’ingresso nella stanza dei bottoni, col primo centrosinistra e poi con Craxi. Si può dire che questo glorioso partito fu annegato dai suoi dirigenti nell’acqua putrida della corruzione.
Un altro principio caratterizzante del M5S è l’attenzione per i ceti deboli e per la piccola impresa. Anche qui, ricorda un poì il PCI degli anni ‘60 e seguenti, nei quali, accanto al mondo del lavoro, ci fu un impegno per l’artigianato e la piccola e media impresa. Gli avversari erano i “monopoli”, ossia le grandi imprese e la finanza. Ora, l’attenzione ai ceti deboli ha portato ad alcune misure di governo come il decreto dignità e il reddito cittadinanza, che possono apparire e sono discutibili e forse insufficienti, ma delineano un orizzonte ormai abbandonato dalla forze tradizionali anche di centrosinistra: la politica sociale, l’impegno alla redistibuzione, al Welfare.
C’è poi una ostilità verso l’austerità in favore di un ritorno al keynesismo e alla presenza statale in economia. Dopo la sbornia di liberismo, che ha investito e schiantato la sinistra europea, questo riagitare i temi del riformismo democratico e sociale è senza dubbio un elemento di novità, che ha incontrato molti consensi nei ceti popolari, non a caso fuggiti in massa dal PD e dintorni .
A livello internazionale poi i pentastellati hanno rimesso in campo una critica alle politiche neocoloniali sopratutto nella vicina Africa.
Quest’insieme di questioni - è inutile negarlo - hanno innovato fortemente l’agenda politica italiana, che prima era incentrata su una politica oligarchica di difesa di privilegi, fuori dalla legalità e con ispirazione chiaramente eversiva dello spirito e della lettera della Costituzione. Non è un caso che in un decennio gli attacchi alla Carta siano venuti con ispirazione simile da FI e dal PD, che peraltro hanno già inciso a fondo con le loro politiche antipopolari sulla Costituzione materiale. L’attacco al lavoro, all’eguaglianza, ai diritti sociali ne sono l’espressione più evidente e inequivocabile.
Questo è all’ingrosso il governo che fa capo a Conte e Di Maio. C’è poi un secondo governo che ha il suo riferimento in Matteo Salvini. Decisamente di destra, con umori razzisti, con una visione generale classica delle destre sociali a favore della grande impresa non senza misure di intervento sociale. L’espressione di questa destra è la politica dei migranti, quella securitaria e l’attenzione al mondo degli affari. Di qui anche grandi contraddizioni come l’opzione sovranista, la critica all’ingerenza UE e l’adesione all’ingerenza di Trump e della UE negli affari interni del Venezuela.
Bene, queste in estrema sintesi le caratteristiche dei due governi, che si reggono su un contratto che consente a ciascuno di adottare le proprie misure col voto innaturale del partner.
Che fare di fronte a questo monstrum?  Si può sparare nel mucchio ad alzo zero o fare dei distinguo, anche in ragione della prospettiva che si vuole favorire. Fare di tutta l’erba un fascio obiettivamente asseconda lo spirito revanchista di FI e del PD. Accomunare il M5S al “fascista” Salvini, nasconde questo disegno del PD: riprendersi dai 5 Stelle i voti di sinistra e riconquistare il governo. Mentre, all’opposto, l’attacco delle destre ai grillini mira a riportare organicamente Salvini nel centrodestra per una diversa compagine di governo. L’obiettivo comune ad entrambi gli schieramenti è far fuori il M5S e tornare al duopolio degli anni scorsi. C’è anche chi fra le forze anti 5 Stelle pensa ad una santa alleanza dalla destra al PD per ricacciare i gialli all’opposizione. Le manifestazioni da unitarie Lega-centrodestra-centrosinistra sul TAV e per l’ingerenza in Venezuela costituiscono prove di nuova alleanza di governo senza i gialli. A fronte di questa alleanza in formazione manca un visibile movimento democratico che punti a staccare il 5Stelle dall’abbraccio con Salvini in funzione di un governo alternativo alle destre e al centrosinistra ad egemonia liberista. Insomma, l’ostilità preconcetta di molti settori democratici verso il M5S rischia di far passare la opzione di destra-centrosinistra liberista, riportandoci a governi d’ispirazione antipopolare e anticostituzionale. Fra l’altro Salvini non ha mai rotto i ponti col suo schieramento d’origine, mentre un polo alternativo che ricomprenda i pentastellati (anche per loro responsabilità) è inesistente e neanche in gestazione. Anche la GGIL di Landini non sembra - al momento - fare distinguo.
La storia insegna che i triumvirati o i duumvirati sono transitori. Fotografano equilibri provvisori e anomali. Prima o poi si sciolgono e si torna alla normalità, al comando di una parte o di uno schieramento. Roma docet. Qui è evidente la via d’uscita di Salvini e della Lega, non lo è quella di Di Maio e dei 5 Stelle per il muro dell’area democratica oltre che per il loro isolazionismo. Il rischio è che da parte democratica, sparando nel mucchio, si colpisca anche chi è indispensabile per uno sviluppo democratico e costituzionale del Paese. Ma per non essere colpiti anche i pentastellati devono dare segnali d’apertura.

P.S.

Il risultato abruzzese sembra offrire conferme a questa analisi, almeno negli esiti negativi. Marco Marsilio del centrodestra è il nuovo governatore dell’Abruzzo col 49,45% dei voti. Seguono il candidato del centrosinistra Giovanni Legnini con il 31,55% e quella del Movimento 5 stelle Sara Marcozzi, solo terza con il 18,52%.
Approfondendo l’analisi si scopre che, come da previsioni, c’è un boom della Lega che diventa il primo partito nella regione (alle precedenti elezioni regionali del 2014 non era nemmeno presente) con oltre il 28%. Torna al 18% il Movimento 5 stelle, dal 39,9% delle politiche 2018 (era il 20% alle precedenti regionali). In calo anche il Pd che prende l’11,6%, dal 25% delle elezioni di 5 anni fa e dal 14% delle politiche. L’affluenza è in calo al 53,12%.
Il centrodestra vince, ma gli altri (centrosinistra e M5S) hanno qualcosina in più. Vince chi si unisce o si allea, perde chi va da solo. Aumenta l’astensione, ormai a livelli inostenibili, alimentata anche da chi non vede prospettive, quindi diserta le urne anche una fetta di un elettorato tendenzialmente orientato al cambiamento.
Le cifre indicano anche la direzione su cui lavorare se si vuole battere il centrodestra e Salvini. Iniziare a dare segnali di disgelo nell’area democratica verso il M5S, che, a sua volta, dovrebbe rivedere il suo “splendido isolamento”, che una forza così consistente, ma senza i numeri per governare da sola, non può permettersi. Il bandolo della matassa? Iniziare a discutere nel merito sulle diverse questioni in campo, senza pregiudizi e senza riserve mentali.
Siamo però ancora lontani come dimostrano da un lato le dichiarazioni di Lenigni (PD abruzzese), più felice della battuta d’arresto del M5S che preoccupato della vittoria del centrodestra, e, dall’altro, la malcelata irritazione del M5S per il buon successo della mobilitazione sindacale, anziché trarne spunto per un confronto.
Insomma, in questo fine settimana abbiamo avuto la rappresentazione del perché il centrodestra vince e le forza del fronte democratico perdono.

Fonte: Democrazia Oggi


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