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La Nuova Sardegna 16 febbraio 2019. Tra meno di dieci giorni andremo a votare per il rinnovo del consiglio regionale. Seguendo la campagna elettorale dei candidati alla presidenza, ho cercato di capire quali fossero le idee – non generiche – sulla legge urbanistica regionale.

Sappiamo quanto sia stato aspro il confronto rispetto alla proposta presentata dalla giunta Pigliaru, così come sappiamo che detto confronto si è concluso con un nulla di fatto, non ultimo perché la proposta Erriu non poteva che concentrare l’attenzione (e la polemica) sulle zone più appetibili dal punto di vista della rendita immobiliare.

Ma la protesta dei pastori ha ricordato a tutti che la Sardegna non è fatta solo di coste e turismo; infatti, le cosiddette aree interne, con le attività primarie più importanti che resistono nonostante tutto, da oltre una settimana stanno occupando la scena regionale e nazionale.

C’è un legame tra quel che sta accadendo nelle aree centrali e l’adozione di un sistema di regole condivise? Direi di sì, perché predisporre una legge urbanistica non è un fatto tecnico ma squisitamente politico ed è legato a un’idea di sviluppo futuro. Da qui si dovrebbe partire per elaborare regole generali che possano essere applicate ai diversi territori. Fuori dall’astrattezza, il governo del territorio nei suoi processi istituzionali e normativi non può essere un “fatto” lontano da ciò che sta maturando nei diversi luoghi e da un’idea su come trasformare strutturalmente la società nei suoi diversi settori.

In questo contesto, attorno a quali principi fondamentali (generali e specifici) dovrebbe perciò riferirsi l’universo delle regole urbanistiche del prossimo consiglio regionale? Anzitutto, devono servire a ridurre gli squilibri sociali e territoriali, in termini di mobilità, oltre che di accessibilità alle risorse e alle qualità presenti nei diversi territori.

In secondo luogo, devono invertire il processo di spopolamento delle aree rurali e dei piccoli insediamenti a partire, ad esempio, dal mantenimento e rafforzamento di servizi e attività economiche capaci di garantire un’adeguata qualità della vita per le popolazioni residenti. In Europa si stanno affermando buoni esempi ai quali ispirarsi, come nel caso delle iniziative che hanno coinvolto alcuni comuni della provincia spagnola di Teruel, sviluppate nell’ambito del progetto Multiservicio Rural.

In terzo luogo, devono servire a salvaguardare le aree pregiate sotto il profilo ambientale, attraverso interventi volti a rafforzare la resilienza dei territori e mitigare l’impatto del cambiamento climatico. È di questi giorni la notizia che ci saranno zone costiere della Sardegna destinate a scomparire nell’arco di pochi decenni. Possiamo far finta di nulla e continuare, magari, a costruire vicino al mare, al di là del numero dei metri consentiti?

In quarto luogo, devono dare la priorità alla riqualificazione delle aree compromesse: il cosiddetto paradiso sardo di aree inquinate ne ha fin troppe, da Porto Torres a Ottana, fino a Porto Vesme. In quinto luogo, devono supportare un’organizzazione eco-compatibile delle attività lavorative e socio-culturali presenti nelle città e nei paesi.

In Europa ci sono interessanti esperimenti urbanistici che stanno assecondando la logica delle “brevi distanze”. Che significa, in altre parole, riportare l’attenzione sul patrimonio urbano esistente, favorendone la riqualificazione e il riuso, invece di consentire piani urbanistici espansivi che portano la popolazione fuori dalla cosiddetta città compatta. Dire stop al consumo del territorio non significa mortificare il settore edilizio, bensì orientarlo verso ciò che già c’è.

Come un déjà-vu ho ascoltato dichiarazioni su destagionalizzazione del turismo connessa alla crisi del settore edilizio, ma se vogliamo turisti anche in altre stagioni, bisogna iniziare a guardare la Sardegna di dentro e occuparsene per davvero. Alla luce di queste riflessioni, dei candidati alla presidenza, vi è qualcuno che dichiari esplicitamente Stop al consumo del suolo?

Fonte: Sardegna Soprattutto

Andrea Pubusa

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Tonino Dessì ieri ha di nuovo illustrato in questo blog origini ed effetti dell’art. 116, comma terzo, che prevede la c.d. autnomia differenziata. Non è il perverso Salvini e neanche l’allora leader del Carroccio Bossi ad avere creato le premesse per la situazione attuale. E’ stato il centrosinistra nel 2001 a cucinare il vigente titolo V sulla base di una torsione culturale in seno alla sinistra che metteva in soffitta Gramsci e la sua questione meridionale e abbracciava una linea leghista moderata in nome di una nuova fenomenale invenzione la “questione settentrionale”. Il problema storico dell’unità italiana non era il dualismo Nord/Sud, su cui si era cimentato il meglio dell’intellettualità democratica del paese e del Meridione,  ma quello di rinforzare i poteri istiruzionali del settentrione, del triangolo industriale. Fu in questa temperie che dall’art. 119 Cost. fu espunta la questione meridionale e insulare e fu prevista la possibilità di rinforzare le autonomie del Nord, già in vantaggio, di fatto, per ragioni economiche.
E’ sempre il centrosinistra nel 2018 col sottosegretario Bressa a firmare la preintesa col Lombardo-Veneto e l’Emilia Romagna come impegno da lasciare in eredità al futuro governo.
Sul piano costituzionale è, dunque, errato gridare “al lupo al lupo!“. Siamo in piena legalità costituzionale. Semmai, non da oggi lo sosteniamo Dessì ed io, a questo punto, bisogna utilizzare il 116 anche in favore della Sardegna e delle altre regioni, in modo da delineare un riequilibrio generale.
Ora il dibattito istituzionale si è spostato sul procedimento, che prevede un’intesa Stato/Regione e il voto del parlamento a maggioranzaa assoluta. Anche qui poche chiacchiere, è la Costituzione a prevederlo su formulazione e voto del centrosinistra nel 2001. E c’è poco da discutere. Si tratta di una riserva di legge rinforzata, ben nota ai costituzionalisti e prevista anche per regolare i rapporti fra Stato e confessioni religiose diverse da quella cattolica (art. 8 Cost.). Si grida allarmati al pericolo di un viaggio senza ritorno. Certo, una volta votata l’intesa, per revisionarla ci vuole un nuovo accordo con la regione interessata. Senza intesa niente modifica. Lo Stato unilateralmente non può farlo. Ma, attenzione, l’autonomia esiste se è garantita dalle incursioni unilaterali dello Stato, se no, tutto è fuorché autonomia.[1]

Oggi si discute sui poteri del  parlamento sulla intesa Governo/Regione presentato alle Camere. In questa fase credo che il Parlamento mantenga integri tutti i suoi poteri. Può proporre modifiche all’intesa, così come può bocciarla. Ovviamente le modifiche dovranno tornare sul tavolo del governo per una nuova intesa con la regione, e solo quando il testo dell’intesa non sarà oggetto di emendamenti potrà essere approvato a maggioranza asoluta. Quindi il prendere o lasciare non è assoluto, c’è spazio per un intervento delle Camere e governo e regioni devono essere pronti a sintonizzarsi con la volontà del parlamento, pena la disapprovazione parlamentare dell’intesa e il rigetto dell’istanza di autonomia differenziata della regione interessata.
Pertanto, ora viene il momento di avanzare in Parlamento le osservazioni e le critiche al testo che verrà trasmesso e le singole regioni, desiderose di maggiore autonomia, dovranno avere rispetto del dibattito e delle decisioni delle Camere. Non siamo in presenza di un vulnus, questa è la Costituzione, che offre alle regioni la facoltà di chiedere, al governo di recepire ciò che sembra ragionevole, al parlamento di discutere e reinviare il testo al governo, ed infine di approvare a maggioranza assoluta o non approvare.
Per fortuna siamo ancora nell’ambito di una procedura regolata dalla Costituzione e dai principi costituzionali. L’importante è che ognuno degli attori faccia il proprio dovere, consapevole delle conseguenze che scelte di questa natura hanno sull’evoluzione del nostro ordinamento, che fra i suoi principi fondamentali contempla anche l’unità, non solo territoriale, ma anche giuridica e istituzionale.

References

  1. ^ in questo blog (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

Tonino Dessì

Continuiamo la riflessione sul tema caldo dell’autonomia differenziata con questo contributo, come sempre fuori dal coro, di Tonino Dessì.

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Non condivido praticamente nulla di quanto in alcuni ambienti della sinistra si sta agitando contro il procedimento di attuazione del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione avviato dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.
Naturalmente vorrò vedere i contenuti del disegno di legge che -pare- il Governo avrebbe varato o varerà e che dovrà essere approvato con una particolare maggioranza rinforzata (la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera) dal Parlamento.
Può essere infatti che contenga previsioni talmente esorbitanti e squilibrate da minare la coesione finanziaria e conseguentemente quella economica e sociale del Paese.
Se così fosse andranno efficacemente contestati e contrastati i contenuti concreti e perfino l’intero impianto del disegno di legge.
Ma quella modalità di conferimento di un’autonomia differenziata alle Regioni ordinarie è prevista dalla legge costituzionale di riforma del Titolo V proposta e approvata dal centrosinistra ulivista nel 2001, confermata da apposito referendum costituzionale nello stesso anno e rafforzata dall’esito di ben altri due successivi referendum costituzionali, nel 2006 e nel 2016, che hanno respinto altrettante leggi di revisione volte a modificarla in un senso o nell’altro.
I limiti di quella riforma costituzionale alcuni di noi li evidenziammo, anche nella discussione che si sviluppò in Sardegna, senza tuttavia esser ascoltati.
Fra questi, vorrei ricordarlo, l’eliminazione dall’articolo 119 della costituzionalizzazione della questione meridionale e di quella insulare come questioni “nazionali” della Repubblica e la mancata riforma del Parlamento con la costituzione del Senato delle Regioni.
Fu certamente un precedente gravido di conseguenze anche l’approvazione della riforma costituzionale col solo voto della maggioranza di governo (ancorchè il referendum poi abbia consacrato quella riforma con l’approvazione popolare).
Prevalse allora, oltre che l’istanza “federalista” -ma al fondo, se non secessionista, quantomeno dualista- della Lega, anche il centronordismo (una forma non esplicita di leghismo) ormai penetrato nella cultura politica delle Regioni a guida di sinistra e nel corpo strutturato fondamentale del partito di riferimento.
In Sardegna, d’altra parte, prevalse nella sinistra la convinzione esplicita che la riforma segnasse il definitivo superamento della specialità e che ormai l’unico compito da assolvere fosse quello di adeguare il nostro ordinamento particolare al nuovo ordinamento generale ordinario.
Dovrei sorprendermi nel leggere che tra quanti si stracciano oggi le vesti ci sia chi allora sostenne stolidamente quell’orientamento: ma in realtà quello di oggi mi pare il riflesso dello stesso atteggiamento di allora.
Nel frattempo la riforma del Titolo V un assestamento lo ha trovato e anche i contenziosi fra Stato e Regioni, grazie alla giurisprudenza della Corte Costituzionale, son stati appianati: oggi ormai sono rientrati in una dimensione fisiologica.
Quello che non è stato superato è il dualismo del Paese, che anzi si è accentuato. Però diciamocela tutta: questa accentuazione del dualismo è anche conseguenza di scelte consapevoli dei governi che si son succeduti, senza particolari differenze, sul punto, fra governi di centrodestra e governi di centrosinistra.
Peraltro non ci si deve stupire se alcune Regioni, consolidato quanto acquisito a partire dal 2001, ora puntino a utilizzarne le opportunità costituzionali di sviluppa in termini di poteri e di risorse.
A me non sfugge inoltre che anche questa partita si gioca ora su un terreno tutto politico.
Il disegno di legge in discussione necessita, per l’approvazione, del voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. Quel disegno di legge perciò non passa se non concorrono due condizioni: un accordo dentro la maggioranza e un accordo fra maggioranza e parti delle opposizioni. Al momento i media ci informano che il M5S è contrario, nonostante l’argomento rientri nel “Contratto di governo”.
Forse alla Lega non importa nell’immediato portare a casa il risultato. Ma sia chiaro che chi si schiera oggi per principio contro un’intesa raggiunta dopo i due referendum consultivi della Lombardia e del Veneto e dopo l’intesa fra il Governo Gentiloni e la Regione Emilia Romagna rischia di sparire elettoralmente dal centro-nord italiano e allora si che il Paese si spaccherà di fatto pressocchè irreparabilmente.
Ecco perché insisto sul fatto che opporsi e basta non serve a nulla.
Menar scandalo perché determinate condizioni politiche (germinate nella trascorsa legislatura e maturate in quella corrente) stanno portando a conclusione un processo in linea di principio del tutto legittimo a me pare insensato.
Occorre piuttosto riprendere politicamente un filo di attuazione ordinamentale complessiva del Titolo V. In caso contrario vedo più carte in mano alla Lega che al resto delle forze politiche.
Insomma, oltre che vigilare affinché la concessione dell’autonomia differenziata alle tre Regioni più ricche del Paese non abbia le conseguenze che molti paventano, occorrerebbe rilanciare un progetto sostenibile di completamento e di evoluzione dello schema del Titolo V tale da coinvolgere l’intero ordinamento regionale, ordinario, differenziato e speciale, con tutti i riflessi e le conseguenze sull’ordinamento dello Stato a Costituzione vigente.
Quanto alla Sardegna, ci troviamo per l’ennesima volta alla riedizione di una situazione che ben conosciamo.
L’annosa paralisi dell’iniziativa e prima ancora della stessa elaborazione sull’aggiornamento della specialità ci prende nuovamente di contropiede e accentua quel carattere di ritardo che ha finito per connotare l’autonomia sarda, ancorchè costituzionalmente speciale, rispetto alle regioni ordinarie.
Cavalcare anche noi suggestioni neocentraliste per mero motivo di contrasto politico verso i soggetti coinvolti (Governo italiano e Governi di due delle tre regioni interessate) sarebbe davvero paradossale.
Certo è che anche il precipitare di questa vicenda mette in luce la mediocrità del confronto politico e programmatico che ha caratterizzato fin dall’inizio la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale e per l’elezione del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Ho espresso in altre circostanze[1] l’opinione che l’opportunità del terzo comma dell’articolo 116 non sia preclusa alle Regioni speciali, senza attendere la maturazione delle condizioni per una revisione di natura e con procedimento costituzionale dello Statuto speciale. Richiamo anche oggi la questione almeno come tema da discutere.
Purtroppo però mancano ormai poco più di dieci giorni dal voto e temo che siano troppo pochi per aspettarci un salto di qualità veramente coinvolgente su una questione come questa, così cruciale per il futuro della nostra Isola.

References

  1. ^ in altre circostanze (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

Andrea Pubusa

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Tonino Dessì ieri ha di nuovo illustrato origini ed effetti dell’art. 116, comma terzo, che prevede la c.d. autnomia differenziata. Non è il perverso Salvini e neanche l’allora leader del Carroccio Bossi ad avere creato le premesse per la situazione attuale. E’ stato il centrosinistra nel 2001 a cucinare l’attuale titolo V sulla base di una torsione culturale in seno alla sinistra che metteva in soffitta Gramsci e la sua questione meridionale e abbracciava una linea leghista moderata in nome di una nuova fenomenale invenzione la “questione settentrionale”. Il problema storico dell’unità italiana non era il dualismo Nord/Sud, su cui si era cimentato il meglio dell’intellettualità democratica del paese e del Meridione,  ma quello di rinforzare i poteri istiruzionali del settentrione, del triangolo industriale. Fu in questa temperie che dall’art. 119 Cost. fu espunta la questione meridionale e insulare e fu prevista la possibilità di rinforzare le autonomie del Nord, già in vantaggio, di fatto, per ragioni economiche.
E’ sempre il centrosinistra col sottosegretario Bressa a firmare la preintesa col Lombardo-Veneto e l’Emilia Romagna come impegno da lasciare in eredità al futuro governo.
Sul piano costituzionale è, dunque, errato gridare “al lupo al lupo!“. Siamo in piena legalità costituzionale. Semmai, non da oggi lo sosteniamo Dessì ed io, bisogna utilizzare il 116 anche in favore della Sardegna e delle altre regioni, in modo da delineare un riequilibrio generale.
Ora il dibattito istituzionale si è spostato sul procedimento, che prevede un’intesa Stato/Regione e il voto del parlamento a maggioranzaa assoluta. Anche qui poche chiacchiere, è la Costituzione a prevederlo su formulazione e voto del centrosinistra nel 2001. E c’è poco da discutere. Si tratta di una riserva di legge rinforzata, ben nota ai costituzionalisti e prevista anche per regolare i rapporti fra Stato e confessioni religiose diverse da quella cattolica (art. 7 Cost.). Si grida allarmati al pericolo di un viaggio senza ritorno. Certo, una volta votata l’intesa, per revisionarla ci vuole un nuovo accordo con la regione interessata. Senza intesa niente modifica. Lo Stato unilateralmente non può farlo. Ma, attenzione, l’autonomia esiste se è garantita dalle incursioni unilaterali dello Stato, se no, tutto è fuorché autonomia.

Oggi si discute sui poteri del  parlamento sulla intesa Governo/Regione presentato alle Camere. In questa fase credo che il Parlamento mantenga integri tutti i suoi poteri. Può proporre modifiche all’intesa, così come può bocciarla. Ovviamente le modifiche dovranno tornare sul tavolo del governo per una nuova intesa con la regione, e solo quando il testo dell’intesa non sarà oggetto di emendamenti potrà essere approvato a maggioranza asoluta. Quindi il prendere o lasciare non è assoluto, c’è spazio per un intervento delle Camere e governo e regioni devono essere pronti a sintonizzarsi con la volontà del parlamento, pena la disapprovazione parlamentare dell’intesa e il rigetto dell’istanza di autonomia differenziata della regione interessata.
Pertanto, ora viene il momento di avanzare in Parlamento le osservazioni e le critiche al testo che verrà trasmesso e le singole regioni, desiderose di maggiore autonomia, dovranno avere rispetto del dibattito e delle decisioni delle Camere. Non siamo in presenza di un vulnus, questa è la Costituzione, che offre alle regioni la facoltà di chiedere, al governo di recepire ciò che sembra ragionevole, al parlamento di discutere e reinviare il teso al governo, ed infine di approvare a maggioranza assoluta o non approvare.
Per fortuna siamo ancora nell’ambito di una procedura regolata dalla Costituzione e dai principi costituzionali. L’importante è che ognuno degli attori faccia il proprio dovere, consapevole delle conseguenze che scelte di questa natura hanno sull’evoluzione del nostro ordinamento, che fra i suoi principi fondamentali contempla anche l’unità, non solo territoriale, ma anche giuridica e istituzionale.

Fonte: Democrazia Oggi

due

Uno dei grandi equivoci resistenti è che la realtà pastorale della Sardegna sia uniforme. L’unico fatto di unione è solo il basso prezzo del latte. In realtà è un settore variegato, si va dal pastore con cento pecore ad allevamenti con mille e più capi. Realtà differenti rispecchiate nel mondo della trasformazione. Vi sono impianti piccoli che producono formaggi freschi o cagliate come su casu agedu o cagiadu che spesso lavorano solo il latte del proprio allevamento, rivolti a un mercato di prossimità.

Minicaseifici aziendali che lavorano il latte crudo e hanno successo nei mercati internazionali vendendo nei negozi specializzati. Cooperative che fanno solo Pecorino Romano. Altre, le più grosse, multi prodotto e infine gli industriali, uno dei quali è leader in Italia.

Gli sforzi per la diversificazione dal Pecorino Romano risalgono ai primi anni ‘70. Fu l’allora IZC di Bonassai, oggi Agris, che sotto la direzione del compianto dott. Casu operò delle sperimentazioni su formaggi freschi e semicotti che vennero trasferite ai trasformatori per la produzione. Lo stesso pecorino Romano negli anni ha subito una evoluzione costante, si è passati da concentrazione di sale del 7% al 3%; da commodity a formaggio da tavola apprezzato dai  consumatori.

Peccato che  quella tipologia sia minore rispetto a quello classico che trova collocazione soprattutto negli Usa come formaggio da grattugia. Si fa spesso il paragone con il Roquefort francese dove il latte può essere pagato anche 1,20€ litro. Questo è un formaggio a latte crudo, prodotto con una materia prima con cariche microbiche quasi inesistenti. In Sardegna non è sempre così e per questa ragione il latte viene termizzato.

Diversificare con prodotti freschi non è facile, un caseificio deve avere una linea separata rispetto alla produzione del Romano. Quest’ultimo peraltro è un formaggio facile, la sua alta concentrazione di sale, la stagionatura, la bassa umidità lo rende sicuro rispetto a quelli ad alta umidità che più facilmente vanno incontro a  difetti di maturazione e conservazione.

Il Romano abbisogna di strutture produttive relativamente semplici, soffre di un calo di peso dell’8%.  Il Pecorino Sardo dop ha un calo del 18% in un anno. Una caciotta di  25-30 giorni subisce una diminuzione di peso del 20%. Chi produce fresco sa che vi è un grande ricambio del prodotto, date di scadenza stringenti, perché se non le si rispetta quel formaggio subisce una degradazione proteolitica; benché ancora edibile ha una variazione di gusto che il consumatore può non gradire.

I controlli della qualità del latte in entrata sono identici sia per i molli che per quelli a pasta dura. La propensione all’adulterazione del latte da parte degli allevatori, benché diminuita di molto, persiste. Un test per ricerca dei  latti anomali, inibenti e degli antibiotici costa 2€ e bisogna farlo tutti i giorni su ogni fornitore, altrimenti è a rischio tutta la produzione.

Se il distributore, ad esempio la GDO, trova tracce di antibiotico o latte vaccino o di capra in una partita, rescinde il contratto e sottopone il trasformatore a multe pesantissime. Senza contare i controlli del NAS. Peraltro i buyer verificano lo stabilimento costantemente, non solo i locali di produzione, ma la pulizia dei bagni e degli uffici, gli spogliatoi dei dipendenti, l’uso di camici, cuffie e sovrascarpe per i visitatori e per il personale di linea.

In più bisogna calcolare i costi del packaging per il confezionato, il peso fisso, che deve essere preciso al grammo, se no il distributore può rimandare indietro la fornitura. Sui grandi numeri la GDO è il cliente obbligato, ma sono loro a fare il prezzo; fanno gare al ribasso, occorre comprare gli spazi espositivi, pagano a 180 giorni. Una caciotta che costa 5€ al kg franco stabilimento viene venduta a 13-14€ il chilo.

Come tutti i prodotti agricoli è la distribuzione che ha i margini più ampi. Per una piccola struttura, poniamo una cooperativa che produce solo Romano, sono investimenti ingenti che i soci raramente possono sopportare, non sono più disponibili quelli pubblici perché vietati dai regolamenti Ue come aiuti di Stato. La presenza nel mercato bisogna guadagnarsela con un investimento continuo nel tempo.

Che fare? Il Pecorino Romano non può essere abbandonato, bisogna però che la produzione resti costantemente sotto i 270.000 quintali, anzi occorre diminuirla in modo che il prezzo raggiunga i 9 euro del 2015. La diversificazione se si trattano milioni di litri, potranno farla solo grandi centrali cooperative o grossi imprenditori che potranno disporre dei mezzi e professionalità per poter aggredire un mercato competitivo dove ogni anno si affacciano nuovi concorrenti.

La Sardegna con 3 milioni di pecore è obbligata a esportare.  Il surplus di latte si può trasformare in latte in polvere che ha un impiego in molti prodotti dell’agro industria. Perché non produrre yogurt pecorini? Oppure sperimentare l’uso alimentare del latte di pecora che ha un contenuto di vitamine più alto del vaccino e del caprino. Occorre poi insistere nel valorizzare le caratteristiche nutraceutiche come il CLA.

Scelte che impongono una diversificazione del prezzo, un latte da pascolo deve avere la stessa remunerazione di quello proveniente da allevamenti intensivi? Restano i pastori eroici, quelli che con piccole greggi resistono in aree marginali e di montagna. A loro dovrebbe essere riconosciuto l’impegno nella salvaguardia del territorio. Qualsiasi sia il prezzo del loro latte conferito a terzi, con armenti così ridotti non potranno sopravvivere.

La L.R. 12/2018 della Regione Toscana è la risposta; all’art. 5 dispone: Le attività di lavorazione, trasformazione e confezionamento dei prodotti di cui all’articolo 4 sono svolte presso i locali della propria azienda o abitazione. Ovvero in un piccolo locale attrezzato e viene consentita la vendita diretta. Un’attività simile dovrebbe essere preceduta da un corso di formazione in caseificazione che rilasci un attestato, seguite da autorizzazioni sanitarie e piani autocontrollo, così si potrebbe produrre in casa. In questo modo la remunerazione del latte per questi pastori potrebbe essere di 2€ al litro.

Il futuro è  complesso e difficile, occorrono scelte anche dure che impegnino tutti gli attori della filiera che debbono diventare parte attiva e consapevole: dal pastore al trasformatore. Dalla raccolta latte al prodotto finito. Non vi è alternativa se non la scomparsa del settore.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto




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