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Gianna Lai

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Oggi dibattito sulle infami leggi razziali fasciste. Ecco una riflessione di Gianna Lai. 

Noi che abbiamo una Costituzione democratica, vogliamo oggi parlare delle leggi razziali per ribadire il legame forte tra presente e passato, attraverso gli articoli della Carta, che proprio da quella battaglia contro il nazifascismo nascono e si radicano nella nostra coscienza. Dalla Resistenza, il miracolo di madri e padri costituenti che, dopo le distruzioni della guerra, dopo la Shoah, ha fatto piazza pulita della barbarie fondata sulle diseguaglianze, sulle libertà impedite, sulla legislazione razziale, italiana e tedesca. La vergogna delle leggi razziali che proclamavano una pura razza italiana, leggi punitive e infami, che provocarono angoscia, miseria e persecuzioni, e prepararono la guerra e il genocidio, avendo capovolto il primo compito dello Stato, la difesa, cioè, del cittadino. Contro questo fondamentale principio, è il re in Italia a firmare le leggi razziali, lo Stato discrimina, punisce, perseguita, secondo un piano organico di atti e provvedimenti legislativi. Dal Manifesto della razza, esito criminale della collaborazione di studiosi e docenti universitari, che avvallano le mostruosità del regime, la purezza della razza, l’igiene della razza, secondo un retroterra ideologico che si fonda sul principio dell’ineguaglianza genetica nel genere umano, razze inferiori e razze superiori. E il nazionalismo e l’espansione coloniale dell’Impero d’Etiopia, il razzismo coloniale contro le popolazioni dell’Africa. E poi il passaggio dall’antisemitismo religioso a quello biologico razziale, razza a parte gli ebrei, del tutto inassimilabile al resto della popolazione. Alla base del fascismo e del nazismo c’è il razzismo, si frantuma la vita in comune, i bambini ebrei sono esclusi dalla scuola, una grave ferita inferta all’umanità intera l’infanzia offesa, per la quale, si deve sottolinare, nessuno ha mai pagato. Senza scuola e senza lavoro si muore, la persecuzione nel contesto dell’Occidente civilizzato, il genocidio nazifascista nel contesto della guerra, veicolo il più potente per trasmettere l’infamia all’intera Europa dei governi collaborazionisti. Contro Ebrei, oppositori e comunisti, rom e sinti, omosessuali e cosidetti asociali. Fino alla Shoah, l’unicità della Shoah nella soluzione finale, ammazzare tutti gli ebrei, che ci induce a una riflessione sul funzionamento dello Stato moderno stesso: l’orrore è frutto dell’educazione all’obbedienza, all’ottuso consenso, attraverso i quali si trasmise alla popolazione l’antico antisemitismo europeo contro la comunità ebraica, stabile da ben due millenni in Europa.
Per capire, dobbiamo prestare ancora una volta molta attenzione a ciò che dicono gli storici, l’Italia che si è auto assolta dalla responsabilità delle leggi razziali, attribuendole a una non resistibile volontà tedesca, né ha mai indagato su se stessa e sulla sua effettiva ampia partecipazione alla persecuzione. E’ mancata cioé una seria riflessione collettiva sul fascismo, che avrebbe dovuto invece essere parte integrante della rinascita democratica e civile dopo la Liberazione. Piuttosto ci fu ‘vera e propria rimozione nella sfera pubblica e nella coscienza collettiva’, come denuncia Enzo Collotti, proprio perché, a essere chiamate in causa, erano le corresponsabilità delle èlites tradizionali del potere, senza le quali la persecuzione a livello europeo non sarebbe stata possibile, governi, ceti dirigenti e burocrazie e i silenzi delle Chiese, e l’apatia e l’indifferenza popolare e il rifiuto di vedere e di sapere. Per questo i sopravissuti finirono per scegliere il silenzio piuttosto che la testimonianza.
Memoria e storia sono la costruzione del carattere e di una cittadinanza nuova, finalmente consapevole che se si dimentica il passato ci si dimentica di noi stessi. Mantenere lo sguardo critico su questa nostra contemporaneità per rivivere quei fatti, e se il futuro nasce dalla Storia, questa giornata sugli 80 anni dalle leggi razziali invoca la storia contro il silenzio: ‘la memoria collettiva la teniamo viva se è legata a un processo di conoscenza, e ci vuole l’intervento attivo dello storico, della scuola, delle istituzioni’, dice Claudio Natoli, in particolare adesso, con la scomparsa dei testimoni diretti. Perché la memoria collettiva si forma nella Comunità, attraverso il racconto degli eventi, la riflessione e il dibattito .
In decisa contrapposizione ai revisionismi e agli appelli a una malintesa pacificazione, è necessario mettere in luce i contrasti reali tra le ideologie nazifascista da un lato, intolleranza e disprezzo della libertà e della dignità persona, culto della violenza, nazionalismo a sfondo razzista, e i valori dell’antifascismo dall’altro, della democrazia e dell’ autodeterminazione dei popoli. E se resta profonda l’ignoranza di chi sa e conosce, ma non ne vuole tenere affatto conto, è ancora lo studioso a dire, come fa Angelo d’Orsi, che bisogna conoscere la storia e imparare da lei, tenerla in conto, se si vuole operare per migliorare il nostro presente, dovere, innanzitutto, di chi sceglie la strada della politica
Il testo delle leggi razziali è documento centrale per la conoscenza della storia del Novecento italiano, nel contesto di questa cruciale nostra contemporaneità, che si impone pericolosamente con la formazione diffusa dei gruppi neofascisti, la violenza di Casa Pound e Forza Nuova, se nel giorno dei diritti umani si oltraggia la Shoah, sradicando a Roma le pietre di inciampo poste, insieme a tante altre, in ricordo di due famiglie ebraiche sterminate ad Auschwitz. E così vilipesa la memoria, se a Giorgio Almirante, segretario di redazione della rivista ‘Difesa della razza’, qualcuno voleva dedicare una via di Roma nei mesi scorsi, fregiandosi ancora la capitale di via Nicola Pende, ’scienziato’ della razza, che la Sindaca ha cancellato proprio in quel mentre.
E’ il razzismo che i ragazzi vogliono combattere a scuola, contro la discriminazione tra uomini uguali, così come li ha definiti la nostra Costituzione, che su tutto, ma in particolare su questo, ha una risposta ad ogni domanda. E la scuola resta il luogo più importante di esperienze della memoria e di studio della storia, per imparare a pensare con la propria testa, per la conquista di una vera cittadinanza: istruzione e lavoro da difendere, se vogliamo difendere noi stessi.

Fonte: Democrazia Oggi

Amsicora

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Compagni ed amici, è proprio vero che la conoscenza dell’uomo e limitata. Quante cose prodigiose e inspiegabili accadono. A me proprio mentre scrivo, anche adesso. Non so se succeda anche a voi. Da qualche giorno, cari amici, quando mi metto al computer, sento un fluido, una forza misteriosa che dalla tastiera sale nelle mie dita e s’irradia nel sangue e si spande in tutto il corpo, dandomi energia e positività. Provate! Son sicuro che lo sentite anche voi, perché non può essere un fatto individuale, singolare e solo mio. Mi sono scervellato, ci ho pensato giorno e notte, passando ore intere a letto, nel divano e nella mia scrivania a chiedermi il perché. Senza scoprire l’arcano. Fatto sta che appena mi metto alla tastiera e digito o digito quella forza misteriosa, ma piacevole e benefica, riprendeva a produrre il suo magico effetto.
Compagni ed amici, non nego d’essermi anche incavolato per la mia incapacità di capire. Nella disperazione ho deciso di incrociare i dati, ho cercato di individuare il giorno in cui l’effetto ha iniziato a manifestarsi, l’ho collegato a tutti gli eventi degni di nota degli ultimi giorni, e così credo d’essere venuto a capo del rimpicapo. Ecco i risultati della mia scoperta. Corriggettemi se sbaglio. Il fenomeno ha iniziato a prodursi il 6 dicembre ed è andato crescendo, ha subito un’impennata l’8, quando ha appreso dalla stampa di una storica dichiarazione di Paci, cui si è aggiunta una disponibilità di Massimino, e una espressione di voto nientemeno che di Pittalis. Incrociando i dati, ho finalmente compreso l’arcano! Tutto ruotava e ruota intorno alla votazione online per la “Natzione sarda“. Ecco il punto: “un clic per la Natzione sarda” ha iniziato a invadere il web, attraversa i paesi, oltrepassa i monti, solca i mari e gli oceani, con le onde invisibili dell’etere s’irradia dappertutto, ma si concentra su chi ha l’avvenura d’essere sardo e di mettersi alla tastiera. Un richiamo? Uno stimolo al voto online? Chissa!, farro sta che la forza è irresistibile per i sardi di lingua madre, quelli che - come me - sanno dire disinvoltamente “cixiri“, ossia sanno rispondere alla mitica domanda che i popolani di Stampace, Marina e Villanova rivolgevano a chi aveva l’aria d’essere piemontese, per stabilire se scommiatarlo o no, nelle gloriose giornate della fine di aprile e dei primi di manggio del 1794.
Questo è il punto, il clic di questi giorni supera e travolge tutto ciò che è accaduto a partire dai Giudicati e, poi, dagli anni della Sarda Rivoluzione in qui tempi tumultuosi di fine ‘700 e inizio ‘800. Mette ai margini visioni storiche. Un clic e al macero tutte le riflaaioni, le ricrche storiche, perfino la ben nota polemica Laconi-Lussu del 1952. Ricordate? Un contrasto non su quisquiglie ma su fatti che riguardano proprio la Natzione sarda. Compagni ed amici, Paolo si erge e si staglia fra quei due giganti e li azzera con un clic. Che ne frega a lui della critica di Laconi all’introduzione che la  Rivista il Ponte nel 1951 riserva alla storia sarda? Paolo salta non solo la civiltà dei Giudicati ma anche alcuni altri “dei momenti più interessanti e più vivi della storia sarda””, scansa la preistoria, e, oplà, dalla storia antica,  conduce amichevolmente l’elettore “ad un tratto bruscamente nella cronaca contemporanea”, lo porta neppure nel 1947, ma, ex abrupto, d’un salto nell’oggi. Sono del tutto ignorate la sarda Rivoluzione, l’Angioi, il primo sorgere di una cultura “sardista”, l’intervento del capitale industriale e la nascita del movimento socialista.
Paolo e Franciscu contestano d’un colpo e implicitamente, ma definitivamente e senz’appello la tesi della disunione dei sardi e quindi dell’immobilità storica della Sardegna, su cui ripiega amaramente anche il sardismo appassionato di Emilio Lussu”. Basta un clic, un semplice clic. Un clic consente a Paolo di non dar conto di come “l’ideologia nazionale e la nazione sorgono da un processo storico…”. E saltano Paolo e Franciscu le parole di Lussu in risposta a Laconi in quel freddo febbraio del 1952. “Da oltre un secolo noi sardi – scrive Lussu, allora deputato socialista, già fondatore del Psd’Az – indaghiamo con tanta passione il nostro passato, sino alla preistoria, e v’è amorevole la speranza di trovarvi un compenso allo squallore e al silenzio dei secoli più vicini, compresi i moderni”. Ma perché queste deftiganti indagini storiche, suvvia basta un clic! “Non credo che i documenti recenti ritrovati negli Archivi di Barcellona e di Madrid ci rivelino sorprese. I Giudicati e gli Stamenti (che peraltro non sono nemmeno usciti dalle nostre viscere) cioè oltre dieci secoli di storia più vicina sono là a dimostrarci la povertà fissa del nostro passato”. Povertà? Ma dai Emilio, quale povertà storica! La storia la riempiamo d’un colpo, anzi d’un clic! Quel pensoso di Lussu rievoca anche l’esperienza di Angioy e ammette che il movimento antifeudale “che si riallaccia alla Rivoluzione francese … sembra rompa l’incantesimo ma cade nel vuoto”. Minchia!, quanto pessimista il buon Emilio, sembra che la Natzione sarda propria non la voglia. Ma dai, positività, immaginazione, ottimismo, Emilio, in fondo basta un clic, un comodo clic! E non ci sta a scassare con tutti questi contorti quesiti! Perché “tanta decadenza e immobilità?”. Ancora così cupo, capitano? Che tristezza, la risposta: “Io l’attribuisco a fattori molteplici che hanno reso possibile la permanente, schiacciante sopraffazione della classe colonizzatrice. Altri popoli, e non solo la Sardegna, hanno conosciuto questa nostra stessa immobilità. Per cui niente lotta politica – niente lotta di classe – fino alla nostra prima organizzazione degli operai e dei contadini: data che segna l’inizio della nostra vera storia, della ripresa della nostra iniziativa, della nostra rinascita”. E non dirmi, caro Lussu, che per te “la prima luce della Sardegna arriva dal movimento socialista”. Può arrivare più semplicemente dalla tastiera.
Compagni ed amici, ammettiamolo, che noia queste discussioni appassionate! Che palle questo discettare pensoso sulla Natzione sarda. Bando alle chiacchiere, un colpo di spugna e si passa all’azione: niente complicazioni basta un clic. Tutte le discussioni storiografiche acquietate, tutte le polemiche cancellate, tutto superato…con un semplice, comodo e maccanico clic!
Quanto saranno felici nelle loro tombe romane Emilio e Renzo, finalmente Paolo e Franciscu hanno risolto il problema che li ha tormentati nelle loro riflessioni e nella loro azione. Ora, li fanno riposare in pace…con un semplice clic. Essere e non essere Sarda Natzione? Questo è il problema, To be, or not to be, that is the question: per essere Natzione non c’è bisogno di combattere, basta un comodo clic. Parola di Paolo e Franciscu.

Fonte: Democrazia Oggi

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vita.it. 27 maggio 2015. Anche l’ultima inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta tra l’1 e il 2 novembre 1975 a Ostia, è stata archiviata. Lo ha deciso il Gip accogliendo le richieste della Procura di Roma, perché i cinque codici genetici trovati sugli abiti che Pasolini indossava quella notte “non sono attribuibili”. L’inchiesta era stata riaperta dopo la denuncia presentata da Guido Mazzon, cugino della vittima, nel 2010. Il procedimento era a carico di ignoti. Un vuoto di verità e di potere che PPP aveva ampiamente profetizzato. Riproponiamo qui un’intervista, realizzata proprio nel 2010, con lo psicoanalista Massimo Recalcati.

Potere e repressione, una coppia-chiave. Con l’integrazione del desiderio nella sfera degli affetti o dei divertimenti, per usare le parole di Herbert Marcuse, «è la repressione stessa ad essere repressa», e in tal modo «la società ha esteso non la libertà individuale, ma il proprio controllo sull’individuo». Tra le accelerazioni improvvise della modernità, sganciato oramai da ogni apertura all’altro, il movimento del desiderio sembra oramai girare a vuoto, producendo tutt’al più nuove forme di asservimento e una libertà immaginaria. Forse, anziché “liberare”, avremmo dovuto semplicemente evitare di “aggirare” il desiderio, misurandolo, soppesandolo, ponendolo come fine e obbligo?

Massimo Recalcati: L’uomo contemporaneo, l’uomo ipermodernofa sempre più fatica a desiderare. Questa fatica è la sensazione oggi più diffusa del disagio esistenziale. Diversamente da quanto pensano certi edonisti, il nostro non è affatto il tempo della liberazione del desiderio. Al contrario, è il tempo dell’eclissi del desiderio. Ma “eclissi del desiderio” significa anche una forma di dissociazione inedita – ecco lamutazione antropologica – tra soggetto e inconscio. Il soggetto, ricordiamolo, è per la psicoanalisi il luogo del desiderio. C’è sempre meno inconscio, c’è sempre meno desiderio, c’è sempre più fatica a desiderare e c’è sempre più appiattimento della soggettività al principio di prestazione. Questo principio di prestazione, però, non è più quello descritto e analizzato da Herbert Marcuse, per esempio, negli anni ’60-’70. Il principio di prestazione ipermoderno è un principio oramai sadiano, ed è qui che possiamo cogliere la grande lungimiranza dell’ultimo Pasolini.

Infatti questo Pasolini affonda le proprie griglie analitiche a una profondità per certi versi sconcertante, scomponendo l’immagine stessa del soggetto attraverso il prisma di Sade (e in parte di Adorno) …

Massimo Recalcati: Il principio sadiano riduce il soggetto, l’uomo, a pezzi di corpo, a frammenti di corpo, come si vede bene in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Pezzi di corpo, frammenti di corpo, cioè strumento del godimento. La legge fondamentale che governa la nostra società è tendenzialmente perversa, se con “perversione” non intendiamo quello che succede nella camera da letto o l’omosessualità eventuale dell’autore, Pier Paolo Pasolini nel caso di specie. Perversione, per lo psicoanalista, è un godimento che diventa obbligo. Quando il godimento diventa dovere, obbligo, imperativo superiore allora uccide il desiderio.

Pasolini parlava di neocapitalismo e negli stessi anni – precisamente in una conferenza tenuta all’Università Statale di Milano, il 12 maggio 1972 – Lacan affrontava il «discorso del capitalista». Per entrambi, al centro della scena vi erano ormai la nuova configurazione del sistema capitalistico, rispetto alle sue origini storiche e, soprattutto, le sue dinamiche di distruzione di ogni legame innestate (anche) dalla proliferazione di un desiderio senza più limiti… In una poesia de La religione del mio tempo, Pasolini scriveva: «Altre mode, altri idoli, / la massa, non il popolo, / la massa /decisa a farsi corrompere / al mondo ora si affaccia, / e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video /si abbevera, orda pura che irrompe /con pura avidità informe /desiderio di partecipare alla festa. / E s’assesta è là dove il Nuovo Capitale vuole. / Muta il senso delle parole: /chi finora ha parlato, con / speranza, resta /indietro, invecchiato».

Massimo Recalcati: Il discorso del capitalista si regge sulla elevazione del godimento a dovere, secondo lo slogan “dover godere”. Il principio di prestazione, oggi, prevede invece il godimento come dovere, come obbligo, come obbligazione. Pasolini questo lo aveva previsto, quando descrive la società dei consumi. Certamente, nessuna novità in questo, perché in fondo la Scuola di Francoforte aveva già duramente analizzato la deriva dei consumi, però…. Però, Pasolini aggiunge un altro elemento, per nulla secondario: la questione del corpo.

Persino la felicità è asservita a una dinamica nichilista, a un potere nuovo. Pensiamo al Decameron (1971), suo primo “successo” di pubblico, laddove Pasolini sembra aver perso ogni ansia di futuro, mutandola in nostalgia. Il recupero del gioco – «non si tratta più di umorismo e di distacco dalla materia: si tratta proprio del gioco» osserverà in un’intervista con Dario Bellezza –, la decisione di concentrarsi su scene napoletane, diventano elementi chiave per capire un rovesciamento articolato, non precisamente un cambio unidirezionale, nella sua prospettiva. Raffreddatosi il magma sottoproletario, con la «sua carica interna di protesta e di furore», sulla scena ne resta il complemento: l’allegria, il vitalismo, la natura – senza collera. Presto, però, anche quell’allegria e quel vitalismo, quella misteriosa e intenua felicità, verranno sussunti nel discorso del capitalista. Già nei Racconti di Canterbury l’eros degrada…

Massimo Recalcati: La felicità che il discorso del capitalista offre è il frutto di un impasto tra sessualità e morte. Quando Pasolini e Lacan parlano di una dimensione infernale del neo-capitalismo intendevano precisamente questo: l’iperedonismo sconfina nella pulsione di morte, che sono due facce della stessa medaglia. Ecco un altro aspetto assente nella Scuola di Francoforte, ma presente in Lacan e Pasolini. Un’altra riflessione che manca nella Scuola di Francoforte, sebbene loro fossero – come Pasolini, del resto – degli attenti frequentatori del testo di Freud è quella della vita e del corpo. Al contrario, Pier Paolo Pasolini si interroga su che cosa accade nel corpo e nella vita nel momento in cui si verifica questa trasformazione del potere introdotta sulla scena dal neocapitalismo.

E al tempo stesso, oltre a essere oggetto di analisi, il corpo è strumento di lotta declinato al futuro. Scrive infatti Pasolini:

«…Io vorrei soltanto vivere
pur essendo poeta
perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta».

A che antagonismo fa riferimento questo corpo scagliato in avanti, gettato – come dice Pasolini, che mutua il verso dallo slogan della Black Panthers – «into the struggle»?

Massimo Recalcati: Nel neocapitalismo il problema non è più un antagonismo di classe tra il potere/Capitale e le masse sfruttate. Il problema è semmai quello di un’integrazione capillare delle masse nel sistema stesso del potere. Una plasmazione inedita, senza antagonismo, che annulla la dimensione sovversiva della massa integrandola in un conformismo tanto disperato, quanto assoluto.

Il 7 gennaio 1973, sul Corriere della Sera; Pasolini pubblicava un articolo fortemente polemico fin dal titolo, “Contro i capelli lunghi”, introducendo il concetto di segno monolitico… Un altro segno della capacità inglobante e seduttiva del potere?

Massimo Recalcati: Il capellone, affermava allora Pasolini, è colui che immagina di rompere uno schema o un cliché introducendo attraverso il corpo, una stimmata del corpo, qualcosa che fuoriesce dal corpo. Questa stimmata è nello specifico il capello lungo che viene però trasformato in un segno monolitico, ossia una divisa, da un sistema che è oramai plastico. Un sistema che sa neutralizzare l’elemento sovversivo nel momento in cui lo accoglie, e lo rende moda. Lo stesso avviene nell’anoressia: il corpo magro, filiforme, morte, che ha pretesa di entrare in antagonismo col discorso del capitalista – l’uomo non vive di solo pane, sembra affermare l’anoressica. Per un verso, questo è un discorso antagonista, per altro il sistema lo fa rientrare trasformandolo nel discorso del corpo alla moda, magro, filiforme appunto. L’industria della moda neutralizza questa protesta del corpo magro, facendo dello stesso una divisa, un segno monolitico.

Il corpo che paradossalmente si “esprime” attraverso la moda (conformandosi ai suoi codici) è un c-urlencoded
Content-Length: 281ché svelato, messo a nudo, saturato di improbabili desideri. In una piazza piena di giovani, scriveva Pasolini, presto «nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista». La moda tratta dunque il corpo, non l’abito, riducendolo al silenzio e al grado zero della sua espressività?

Massimo Recalcati: Certamente. Esiste un luogo comune della clinica secondo il quale il corpo anoressico sta al di qua della differenza sessuale. Luogo comune che ha un suo valore: uno dei problemi che riscontriamo nelle anoressiche è il tentativo di rifiutare la sessuazioni, quindi livellare il corpo nelle forme sessuali per trattenerlo al di qua. Una mia paziente mi ha però suggerito un’altra idea: guardi, mi ha detto, che io non sono una bambina, al di qua della differenza sessuale. Al contrario, mi ha detto, io sono un marziano, sono al di là, sono post. Non è semplicemente una regressione, ma è un oltrepassamento del corpo.

In un’altra intervista, rilasciata a Gideon Bachmann e Donata Gallo, Pasolini osservava che il potere neocapitalista «manipola i corpi in modo orribile e non ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler: li manipola trasformando la coscienza, cioè nel modo peggiore; istituendo dei nuovi valori alienati e falsi, che sono i valori del consumo; avviene quello che Marx definisce: il genocidio delle culture viventi, reali, precedenti». Potremmo spingere il discorso un po’ più in là, verso un universo “post”, e considerarci contemporanei di una mutazione già avvenuta. Un universo anche post-sessuale dunque…

Massimo Recalcati: Concentriamoci sul significato di post-sessuale. Che cosa significa? Significa che l’oggetto che mi interessa non è più il partner umano, ma è l’oggetto inanimato, l’oggetto inumano, la mia immagine allo specchio, il cibo, gli oggetti tecnologici. Questo è il post-umano che l’anoressica ipermoderna mette in evidenza: non tanto e non solo una regressione al corpo che precede la sessuazioni, ma un oltrepassamento della sessuazione come luogo di scambio simbolico tra gli esseri umani. La sessualità viene trasfigurata in un corpo minerale. Tutte le forme del disagio – depressione, panico, bulimia, obesità, tossicomania in modo particolare – sono forme in cui il soggetto divorzia dal corpo sessuale. E dunque divorzia dalla sessualità – tema pasoliniano – come luogo di scambio e si opta per partner inumani, ossia le varie sostanza che il discorso del capitalista offre illimitatamente. Sostanze intese come partner: il cibo, l’immagine del proprio corpo, lo psicofarmaco… C’è una moltiplicazione nell’offerta di questi partner inumani che risolvono il problema complesso del legame, dissolvendolo.

Torniamo alla dissoluzione del discorso del capitalista che è – per quanto possa sembrare paradossale – un discorso dello s-legame…

Massimo Recalcati: Il discorso del capitalista, secondo Lacan, si fonda su alcuni principi. Il primo è la forclusione della castrazione: il discorso del capitalista offre l’illusione che non ci sia limite. È un discorso che riguarda anche la scienza e Pier Paolo Pasolini era molto avvertito su questo punto e sul miraggio di un progresso che non ha limiti e, di conseguenza, diventa una forma di barbarie. Non c’è senso del limite – forclusione della castrazione. Ma il discorso del capitalista segue anche un altro principio: mette da parte le “cose dell’amore”. Non si occupa dell’amore e l’amore è la forma principale di legame per una comunità. Al contrario, il discorso del capitalista sponsorizza un rapporto cinico con l’oggetto. Terzo punto è l’iperattività, ossia la velocità infernale – dice Lacan – con cui il discorso del capitalista si muove e offre la sua merce. Questo aspetto infernale è presentissimo in Pasolini e in quello che chiamava neocapitalismo. Anche il tema dell’amore è presentissimo in lui. Mentre più problematico è l’aspetto della forclusione della castrazione, laddove in Pasolini è percepibile un roussoianesimo di fondo, ossia l’idea che il progresso in quanto tale sia male , perché si allontana dall’origine e, quindi, da un presupposto stato di natura.

Il mito dell’origine è presente in parte Accattone (1961), ma in toto nel Decameron, girato una decina di anni dopo, nel 1971. Se in Accattone o in Mamma Roma (1962) era ancora percepibile – parole di Pasolini – un’aria di contestazione sociale con la conseguente «volontà di una presa di coscienza», il Decameron rappresenta invece la «nostalgia di un popolo ideale, con la sua miseria, la sua assenza di coscienza politica (è terribile dirlo, ma è vero), di un popolo che ho conosciuto quando ero bambino». Eppure, anche qui, anche nella ricerca di un’«ontologia della realtà, il cui simbolo nudo è il sesso», Pasolini non smette di cercare. Forse, dichiara, «questo popolo esiste ancora, nel ventre di Napoli». Se una forza rivoluzionaria permane, è, in tutta la Trilogia della vita, una «scandalosa forza del passato»…

Massimo Recalcati: Certamente. È una dimensione che Pasolini ricerca nel sottoproletariato friulano o romano, nei popoli del Terzo mondo, a Napoli (pensiamo a Gennariello) nel tentativo di scovare un’origine incorrotta rispetto al tempo storico che avrebbe fatalmente la caratteristica di corrompere questa innocenza dell’origine, che è un miraggio pasoliniano. Ricordiamo le parole che Pasolini mette in bocca al regista Orson Welles, nella Ricotta (1963): «Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, /dove sono vissuti i fratelli».

Però, ad un certo punto, lo stesso Pasolini capisce – in maniera drastica, ma al tempo stesso fortemente contraddittoria, come suo solito– che non è più possibile un altrove, che non è più possibile tornare a casa, proprio perché l’ultima figura del capitale ha dissolto ogni alterità.

Massimo Recalcati: Nell’ultimo Pasolini c’è infatti anche il sogno della vitalità disperata che rimane senza la sponda di quel sogno, senza ciò che potremmo chiamare “fantasma”. Il fantasma pasoliniano coincideva, almeno fino a un certo punto, con in mito quasi roussoiano dell’innocenza dell’origine. Poi, nell’ultimo Pasolini c’è un salto.

Persino topologicamente, perché nello spazio politico tracciato da questo salto non ci sono più il “Palazzo” da una parte e la “piazza” dall’altra, ossia la corruzione e l’origine. Quando parliamo di “ultimo Pasolini” dovremmo però ricordarci che l’ultimo Pasolini è certamente quello di Petrolio(anche se si dovrebbe aprire un discorso a parte sulla condizione di “profeta postumo”), ma è pure quello, forse più ingenuo, di certo più schematico dell’articolo sulle lucciole, pubblicato sulle pagine del principale quotidiano della borghesia italiana, il Corriere della Sera….

Massimo Recalcati: La forza di Pasolini è proprio nel suo essere quello che noi lacaniani chiameremmo un soggetto diviso. Pasolini opera con la divisione. Tutte le sue prese di posizione sono “divise”: è un marxista, ma non è ateo; è un laico che, però, sull’aborto prende una posizione anomala; è un gramsciano, è per il materialismo storico però pensa che la vita sia irriducibile alla dimensione della storia; è uno scrittore che lavora sui generi, è contrario allo sperimentalismo però fa un lavoro sulla lingua che è di una raffinatezza straordinaria. Si rivolge al passato – «Io sono una forza del passato…» – e d’altra parte riconosce che quel passato è un mito che si sta decostruendo. La sua forza è in questa divisione.

Eppure, senza quel mito dell’origine, senza quel passato (riscritto, reinventato, riattivato nella sua carica in controtendenza rispetto alla linea che allora si credeva inesorabilmente retta del «progresso senza sviluppo») non sarebbe per lui possibile alcuna nostalgia di futuro… La sponda gli è servita per lanciarsi. Per gettare il suo «corpo nella lotta»…

Massimo Recalcati: Il nostro è un tempo senza memoria e questo è un aspetto colto a fondo dall’opera di Pasolini. Proprio perché il discorso di del capitalista sostiene il culto della nuova sensazione, la sensazione distrugge l’esperienza e, quindi, rende impossibile la memoria. In Pasolini, proprio per la consapevolezza della posta in gioco, c’è un’attenzione costante, un tentativo costante di lavorare su memoria e passato.

Tentativo anche questo in controtendenza, se consideriamo la nostra come l’epoca in in cui si consuma definitivamente l’esperienza di ogni possibile esperienza…

Massimo Recalcati: C’è una definizione di Giorgio Agamben, in Infanzia e storia, sulla quale inviterei a riflettere: la tossicomania è la distruzione dell’esperienza. La tossicomania è uno degli esempi più paradigmatici della sensazione che distrugge l’esperienza, dell’estasi che distrugge la dimensione della memoria.

Un’estasi destrutturante, quindi. La stessa del potere?

Massimo Recalcati: Da un lato, è chiaro che abbiamo il Pasolini leggibile nella chiave di Foucault: il potere che non ha bisogno di sudditi, ma di consumatori. Dall’altro, però, sia in Salò, sia, soprattutto, negli Scritti corsari, abbiamo il Pasolini che individua il colmo del potere è la distruzione della Legge. Questa chiave è di un’attualità straordinaria: il colmo del potere è l’anarchia.

Come nell’Eliogabalo (1934) di Artaud: l’imperatore è un «anarchiste couronné», un anarchico incoronato.

Massimo Recalcati: Il colmo del potere è l’anarchia. Il colmo del potere è la dissoluzione stessa della Legge, perché l’unica legge che il potere può contemplare è quella del godimento senza limiti. Questa idea che il potere sia strutturalmente anarchico e che l’unica legge del potere sia la distruzione di ogni forma di legge offre una radiografia psicoanalistica incredibilmente attuale, sul piano politico. Pensiamo, giusto per fare un esempio, al passaggio dalla cosiddetta prima, alla seconda Repubblica, ma pensiamolo attraverso le immagini di De Gasperi o di Berlinguer, laddove il sacrificio pulsionale era evidentissimo, ma altrettanto evidenti erano i riferimenti a una legge, a una comunità, a un interesse superiore della collettività, tutte forme tese a garantire e rendere possibile il patto. In Berlinguer, ad esempio, il sacrificio pulsionale giungeva fino a una certa forma di ascetismo, oggi è tutto rovesciato: non c’è più patto, perché il potere rivela il suo volto anarchico. La legge non si costituisce più sul contenimento, ma sull’espansione del godimento: le leggi ad personam ne sono un esempio e, al di là delle contingenze, hanno questa dimensione epocale. Pasolini aveva colto perfettamente questo volto anarchico del potere e della legge.

È un fenomeno solo italiano?

Massimo Recalcati: No, con qualche eccezione (Obama, a mio avviso) è una tendenza. Perché è una tendenza presente nella società. Pensiamo alle famiglie e alla difficoltà di far passare un discorso sul limite, questa difficoltà investe il discorso educativo come tale, ed è sempre più difficile contrastare l’imperativo “Godi!”, “Divertiti!”. C’è una logica parallela e chi incarna o cavalca questa logica, che attraversa più livelli della nostra società, ottiene consenso. Ma questo non perché, che ne so, Berlusconi “manipola” i mezzi di informazione, quindi ottiene consenso. No, non è così. Berlusconi realizza consenso, perché realizza una certa rappresentazione del godimento. Una rappresentazione cinica del godimento che, per dirla pasolinianamente, coincide con l’anarchia intrinseca al potere.

* Questa intervista è tratta dal fascicolo monografico “Omaggio a Pasolini” del mensile Communitas, n. 49/2011

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

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Ancora una volta soltanto un elenco di titoli con rispettivi direttori e registi ma senza alcun accenno alle compagnie di canto che poi sono il nucleo vitale di un’opera lirica. La presentazione della stagione lirica e di balletto del Teatro Lirico di Cagliari si è risolta infatti con l’indicazione delle otto opere e del balletto che, a partire dal 22 febbraio 2019, si svolgeranno fino al dicembre successivo senza comunicazione di chi canterà.

E dire che l’opera inaugurale, Lo schiavo, assente da tempo anche nel paese natale del compositore Antonio Carlo Gomes – il Brasile – richiederebbe certamente un maggiore tempismo. Con quest’opera-ballo di grande impatto, coprodotta con le istituzioni musicali di San Paolo e di Manaus, si torna quindi a titoli desueti secondo una linea già tracciata da anni.

Dopo una Tosca di cui francamente non si sentiva particolare bsogno (l’ultima a Cagliari è del 2014) e un Don Giovanni che per la terza volta utilizzerà l’allestimento di Giorgio Strehler rivisitato, sono decisamente più interessanti le proposte successive: un dittico buffo con La Cambiale di matrimonio di Rossini e Il campanello dello speziale di Donizetti, opportunamente abbinati per una serata all’insegna del divertimento.

Poi un doppio Verdi con opere quasi contemporanee, Attila (che ha una sola presenza a Cagliari nel 1876 e, quindi, quasi nella preistoria) e Macbeth (rappresentata, invece, appena cinque anni fa).

Un regalo natalizio è invece un classico diffusissimo nel mondo anglosassone e abbastanza raro da noi ma che dovrebbe attrarre anche moltissimi spettatori giovanissimi. Si tratta di Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck, curata dall’Accademia del Teatro alla Scala che porterà in maggio anche il suo corpo di ballo per l’unico spettacolo coreutico della stagione. È un grande balletto di metà Ottocento, Le corsaire, che annovera musiche di Adam, Delibes, Drigo e von Oldenburg sullo stesso soggetto di Lord Byron usato da Giuseppe Verdi per la sua opera (1848).

Tra i direttori sono presenti alcuni habitués come Donato Renzetti e Gérard Korsten affiancati dai giovani Casellati, Arrivabeni e Carignani e dal sudamericano Luiz Fernando Malheiro.Si aggiunge un ottavo turno di abbonamento mentre l’opera estiva prevista per le repliche fuori abbonamento di luglio è il Don Giovanni.

Contestualmente è stata presentata anche la stagione concertistica che annovera una quindicina di esibizioni che prevedono anche le masse corali e alcuni concerti da camera. La Seconda e la Quarta Sinfonia di Gustav Mahler sono tra le musiche più attese mentre spicca come novità il concerto di Gala di fine anno con l’immancabile Johann Strauss.

Il sovrintendente Claudio Orazi ha poi annunciato la possibilità di concerti domenicali e fuori sede nel mese di agosto con una formula dubitativa che forse è memore dell’annuncio dello scorso anno circa Il Teuzzone di Antonio Vivaldi, sparito definitivamente senza giustificazione di sorta. Buona stagione a tutti.

*Scena per Hänsel und Gretel, teatro alla Scala, foto Brescia & Amisano ©

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Kengo

L’Unione sarda 11 dicembre 2018. La città in pillole. Le attuali retoriche nuragocentriche ricordano altre stagioni della Sardegna. Quella che costruì i falsi bronzetti che nell’Ottocento invasero il Museo Archeologico e approdarono persino in Europa, e le Carte di Arborea, pure esse prodotte in città.

Una fragile e ancillare classe dirigente fuggiva dalla realtà verso un passato risarcitorio quanto improbabile col supporto di un diffuso sentimento popolare. La Sardegna imparò ad inventarsi un sostrato fantasmatico per occultare le derive dell’incipiente modernità: un case study di sovranismo retroattivo.

Ci pensarono Theodor Mommsen e l’Accademia di Berlino nel 1870 a smascherare l’inganno che tuttavia non ha modificato le intitolazioni di strade, vie, piazze e squadre di calcio ad eroi immaginari mentre si continua tuttora a negarle a sardi e sarde illustri.

A maggior ragione urge rigettare oggi ricostruzioni immaginifiche; prendere le misure agli stravolgimenti storici che abitano persino le istituzioni; problematizzare le tensioni per riattivare finalmente la dialettica con la progettualità.

Il primo passo è sottrarre il passato alle turistizzanti narrazioni sul patrimonio culturale, spesso improbabili e nient’affatto produttive. Si rimane delusi infatti dal numero degli  accessi ai luoghi della cultura gestiti soprattutto da soggetti privati, finanziati dalla Regione.

Costruire informazioni, prosciugate da mitocentrismi ed efficaci nel trasferimento di conoscenze, richiede cultura e competenze. Un confronto con gli stardard di musei, biblioteche, archivi francesi aiuta ad intendere lo stato dell’arte del settore nell’isola.

La caduta dialettica tra la complessità di un luogo stratificato, Cagliari in testa, e una consapevole pianificazione è leggibile proprio nella scarsità di aree archeologiche disponibili e nella mortificante messa in valore delle stesse.

Non si finirà di rimpiangere il Betile, museo di un’architetta tra le più importanti al mondo che la morte prematura ha reso inarrivabile e boicottato da non si sa più quale Carneade. Quanto l’assenza della storia e della geografia della Sardegna nei curricoli scolastici produca mostri lo si vede in quella vicenda e di recente nelle diatribe su ciò che dovrebbe rappresentare la città.

Che Giovanni Lilliu  pensasse alle fragili pedagogie degli attuali decisori quando volle due grandi fabbriche di cultura sarda: ISRE e Scuola di Studi Sardi? Non è un caso che siano in affanno.

*Disegno di Kengo Kuma per il Museo Betile che vide l’illustre architetto giapponese con la sua équipe tra i primi dieci classificati.

 

 

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto





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