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droga in sardegna

La Nuova Sardegna 30 novembre 2018. In Sardegna la droga ha acquisito una centralità mediatica, anche perché i sequestri di stupefacenti sono ormai diventati quasi quotidiani. L’Isola appare come un vero e proprio crocevia del traffico internazionale, oltre che luogo di produzione locale, seppure le forze dell’ordine abbiano perfezionato e reso più efficaci le loro azoni di contrasto alla criminalità organizzata, com’è quella legata al variegato mercato degli stupefacenti.

Se leggiamo le ultime relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo (DNA) – Distretto di Cagliari, vediamo che la Sardegna è diventata “area di destinazione e consumo di ogni tipo di stupefacente”: circa 300 kg di hashish sequestrati nel febbraio del 2016 all’interno di un container della nave Tirrenia proveniente da Napoli; 500 kg di hashish, occultati in una imbarcazione giunta nel porto di Cagliari, nell’aprile dello stesso anno e due mesi dopo ne sono stati sequestrati circa 480 kg; prima ancora, nel luglio del 2014, all’interno di un TIR con targa spagnola sono stati trovati 245.000 Kg di hashish suddiviso in panetti da 100 gr.

Questi sono solo alcuni esempi che ci dicono che, per un verso, la posizione geografica della Sardegna la porta ad essere snodo centrale di “correnti di transito della droga, soprattutto per quanto riguarda gli stupefacenti provenienti dal Marocco e dalla Spagna, ma anche dal Sudamerica, e diretti verso altre Regioni o verso i paesi del Nord Europa”; per un altro verso, è diventata luogo di destinazione e consumo per le popolazioni locali.

A tutto ciò si aggiunge la produzione per così dire in loco. E se nel primo caso, sono soprattutto le vie del mare ad essere utilizzate; nel caso della produzione diretta, sono per lo più le aree rurali e periurbane ad essere coinvolte.

Se andiamo a vedere i protagonisti di questo traffico constatiamo che vi sono almeno tre tipologie di autori: stranieri (prevalentemente di nazionalità nigeriana, sudamericana e albanese), italiani di altre regioni, per lo più del centro-sud, autoctoni in molti casi originari della zona centro orientale della Sardegna, ossia l’area dove è nato il banditismo sardo di cui ha scritto Antonio Pigliaru.

In tutti i casi si tratta di una criminalità transnazionale che tiene i contatti anche con altre organizzazioni criminali, quali quelle campana e calabrese che, come riporta l’ultima Relazione della DNA, hanno una grande disponibilità di “risorse umane”, di corrieri della droga.

C’è uno stretto collegamento tra la criminalità sarda che fa affari con la droga (ma anche con le armi, i cui proventi della vendita vengono reinvestiti in stupefacenti) e quella organizzata da sardi trapiantati in altre regioni, per lo più provenienti dalla stessa zona centro orientale, e che hanno ramificato i loro traffici sia nei luoghi di nuova residenza, sia in diverse regioni del nord Italia.

Ad esempio, così come in Sardegna si è diffuso il fenomeno delle coltivazioni illegali di marijuana, lo stesso sta accadendo anche in Toscana e Umbria, ad opera di emigrati sardi, provenienti quasi sempre, per l’appunto, dalla zona sopra citata. Insomma, cambiano i luoghi, i protagonisti e le forme di criminalità, ma non cambiano “le regole di una società scomparsa”, come abbiamo rilevato nei diversi Report dell’Osservatorio sociale sulla criminalità in Sardegna.

Gli effetti sociali di questo mercato illecito sono sotto gli occhi di tutti e stanno coinvolgendo soprattutto i più giovani, persino adolescenti, in particolare dei centri maggiori di Cagliari, Sassari e Nuoro, ma non sono esenti neppure gli insediamenti più piccoli, dove la droga può essere anche motivo della violenza più estrema: basta leggere le dinamiche raccontate da Enrico Carta che hanno portato all’omicidio di Manuel.

Questo significa che le azioni di contrasto delle forze dell’ordine sono importanti, ma che è necessario costruire degli anticorpi sociali che proteggano le parti più vulnerabili della nostra società, a partire da quelle più giovani.

Fonte: Sardegna Soprattutto

barumini

Il Giornale dell’Arte n 38, novembre 2018. Il nostro Paese guida la classifica mondiale. Ma il «marchio» produce uno scarso ritorno turistico Dopo di noi, che vantiamo 54 siti inseriti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco (record mondiale), c’è la Cina: 53 luoghi che danno slancio all’economia turistica del Paese.

Da noi, al contrario  della maggior parte  d’Europa, mancano statistiche ufficiali sugli introiti legati ai tesori d’arte e di natura inseriti nella World Heritage List. «Nel mondo questi siti attraggono visitatori e hanno precise graduatorie economiche ben rintracciabili da tutti, scrive il Touring Club, tranne in Italia dove spesso, privi di studi specializzati e semplici dati di affluenza, molti siti sono lasciati al degrado».

Uno studio del 2017 di Pricewaterhouse Coopers (PwC), un network internazionale specializzato in revisione di bilanci, consulenze legali e fiscali che opera in 160 Paesi Italia compresa, scrive che i siti Unesco del nostro Paese hanno uno scarso ritorno commerciale: 16 volte inferiore a quelli degli Stati Uniti (la metà dei siti italiani), 7 volte meno di quelli inglesi e 4 dei francesi.

La lista dei 10 siti Unesco più visitati al mondo si apre con Angkor Wat, in Cambogia e, unico sito italiano, Matera, salita al sesto posto dell’elenco nel 2017 grazie alla forte promozione internazionale della città lucana, che sarà Capitale europea della Cultura nel 2019.

Manca ancora da noi la realizzazione del progetto «Rete Siti Unesco» elaborato da anni dall’Associazione Province Unesco Sud Italia: cofinanziato dal Mibac e promosso dall’Unione Province Italiane (Upi), dovrebbe, con oltre un milione di euro già investiti, «promuovere l’offerta delle risorse paesaggistiche e culturali in 14 siti sofferenti e abbandonati».

Questi siti, oltre al degrado come nella necropoli delle 6mila tombe di Pantalica in Sicilia, soffocata dalla vegetazione spontanea, o a Villa d’Este a Tivoli, con il viale d’ingresso occupato da una rete di bancarelle abusive che impediscono l’ingresso a disabili e scoraggiano i turisti, sono carenti anche di servizi essenziali come, in alcuni casi, le toilette.

Il 70% dei nostri siti Unesco è privo di semplici cartelli didattici ed è assente la connessione con gli altri luoghi d’arte del territorio: mancano sussidi multimediali e nuove tecnologie. «Una gita da incubo, quella recente a Castel del Monte, Puglia, sito Unesco dal 1996», racconta Francesco D’Andria, archeologo dell’Università del Salento.

Deluso dalla visita al magnifico castello ottagonale senza alcuna informazione e, all’uscita, centinaia di turisti e scolaresche in una bolgia disordinata: gli infopoint con le indicazioni dell’orario delle navette erano fuori uso. «Un vero medioevo: mezzi pubblici che passavano veloci fermandosi a caso inseguiti da gruppi di turisti. Eravamo  impauriti ed esterrefatti». Il caos di fronte a uno dei simboli della cultura mondiale.

«Uno scandalo», afferma D’Andria, che fino allo scorso anno ha diretto la Missione archeologica italiana a Hieropolis, sito Unesco in Turchia. Forse non è un caso che Hierapolis/Pamukkale, dotato di strumenti modernissimi, ricostruzioni virtuali e percorsi con punti di ristoro e souvenir firmati da celebri artigiani e artisti, abbia avuto oltre 2 milioni di visitatori nel 2017 mentre Castel del Monte si è fermata a 250mila.

Fonte: Sardegna Soprattutto

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MicroMega.com 27 novembre 2018. Immagina un ufficio nel quale ogni funzionario, aspirando al prestigio e al potere, vuole moltiplicare i suoi subordinati e ridurre i suoi rivali. Per ottenere questo scopo, il burocrate A si lamenta con i suoi superiori (che sia vero o meno!) di avere troppo lavoro da svolgere. Esistono tre fondamentali risposte alle sue lagnanze: può dividere il lavoro con un collega di pari livello B, oppure può farsi aiutare da un subordinato C, o infine può ottenere l’assunzione di due subalterni, C e D.

La soluzione che si avvale di B non gli sta bene, poiché costui sarebbe un rivale per la promozione. Nemmeno gli aggrada la soluzione in cui viene assunto soltanto C, in quanto costui costituirebbe il suo unico sostituto, e quindi un suo potenziale rivale. Se invece entrano in ufficio C e D, il funzionario A li comanda facilmente, mettendo l’uno contro l’altro, e accresce il proprio prestigio e potere, essendone il capo.

Dopo un po’ di tempo, l’impiegato C si lamenterà (che sia vero o meno!) di avere troppo lavoro; in base alla stessa logica, arriveranno E ed F. Si lagnerà anche D e giungeranno G e H ad aiutarlo. Così otto burocrati copriranno i compiti che all’inizio svolgeva uno solo!

Ho appena ricordato la cosiddetta “legge di Parkinson”, secondo cui le organizzazioni tendono a espandersi indipendentemente dalla quantità di lavoro da svolgere[1]. In due suoi libri recenti, l’antropologo David Graeber si sofferma sullo stesso fenomeno: la burocratizzazione del mondo e il proliferare di lavori superflui, privi di senso e perfino dannosi[2].

Graeber distingue i “lavori socialmente utili” mediante un esperimento di pensiero: chi di noi sentirebbe la mancanza di una determinata mansione, se essa scomparisse dall’oggi al domani? Assolutamente vitali per la società sono attività monotone, usuranti e senza prestigio, come l’infermiere, il netturbino, il meccanico, il conducente di autobus, il commesso del negozio di alimentari, il vigile del fuoco, il contadino o il cuoco.

Plausibilmente rilevanti sono il maestro di scuola elementare o certe categorie di scrittori, artisti e musicisti (senza i quali il mondo sarebbe un luogo più triste); ma anche chi fabbrica beni tangibili di consumo quotidiano, chi eroga servizi qualificati nell’ambito della salute pubblica (come il medico) o chi, esercitando per “volontariato” mansioni altruistiche, spesso nemmeno viene retribuito.

Piuttosto – specialmente in ambito burocratico e finanziario, così del settore pubblico come di quello privato –, un buon numero di colletti bianchi vengono pagati per non fare nulla l’intera giornata. In termini di efficienza economica, si tratta di lavori fittizi, fasulli, sostanzialmente inventati, che appesantiscono i costi dell’organizzazione e che quindi costituiscono attività irrazionali. Il loro scopo principale è extraeconomico: tenere impiegata una fascia della popolazione che altrimenti – di fronte alla debolezza della crescita mercantile e al dilagare dell’automazione – rimarrebbe disoccupata.

Questa economia fasulla (bullshitisation) si articola per Graeber in cinque principali comparti. La funzione dei “tirapiedi” consiste nel far sentire importanti i superiori con servigi spesso inutili. Gli “sgherri” hanno il compito di convincerci che la loro organizzazione è migliore delle altre; spesso addirittura sono reclutati per consentire all’organizzazione di affermare che sta facendo qualcosa che in effetti non sta facendo, come accade per quelli che ne curano l’immagine su tematiche socialmente ed eticamente sensibili.

I “ricucitori” risolvono problemi che non dovrebbero esistere, essendo generati da gaffe, errori e pigrizie dei propri capi. I “barracaselle” (o “passacarte”) sono addetti a compilare moduli e rapporti che nessuno guarderà. I “capomastri”, infine, sono controllori il cui lavoro si riduce a guardare altri che lavorano, nonché a inventare compiti inutili per tenere occupati i sottoposti.

Graeber dedica molte pagine a illustrare che chi svolge lavori fasulli o “del cavolo” (bullshit jobs) ne è consapevole. Semplicemente, deve evitare di riconoscerlo. Privatamente può lamentarsi, percependo la propria vita come priva di senso. In ufficio può trascorrere ore e ore in attività completamente estranee al mansionario per il quale riceve lo stipendio. Ma formalmente deve manifestare apprezzamento per l’organizzazione che lo recluta, difendendola nei riguardi dei suoi critici.

La sua è dunque una condizione esistenziale schizofrenica, nella quale una parte della propria identità annaspa, fatica a rassegnarsi e talvolta prova a scappare, mentre l’altra parte è intrappolata in un copione prestabilito da recitare invariabilmente giorno dopo giorno. Né basta sottostare al ricatto del licenziamento, alla lealtà verso il superiore e all’accettazione passiva delle procedure. La fedeltà all’organizzazione richiede la complicità: «gli scatti di carriera […] dipendono soprattutto da quanto si è disposti a stare al gioco, facendo finta che si basino sul merito»[3].

L’economia fasulla spinge alle estreme conseguenze il processo di burocratizzazione. Se inizialmente si introducono mansioni burocratiche per risolvere un problema, l’organizzazione, una volta che incorpora quelle mansioni, incontra nuovi problemi i quali, a loro volta, appaiono affrontabili soltanto per via burocratica. In una battuta, si creano commissioni per risolvere il problema delle troppe commissioni[4].

Come nella “legge di Parkinson”, illustrata in apertura, anche ammettendo che il reclutamento del primo funzionario abbia un’utilità, i sette addetti che vengono successivamente impiegati danno forma ad uno stuolo di attività fittizie.

La migliore comprova si incontra nelle organizzazioni che, essendo prive di progresso tecnologico, non avrebbero ragioni per modificare il proprio assetto. È il caso del mondo universitario. Da trent’anni, annota Graeber, negli Atenei statunitensi o britannici il numero di amministrativi supera quello dei docenti, e i docenti sono costretti a dedicare alle attività amministrative almeno lo stesso tempo che destinano a ricerca e insegnamento messi assieme.

L’esito paradossale è un mare di scartoffie in cui si parla d’incoraggiare la creatività, ma che in effetti esiste proprio per strangolare qualsiasi creatività (e qualunque pensiero critico)[5].

Marx sosteneva che, per far funzionare il capitalismo, deve esistere un “esercito industriale di riserva”, formato di disoccupati. Adesso quell’esercito viene suddiviso in tre parti: accanto ai disoccupati veri e propri, vi sono i lavoratori fittizi che, essendo remunerati a vuoto, temono di perdere il loro privilegio e si mantengono abbarbicati allo status quo; e vi sono quelli che, immersi nell’incertezza e nel precariato, sono unicamente preoccupati di galleggiare.

Così, applicando la logica del divide et impera, il sistema economico aumenta la propria capacità egemonica opponendo chi cerca lavoro, a chi ha un lavoro fittizio, a chi si batte nella gig economy. Graeber respinge la tesi, molto diffusa, per la quale questa evoluzione strutturale dipenderebbe dall’ascesa del settore dei servizi. La riconduce alla crescita della finanza, ma, più a fondo, allo svuotamento del modo capitalistico di produzione, a favore di un “feudalesimo manageriale” in cui ricchezza e potere sono attribuiti su basi non economiche, bensì politiche.

Come il feudalesimo medioevale aveva la tendenza a creare infinite gerarchie di signori, vassalli e servi, così l’attuale sistema – basato sullo sfruttamento delle rendite di posizione – tende ad articolarsi in una infinita stratificazione nella quale quasi tutti siamo, allo stesso tempo, subordinati a qualcuno e superiori ad altri.

La riflessione di Graeber – della quale abbiamo fin qui dato conto – ha il pregio di attirare l’attenzione su una delle principali strategie di consenso politico che oggi viene perseguita: l’economia dei lavori fasulli è un formidabile ammortizzatore sociale, nei riguardi di una crescita economica che non genera occupazione adeguata in quantità e in qualità[6]. Essa mostra però anche notevoli debolezze sul versante dell’indagine e della spiegazione teorica.

Il volume Bullshit jobs non poggia su una documentazione empirica rigorosa e sistematica. Esordisce menzionando un sondaggio per il quale, in Gran Bretagna, quasi 4 intervistati su 10 (il 37%) giudica il proprio mestiere completamente inutile[7]. Ma, soprattutto, sostituisce la ricerca etnografica di campo, che nella tradizione antropologica richiede canoni metodologici severi, con pagine e pagine di brani tratti dalla “grande discussione online” che è seguita all’articolo iniziale di Graeber sull’argomento, rimpiazzando la “osservazione partecipante” con l’aneddotica.

Passando al versante teorico, Graeber non può evitare la domanda centrale: come distinguere i “veri” lavori che creano valore da quelli fasulli? Qualunque risposta non può non discendere da una concettualizzazione dell’economia, implicita o esplicita che essa sia. Graeber prova a rispondere riferendosi all’autovalutazione delle persone: se un impiegato giudica privo di significato il proprio lavoro, esso è un “lavoro del cavolo”.

Si tratta di un criterio imperniato su opinioni e credenze individuali, che non scontatamente collima con un altro, pure invocato da Graeber: che un determinato lavoro sia riconosciuto come benefico per altri sulla base di una valutazione collettiva. Anzi, ed è un punto cruciale per un pensatore anarchico (come Graeber si qualifica), tra i due criteri può aprirsi una divaricazione, ogni volta che la libertà dei singoli esprime preferenze e valori contrastanti le ideologie correnti.

Consapevole della difficoltà, Graeber passa, verso la fine del suo libro, ad un terzo criterio: un’attività lavorativa è utile, e quindi dotata di senso, non quando genera beni tangibili o ricchezza materiale, né quando aumenta il tempo libero, e nemmeno quando accumula profitto per i capitalisti, bensì quando crea socialità. I lavori produttivi di valore sono insomma quelli che non vorremmo fossero svolti da una macchina, ossia i lavori di cura[8]. Con questo criterio l’autore scivola sul terreno dell’analisi normativa, chiedendosi non come il sistema economico funziona, ma come dovrebbe funzionare.

Riassumendo, Graeber fornisce non una ma tre risposte: i lavori “veri” sono quelli che ognuno giudica tali; sono quelli che la collettività considera tali; sono infine quelli che l’intellettuale auspica siano tali. Purtroppo, più risposte tra loro incompatibili non aiutano a capire. Per fortuna, su questa tematica sono disponibili elaborazioni molto più solide.

Una argomenta che è produttivo il settore dell’economia che produce qualcosa (di materiale o immateriale) che (direttamente o indirettamente) sia usabile nella riproduzione di tutte le merci, e quindi nell’accumulazione capitalista. Un’altra sostiene che è produttivo il lavoro pagato dal capitale, mentre non lo è quello remunerato dalla spesa del reddito; è quindi improduttivo il lavoro che, esterno alla sfera dei rapporti capitalisti, riguarda la realizzazione del valore aggiunto o il trasferimento di diritti di proprietà su beni e ricchezza[9].

Una terza, infine, unisce le due posizioni precedenti: è produttivo il lavoro che si scambia con il capitale e che è impiegato nella fase produttiva del circuito del capitale, anziché nelle fasi della realizzazione o della finanza[10]. Il tratto che accomuna queste posizioni è che tutte e tre prima costruiscono una teoria del modo di produzione capitalistico, per poi dedurre che sono produttivi soltanto i lavori che rientrano nell’oggetto teorico. Invece di interrogarsi sui requisiti del lavoro “vero” e di quello fasullo, questi approcci classificano i lavori secondo un semplice e coerente criterio in-out: se essi rientrano o meno nei rapporti capitalistici di produzione.

In un prossimo articolo, vedremo come tale orientamento metodologico venga riformulato e applicato in un importante libro appena uscito: Il valore di tutto, di Mariana Mazzucato. Concludendo su Graeber, siamo davanti ad un autore che merita sempre di essere letto, essendo tra i pochi capaci di enunciare spunti originali e di attaccare ferocemente gli schemi mentali assodati: due pregi dei quali il suo precedente volume Debito costituisce la migliore manifestazione[11].

Egli tuttavia non s’impegna ad elaborare una teoria del sistema socio-economico contemporaneo, limitandosi a raccontarne la burocratizzazione, a descriverne i comportamenti rapaci, o a forgiare l’etichetta di “feudalesimo manageriale”. In assenza di una teoria, la “economia dei lavori fasulli” colpisce suggestivamente un bersaglio grosso, ma non riesce a spiegarlo.

NOTE

[1] Cyril Northcote Parkinson, La legge di Parkinson (1958), Etas, Milano, 1980.
[2] David Graeber, Burocrazia (2015), Il Saggiatore, Milano, 2016; Bullshit jobs, Garzanti, Milano, 2018.
[3] Burocrazia, p.28.
[4] Burocrazia, p.129.
[5] Burocrazia, pp.116-117.
[6] Su questa tematica, rimando a Nicolò Bellanca, “La sinistra e il futuro che ci aspetta: Randall Collins” (2018), all’indirizzo http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-sinistra-e-il-futuro-che-ci-aspetta-randall-collins/
[7] Vedi https://yougov.co.uk/topics/lifestyle/articles-reports/2015/08/12/british-jobs-meaningless. Graeber avrebbe potuto anche citare uno studio dell’Harvard Business Review, su un panel di 12.000 professionisti, che evidenzia come la metà circa degli intervistati percepisce il proprio lavoro come privo di senso (vedi https://hbr.org/2014/02/all-work-has-meaning-almost). Tuttavia, non bastano un paio di sondaggi per disporre di una robusta base empirica.
[8] Bullshit jobs, p.318.
[9] Entrambe le tesi sono esposte in Aldo Barba e Giancarlo de Vivo, “An ‘unproductive labour’ view of finance”, Cambridge journal of economics, 36, 2012, pp.1479-96.
[10] Duncan K. Foley, “Rethinking financial capitalism and the ‘information’ economy”, Review of radical political economy, 45(3), 2013, p.261 .

[11] Vedi Nicolò Bellanca, “Il debito come dispositivo di schiavitù. Una nota su David Graeber”, Jura Gentium, 2013, all’indirizzo http://www.juragentium.org/topics/global/it/bellancagraeber.pdf

Fonte: Sardegna Soprattutto

pier paolo

Left. L’unico giornale di sinistra 1 dicembre 2018. In Italia è ormai da molti anni che non esiste più un partito di sinistra che sia rappresentativo. C’è un elettorato che è orfano. E c’è anche un elettorato che non ha mai trovato una propria rappresentanza in un partito. I partiti che si dicono di sinistra non riescono più a comprendere cosa vogliono i propri potenziali elettori e soprattutto non riescono più a proporre un progetto e un’idea di società diversa.

Come se non ci fosse più la capacità di immaginare una società nuova e anche di comprendere quelle che sono le domande di persone che sono diverse da quelle che erano l’elettorato anche solo di una decina di anni fa.

Accanto alla domanda ovvia di una possibilità di vivere la propria vita dignitosamente c’è l’altra domanda che è quella di vivere la propria vita realizzando se stessi. Quindi i bisogni e le esigenze.

I bisogni sono gli stessi di sempre. E sono stati sempre, storicamente, il campo dove la sinistra è stata, nel supporto alla lotta per ottenere retribuzioni giuste e servizi pubblici che fossero per tutti, a prescindere dal censo.

I bisogni non sempre sono soddisfatti. Ci sono situazioni di indigenza e di grande difficoltà economica. D’altra parte va detto che i bisogni cambiano e diventano sempre più elaborati e costosi. È il consumismo, per cui capita che si vogliano cose di cui in verità non si avrebbe realmente necessità. Qual è la verità umana?

È quella per cui ci riempiamo di oggetti e facciamo acquisti di cose non realmente necessarie? Oppure è quella per cui compriamo solo lo stretto indispensabile? Non credo sia nessuno dei due estremi. La verità è che la soddisfazione dei bisogni è solo una parte di ciò che ogni persona cerca e vuole. La sinistra si è sempre occupata di bisogni perché ha individuato nella soluzione del bisogno la soluzione alla non realizzazione umana.

Se l’operaio sta male perché gli manca qualcosa è perché non ha sufficienti risorse economiche per procurarsi ciò di cui ha bisogno. Se si risolve il bisogno poi starà bene. Questo è solo parzialmente vero. Perché una volta risolto il problema del bisogno il malessere può rimanere tale e quale. E magari si pensa che mancherà qualcos’altro. Oltre un certo limite di soddisfazione necessaria, le cose materiali non sono ciò che fa la realizzazione dell’essere umano, anche se spesso si pensa che sia così.

Non c’è niente di male ad aspirare ad avere maggiore ricchezza e possibilità. Ma non è questa la chiave per la realizzazione umana. La parola realizzazione si accompagna alla soddisfazione delle esigenze, che possiamo pensare come tutto ciò che muove l’essere umano e che non è strettamente connesso con la realtà materiale.

Quindi il conoscere e il sapere, lo studiare e il formarsi, il cercare la propria realizzazione personale e professionale, l’ascoltare della musica o il fruire di opere d’arte, l’amore per un altro essere umano e così via. È tutto ciò che non ha necessariamente e primariamente un’utilità pratica. È tutto ciò che si fa senza un utile personale ma solo come esigenza di realizzazione personale, di acquisizione di conoscenza o di amore per un altro essere umano. Eccolo il grande errore.

Uno dei compiti primari della politica è indirizzare l’economia. Cosa senz’altro fondamentale perché i bisogni devono essere soddisfatti. Nessuno deve restare al freddo e senza cibo.

Ma questo non è assolutamente sufficiente. La sinistra deve comprendere che gli esseri umani non sono solo materia. C’è una realtà non materiale, la realtà psichica, che non si nutre di cose ma si nutre di pensiero, di immagini, di musica, di amore e di bellezza.

Quando la sinistra pensa solo alla realtà materiale dimenticandosi della realtà non materiale diventa come l’assistenza cristiana per i poveri che non modifica la condizione del povero che rimane povero come prima.

La sinistra deve riuscire a comprendere che occuparsi delle esigenze umane è altrettanto importante che occuparsi di bisogni. Perché la rivoluzione deve essere prima nel pensiero e poi nella realtà materiale. Solo così potrà essere veramente trasformativa anche della realtà materiale.

Nel 2006 questo giornale è nato con l’idea che la trasformazione è possibile ed è prima di tutto quella del pensiero degli esseri umani. Trasformazione che deve essere intesa come superamento della scissione, superamento dell’alienazione religiosa, superamento della bramosia, superamento dell’invidia e dell’odio.

La sinistra dovrebbe essere la ricerca, anche personale, di una realtà umana nuova.Allora la rivoluzione diventa «una lotta, senza armi, soltanto rivoluzione del pensiero e parola» come scrisse giusto 10 anni fa su questo giornale Massimo Fagioli.

Fonte: Sardegna Soprattutto

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Salvini ha già avuto mesi di tempo per dimostrare che i suoi pregiudizi – espressi spesso con protervia – causano non solo gravi ingiustizie ma contrastano con principi della Costituzione e che per di più neppure riescono a raggiungere i risultati promessi. Basta ricordare la sbruffonata sul rimpatrio dei migranti entro 6 mesi che si è scoperto, di questo passo, verrebbero realizzati in 80 anni. Mentre è certo che i suoi attacchi hanno indebolito le energie impegnate nel salvataggio delle vite dei migranti. Il vergognoso attacco indiscriminato alle Ong ha compromesso la loro capacità di salvataggio dei migranti in pericolo di vita nel Mediterraneo. Le Ong avevano dimostrato, in anni di attività, di essere in grado di salvare decine e decine di migliaia di vite umane, integrandosi con le varie autorità nazionali e coprendone i  vuoti di capacità operativa. Le navi delle Ong sono state esautorate, messe sotto accusa, il loro operato vilipeso e quello che tuttora cercano di fare nel salvare vite in mare avviene con grandi difficoltà e a loro rischio.

 I lager libici, i respingimenti criminali e i racconti del quotidiano Avvenire

Per di più la Libia si sta confermando essere un ginepraio dove è praticamente impossibile fare accordi che corrispondano alla realtà dei comportamenti. In Libia i migranti, rinchiusi in veri e propri lager, sono alla mercé dei loro carcerieri, senza diritti e con grave rischio dell’integrità fisica e della loro vita. La frammentazione e le sanguinose faide interne alla Libia mettono la situazione fuori controllo e questo sta aumentando il numero di morti e feriti, come stanno descrivendo con puntualità articoli dell’Avvenire, quotidiano che sta svolgendo una meritoria opera di informazione e denuncia sulle sventure dei migranti nel Mediterraneo. I respingimenti alla cieca sono delle vere e proprie condanne a ritornare nei lager da cui i migranti sono fuggiti, dopo essere già scappati da dittature, orrori, guerre, fame. Le navi della Guardia Costiera e dei militari del nostro paese oggi non riescono a svolgere adeguatamente il loro ruolo di soccorso, come vorrebbero e potrebbero, e come in parte per fortuna continuano a fare,  per precise responsabilità politiche. Il taglio delle risorse stanziate per l’accoglienza ai migranti è un grave impoverimento delle tutele, a partire da quelle sanitarie, educative, di insegnamento della nostra lingua, ecc. L’attacco all’esperienza di accoglienza a Riace punta a liquidare un punto di riferimento importante, che ha costruito un innovativo sistema di integrazione dei migranti e di valorizzazione del territorio.

Il problema di arrivare ad un’accoglienza europea è del tutto irrisolto

La stessa missione europea Sophia rischia di essere al suo epilogo per l’atteggiamento di governi come quello italiano che non lavorano per valorizzarne, svilupparne e qualificarne l’attività, come sarebbe necessario. Il problema tuttora non risolto è la ripartizione dei migranti che sbarcano entro i confini dell’Europa, approdando in Italia e in altri paesi. Dopo aver esaltato il “grande risultato” del presidente Conte per avere ottenuto a livello europeo impegni per creare nuovi centri di accoglienza dei migranti, basati sulla volontarietà,  non è successo nulla. Tutto è come prima. Il problema di arrivare ad un’accoglienza europea è del tutto irrisolto. Il governo deve riaprire un canale di discussione per individuare una linea di cooperazione tra i paesi europei per ricollocare i migranti che arrivano in particolare  sul territorio di Italia, Grecia, Spagna, puntando con chiarezza a superare l’accordo di Dublino. Accordo di Dublino che ha portato  al ridicolo: il governo  italiano mentre fa la faccia feroce e respinge i migranti in mare ne accoglie altri senza fiatare perché inviati in Italia da altri paesi europei che pretendono l’applicazione dell’accordo di Dublino.
È evidente che l’isolamento attuale dell’Italia in Europa, anche a causa di inutili sbruffonate, crea maggiori difficoltà a discutere di problemi come quello dei migranti e della loro accoglienza. Prima di discutere di esercito europeo o di polizia europea ai confini è indispensabile che l’Unione dimostri di essere in grado di affrontare il problema epocale dell’arrivo e della distribuzione dei migranti nei vari paesi, superando l’accordo di Dublino. Il governo sta discutendo con la Commissione e con gli altri governi europei come arrivare ad un accordo sui conti pubblici. Per questo dovrebbe inserire nell’agenda di questa discussione una soluzione accettabile del problema dei migranti e della loro collocazione in Europa e del finanziamento delle attività dei paesi che si fanno carico del problema.

Il fallimento su tutta la linea della politica ispirata da Salvini, purtroppo subita dal M5Stelle

La politica ispirata da Salvini, purtroppo subita dal M5Stelle, è un fallimento su tutta la linea, per di più non ottiene i risultati che ha dichiarato di perseguire, perché gli sbarchi dei migranti in Italia sono proseguiti senza interruzione, e proseguiranno al di là di tutti i proclami. Ora sono ripresi con crescente intensità. Le scelte politiche sui migranti fin qui fatte, su pressione in particolare di Salvini e della Lega, creano un vuoto politico di interventi che sta causando una perdita inaccettabile di vite umane, sulle quali c’è un evidente tentativo di stendere un velo di silenzio. La faccia feroce di Salvini non è riuscita a bloccare i migranti ma le morti in mare continuano.
Dopo l’approvazione definitiva del decreto Salvini la situazione peggiorerà ulteriormente. La cancellazione di gran parte dei permessi concessi per ragioni umanitarie creerà un ulteriore esercito di clandestini che resteranno in Italia per l’impossibilità di provvedere a rimpatriarli tutti. Affrontare il problema dei migranti come un problema di ordine pubblico creerà una situazione ancora più difficile per centinaia di migliaia di esseri umani, così gli sgomberi senza offrire sistemazioni alternative aumenteranno le sacche di disperazione. In questa massa di disperati pescherà la malavita organizzata. Uno scatto di orgoglio avrebbe dovuto portare alla bocciatura di questo provvedimento sbagliato, controproducente e per di più incapace di arrivare agli obiettivi dichiarati. Purtroppo non è stato così e i cittadini italiani si renderanno conto di quanto sia sbagliata e controproducente la scelta di tentare di risolvere una migrazione di dimensioni epocali, che mette a nudo le drammatiche condizioni di vita di milioni e milioni di esseri umani, con misure di polizia, giocando irresponsabilmente con paure, ritardi e difficoltà reali.
Le migrazioni non possono essere affrontate come un mero problema di ordine pubblico e questa legge Salvini  invece è costruita proprio su questa identificazione. Ci sono diversi punti di questo decreto in contrasto con principi costituzionali, appena sarà approvato e applicato inizierà il lavoro per sottoporli alla Corte.

Fonte: Democrazia Oggi





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