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L’Associazione Italia Nostra, Comitato Riconversione RWM, ANPI, Lega Ambiente Sardegna, ANCI, CSS, USB, Assotziu consumadoris Sardigna, Comitato non Violenza ed altre associazioni, dalla protesta sulle piazze, passano ora alle vie legali. Nei prossimi giorni presenteranno un ricorso al TAR Sardegna contro l’autorizzazione rilasciata dal Comune di Iglesias all’estensione della fabbrica RWM di Domus Novas. In questa vicenda, sul piano politico, ciò che sorprende è la condotta del giovane sindaco PD di Iglesias che, da presidente del Consiglio comunale, aveva appoggiato un ordine del giorno contro l’ampliamento, ed ora lo promuove, denegando alle associazioni pacifiste perfino il diritto d’accesso agli atti. A quanto pare RWM ha frazionato i progetti relativi all’ampliamento per scongiurare la valutazione d’impatto ambientale e ottenere così facilmente il permesso ai lavori di ampliamento.
A parte, gli aspetti specifici della procedura, che presenta molti punti critici sul piano della legittimità e su cui sarà chiamato a pronunciarsi Il Tar, c’è da dire che l’attività RWM di Domus Novas s’inquadra in un contesto normativo generale sfavorevole alla produzione e alla vendita delle armi ai paesi in guerra.
Vediamo in estrema sintesi la questione.
La materia della produzione e del commercio di armi da guerra è disciplinato da norme dell’ordinamento interno e da quello sovranazionale. Anzitutto dalla nostra Costituzione (art. 11), dalla legge italiana 185/1990 e dal Trattato sul commercio delle armi dell’ONU del 2 aprile 2013 (Arms Trade Treaty – ATT), ratificato dall’Italia come primo Paese UE.

Art. 11 Costituzione.
Non occorre lunga discussione per mettere in luce come l’art. 11 enuclei, nell’ordinamento costituzionale italiano, il c.d. Principio pacifista. L’istanza pacifista si fonda, come adeguatamente evidenziato dalla dottrina giuridica già negli anni cinquanta, su due enunciati fondamentali, entrambi contenuti nell’art. 11: a) il ripudio della guerra come strumento di risoluzione di controversie internazionali o di oppressione di altri popoli; b) la costruzione di un ordinamento internazionale di “pace e giustizia” fra le nazioni, anche a costo di veder limitata di propria sovranità (”a parità di condizioni con gli altri stati”). L’art. 11 ripudia non solo la guerra offensiva, ma anche tutte le attività preparatorie, come sono la produzione e il commercio d’armi in favore di chi le usa per aggredire altri popoli o per fare strage di civili inermi.

Legge italiana 185/1990

Nel luglio 1990, dopo una straordinaria mobilitazione della società civile “Contro i mercanti di morte”, le Camere hanno approvato la legge “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento“, che proibisce l’esportazione e il transito di armi “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. La legge, una tra le più restrittive a livello mondiale, introduce precisi limiti: vietato vendere armi a Paesi in stato di conflitto armato, a Paesi la cui politica contrasti col ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione, a Paesi sotto embargo delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, a Paesi responsabili di accertate gravi violazioni alle Convenzioni sui diritti umani, a Paesi che, ricevendo aiuti dall’Italia, destinino al proprio bilancio militare risorse superiori alle esigenze di difesa.

Arms Trade Treaty – ATT

Il Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty – ATT) è il primo strumento giuridico di portata globale che stabilisce dei criteri per l’autorizzazione (o proibizione) di trasferimenti di armi convenzionali. Adottato tramite voto dall’Assemblea Generale dell’ONU il 2 aprile 2013, esso è entrato in vigore il 24 dicembre 2014, tre mesi dopo il conseguimento delle 50 ratifiche necessarie e in un processo eccezionalmente rapido. Ad oggi, il Trattato conta 96 Stati parte e 130 firmatari.
Primo nel suo genere, l’ATT persegue due obiettivi principali: disciplinare o migliorare la regolazione del commercio di armi convenzionali e prevenire / eliminare il traffico illecito delle stesse, al fine di contribuire alla sicurezza internazionale, ridurre sofferenze umane e promuovere l’azione responsabile degli Stati in questo settore.
Senza dilungarci sul contenuto del Trattato si richiamano le disposizioni contenute negli articoli 6 e 7, dalle quali si desume il regime delle proibizioni in particolare all’uso per la commissione di atti di genocidio, crimini contro l’umanità o violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949.
L’Italia è stata il primo paese dell’Unione Europea a ratificare l’ATT (settembre 2013), cui essa attribuisce un ruolo fondamentale non solo per la regolazione del commercio delle armi, ma anche per la promozione del rispetto dei diritti umani.
Dall’insieme di queste disposizioni si desume un generale sfavore verso la produzione di ordigni del tipo di quelli fabbricati nella RWM di Domusnovas e sopratutto emerge il divieto di commercio verso Paesi come l’Arabia saudita che li usa – come attestato dai media - al fine di colpire le popolazioni civili.
Questo il giovane sindaco di Iglesias lo sa, ma non si capisce per quale ragione ha omesso di considerarlo, nel momento del rilascio dell’autorizzazione all’ampliamento della RWM. Ci sono sindaci che ricorrono ai giudici per ottenere il rispetto della Costituzione e dei diritti umani  e sindaci che invece vengono chiamati in giudizio perché con gli atti dei loro Comuni ne violano il dettato e lo spirito. Il sindaco di Iglesias è fra questi ultimi, in silenzio, omettendo gli atti d’indirizzo del caso, favorisce obiettivamente produzioni di morte. Il suo partito dice di volere un maggior rispetto dei diritti umani dei migranti nel nostro Paese, lui non è turbato dal fatto che gli ordigni prodotti da RWM privano perfino della vita popolazioni inermi in paesi lontani. Lui va controcorrente, ma dalla parte sbagliata!

Fonte: Democrazia Oggi







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