Maninchedda

ww.sardegnasoprattutto.com pubblicherà i Programmi dei candidati Presidenti al governo della Regione Sardegna che li vorranno inviare. Naturalmente nella versione sintetica curata dagli stessi candidati senza alcun intervento da parte nostra. Li ringraziamo tutti anticipatamente nella convinzione di dare un positivo contributo alla alla democrazia partecipativa e alla nostra terra. (NdR).

Statuto. La Sardegna deve dotarsi di un nuovo Statuto speciale che interpreti la sua nuova consapevolezza di essere una Nazione, che aumenti nettamente i poteri di cui dispone, che adegui il potere esercitato ed esercitabile a una nuova coscienza dei diritti e degli interessi dei sardi. Al di là della procedura di legge per la definizione del nuovo Statuto, la sua approvazione deve essere accompagnata da un’iniziativa politica di elevato significato pubblico e collettivo, cioè da un momento di grande partecipazione dei sardi, contestuale a un negoziato tra la Nazione Sarda e il Governo italiano.

In questo modo il varo del nuovo Statuto potrà essere inteso come l’accordo tra due parti di pari dignità e non come concessione dell’una verso l’altra. Il nuovo Statuto è obiettivo strategico del primo semestre della legislatura. Tra il candidato Presidente e i candidati nelle liste deve essere consolidato e formalizzato un patto per cui, nei primi sei mesi del mandato, il Consiglio regionale e la Giunta non conoscono festivi e determinano un cambiamento stabile e profondo dell’attuale quadro normativo, non solo con riferimento agli assetti istituzionali, ma anche ai settori strategici: bilancio, scuola, cultura e ricerca, trasporti, urbanistica, sanità e infrastrutture.

 Rapporti con lo Stato italiano. Consapevoli del contrasto naturale tra molti interessi dei sardi e gli interessi e gli equilibri della Repubblica italiana, i rapporti con lo Stato e con i Governi italiani devono essere interpretati all’interno di un perimetro di competizione regolata. Il miglior atteggiamento psicologico, politico e culturale del Presidente della Sardegna è quello di chi sa di rappresentare un Paese con interessi propri che, per ragioni storiche, vive in un ordinamento che lo subordina ai poteri di un altro Paese con interessi concorrenti e a volte divergenti.

Con presupposti siffatti, sarà possibile utilizzare a proprio vantaggio tutti gli spazi legalmente esercitabili per tutelare costantemente gli interessi, rendere efficaci i diritti e aumentare dialetticamente i poteri esercitabili.Competizione non è il contrario di collaborazione, ma solo una forma più esigente, più prudente ed acuta di cooperazione istituzionale. Resta definitivamente tramontata la dipendenza psicologica e culturale dei governi amici: nessun governo italiano è amico della Sardegna, tutti possono essere interlocutori più o meno credibili.Nel frattempo, grazie all’azione politica del Partito dei Sardi, è finalmente attiva una politica estera della Sardegna con la Corsica e con le Baleari. Oggi essa rappresenta l’unica vera novità della politica europea. Per la prima volta, tre realtà insulari promuovono un’azione comune di stimolo verso tre stati europei che fino ad oggi hanno ignorato l’evidente connessione tra le isole del Mediterraneo occidentale.

 Riforma amministrativa della Regione. La legge statutaria elettorale, la legge statutaria sulla forma di governo, le riforme delle leggi 1/1977 e 31/1998 e successive modificazioni, costituiscono un corpus organico di leggi che deve essere predisposto secondo un unico disegno strategico e organicamente e simultaneamente sottoposto all’approvazione del Consiglio regionale nel primo anno della legislatura. L’obiettivo della riforma deve essere in generale la costruzione di un ordinamento semplice, comprensibile, accessibile e verificabile.In particolare si dovrà realizzare la semplificazione dei processi amministrativi, l’aumento della trasparenza dell’azione amministrativa, la certezza dell’azione amministrativa in tempi dati e non valicabili, la creazione di processi alternativi al contenzioso, l’organizzazione della Regione per direzioni generali e non per assessorati, la libertà di composizione delle deleghe assessoriali in ragione dei mutamenti della realtà, il bilanciamento dei poteri del presidente, il rafforzamento dei processi di partecipazione referendaria, l’abbattimento di ingiusti sbarramenti elettorali, la tutela più ampia della partecipazione e dei diritti politici.

Riequilibrio dei poteri e delle risorse tra Comuni e Regione. L’attuale struttura della Regione riflette, rispetto ai paesi dell’interno, quella centralistica dello Stato italiano verso le Regioni.

Invece, la Regione deve essere ricondotta alla funzione che le è propria: la regolazione normativa e le funzioni di controllo, le politiche di coesione sociale (sanità e lavoro), le politiche di connessione territoriale (grandi infrastrutture), le politiche energetiche, la tutela e valorizzazione del patrimonio storico, e tutto ciò che tuteli l’uniformità delle opportunità e dei diritti per i cittadini sardi.

La Regione deve agire con una propria amministrazione nei soli settori ove non siano disponibili le amministrazioni comunali. Si eviterebbe in questo modo la sovrapposizione delle amministrazioni rispetto al moltiplicarsi delle funzioni. In ogni comune la Regione esercita le sue funzioni attraverso i Comuni.

Il bilancio regionale deve riflettere la distinzione e la sussidiarietà tra Regione e Comuni. Deve essere netta e percepibile la quota destinata ad alimentare le funzioni di coesione nazionale e la quota affidata ai Comuni per le loro necessità.

Riequilibrio dei poteri e delle risorse tra le città e i paesi. L’antica subordinazione dell’interno della Sardegna alle aree urbane costiere e, in primo luogo, al capoluogo di Regione, non è stata intaccata dai cinquant’anni di Autonomia; anzi, la concentrazione della macchina burocratica statale e regionale negli stessi centri nei quali aveva esercitato le sue funzioni l’amministrazione regia, prima spagnola e poi italiana, ha rafforzato secolari forme di dipendenza.

Il privilegio urbano è incardinato sui trasporti e sui servizi, cioè sulle connessioni e sulla vigenza dei diritti.

L’assenza di connessioni interne o la loro endemica difficoltà e la rarefazione dei servizi sono all’origine dell’atteggiamento di sfiducia verso il futuro che è determinante, insieme alla diminuzione dell’offerta di lavoro, per lo spopolamento. La scelta dunque prioritaria è riequilibrare servizi e connessioni, restituendo ai Comuni poteri veri rispetto alle scelte e alle risorse su questi due temi.

Sanità. Il primo atto della nuova Giunta sarà smontare completamente l’Ats, l’Azienda per la Tutela della Salute, passare a un sistema a tre Aziende, più il Brotzu e le aziende universitarie, rivedere la struttura e il perimetro dei distretti sanitari, ribandire tutti i ruoli dirigenziali, aprire una vera stagione meritocratica, procedere a definire la rete sanitaria territoriale, ridare l’appropriata funzione agli ospedali di periferia, restituire funzionalità agli hub e ai centri di eccellenza. La riforma sarà fatta a partire dai pazienti e non dalle strutture o dai poteri sanitari.

Lavoro e industria. L’industria da attrarre e produrre è quella legata al sapere, all’ informatica applicata ad ogni forma di tecnologia, alla meccanica di precisione, alle produzioni agro-alimentari, alla ricerca medica. Se la chimica fu un errore, non lo fu il CRS4 e la trasformazione della Sardegna nel primo incubatore italiano di tecnologie web che ancora oggi fanno della nostra terra un luogo di innovazione e di produzione di lavoro.

Occorre promuovere l’industria legata alla connessione tra digitale e meccanico che oggi caratterizza tutti i meccanismi automatici alimentati da qualsiasi forma di energia. Il nostro nemico in questo orizzonte è l’ignoranza. Dobbiamo formare rapidamente e intensamente una nuova classe di tecnici specializzati. Un’industria sostenibile che, nel rispetto dell’articolo 37 della carta dei diritti fondamentali dell’Europa, garantisca «un livello elevato di tutela dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità». La Sardegna deve partecipare in modo attivo e responsabile alla lotta al cambiamento climatico, alla transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili.

L’industria sostenibile segue e si localizza laddove vi sia una buona qualità della vita, sicurezza, buone scuole, buona formazione, flessibilità, credito efficiente, burocrazia trasparente e veloce. L’industria più di ogni altra attività svela le debolezze sistemiche ed esige riforme sistemiche. Senza abbandonare le persone a un destino di disoccupazione o di precariato eterno.

Occorre un piano straordinario del lavoro che ridia speranza alle generazioni di mezzo mentre si prepara un cambiamento epocale della formazione e della produzione in Sardegna.

È possibile generare lavoro e remunerarlo con le risorse europee allungando gli orari di fruizione dei servizi pubblici, finanziando i programmi di digitalizzazione delle aziende regionali, digitalizzando gli archivi pubblici della Sardegna, manutenendo l’immenso e straordinario patrimonio ambientale e archeologico della nostra terra, bonificando il territorio compromesso. Per sceglierci l’industria che ci piace dobbiamo cambiare il nostro sistema burocratico, il nostro sistema formativo, il nostro sistema creditizio, il nostro sistema finanziario. Facciamolo con convinzione e determinazione, ma, nel frattempo, restituiamo futuro alle generazioni di questo presente.

 Agricoltura e allevamento. L’economia della Sardegna è governata per legge da poteri esterni alla Sardegna e questo non è un fattore marginale, anzi è il problema principale. È l’assenza di questi poteri che ha concorso a trasformare i Sardi in un popolo totalmente dipendente dall’esterno anche per il suo fabbisogno alimentare.La scelta di lungo periodo della politica agricola comunitaria di incentivare la non coltivazione delle terre per far apprezzare le produzioni ha determinato in Sardegna l’abbandono di intere aree prima coltivate e l’invasione delle case sarde di prodotti alimentari non certo di ottima qualità. Non solo. Le politiche intorno al latte oscillano troppo tra ottime pratiche di efficienza e sostenibilità e pessime pratiche di dissipazione delle risorse pubbliche.

Nel frattempo, l’aggressività sui mercati delle aziende neozelandesi sta lambendo anche le coste sarde. Il mondo del latte ha bisogno d’innovazione, coesione, sostegno, modernizzazione e fortissima spinta all’apertura ai mercati esteri, in particolare orientali. Dobbiamo associare avanzati prodotti creditizi e finanziari al mondo agro-alimentare. Dobbiamo modernizzare rapidamente le imprese, cioè prima di ogni altra cosa gli stessi imprenditori agricoli.Dobbiamo riprendere a produrre grano, fave, miele, orzo. Vogliamo finanziare non solo la presenza delle imprese sul territorio, ma anche e soprattutto la loro attività. Tutta l’agricoltura del mondo è assistita, ma assistere per non fare è un errore di civiltà. Dobbiamo seriamente avere una politica della carne.

È paradossale che esportiamo vitelli vivi quando valgono poco e importiamo vitelli macellati quando valgono molto. È paradossale che, per l’incapacità di gestire e risolvere la peste suina, importiamo i maiali per fare i prosciutti in Sardegna. È paradossale che produciamo sempre più latte in modo da farlo valere sempre di meno. È paradossale che produciamo una marea di latte e non riusciamo a venderlo nel mondo in tutte le forme possibili.Dobbiamo dotarci di una vera politica della pesca. Non solo non deve essere più possibile che il tonno della Sardegna sia pescato da altri ma non dai Sardi, ma deve essere visibile che la Sardegna crede in una sua marineria che peschi e allevi in modo sostenibile

 Trasporti interni e continuità territoriale aerea e marittima. Sul versante dei poteri disponibili per generare sviluppo e non inseguirlo con le mani legate dietro la schiena, è indispensabile conquistare poteri sul e nel mercato dei trasporti e non essere costretti nella strettoia creata da un lato da una Commissione europea spesso prona ai desiderata di grandi gruppi privati e dall’altro dalle complessità centralistiche dell’amministra­zione pubblica italiana. I poteri poco più che consultivi riconosciuti ai Sardi dall’art.53 dello Statuto e dalla legge 144/1999 alla Sardegna sono ridicoli rispetto all’incidenza che la mobilità ha sugli interessi, sui diritti e sullo sviluppo della Sardegna.

Quanto la mobilità sia un diritto e quanto invece sia un servizio non è argomento che possa essere deciso da un organo politico quale la Commissione europea. Quanta ricchezza prodotta dai Sardi sia giusto investire per rendere facili ed economici i movimenti da e per la Sardegna non è argomento che possa essere deciso da un organo politico quale la Commissione europea.Il diritto alla mobilità è uno dei diritti fondamentali dei Sardi, è legato alla loro libertà ed è legato alla loro libera espressione politica.

Non è possibile che la libertà dei sardi inizi solo da Roma e da Milano per i collegamenti aerei e sia in ostaggio di un meccanismo perverso per i collegamenti marittimi per cui le rotte sono contributate nel periodo invernale e libere di innalzarsi nel periodo estivo. Non c’è bisogno per le compagnie navali di predisporre un accordo di cartello per trovare conveniente per tutte, senza stipulare accordi tra loro, di attestare le tariffe sempre verso la soglia più alta.Come l’Italia, quando si entrò nel mercato libero per l’energia, ritenne di proteggere il consumatore, cioè il cittadino, dalla posizione di forza del produttore, istituendo una specifica Authority che determinasse le modalità di formazione della tariffa elettrica e energetica, così la Sardegna deve dotarsi di un’Authority delle tariffe dei trasporti che difenda i cittadini, regoli e controlli il mercato.

Fisco. Non è possibile alcuno sviluppo stabile in Sardegna se i Sardi non dispongono completamente e a propria discrezione della leva fiscale.

Poter calibrare liberamente il prelievo fiscale e poter decidere liberamente delle politiche redistributive è stato a lungo identificato da studiosi e analisti come indispensabile obiettivo strategico per lo sviluppo della Sardegna; solo nel dopoguerra esso è stato accantonato e condannato all’oblio perché ritenuto incidente sull’unità della Repubblica Italiana, che risulta così unita sull’ingiusta uniformità delle sue politiche fiscali.

Dietro l’oblio della questione fiscale sarda sta anche l’opacità di alcune aree del prelievo fiscale italiano su cui si apriranno nuovi terreni di confronto: in particolare sulle accise e sul canone Rai. Va inserita in questa cornice la speciosa costruzione ideologica fondata sul “residuo fiscale”. È inaccettabile che come paradigma dell’efficienza della produzione e del consumo della ricchezza in una determinata area si assumano le modalità, criticabilissime, con cui i Conti Pubblici Territoriali computano l’Entrata e l’Uscita di una Regione.

Il vero scopo delle proposte politiche fondate sull’ideologia del “residuo fiscale” è imporre la tirannia del presente. Non contano infatti, per esempio, le modalità storiche con cui l’indice di infrastrutturazione si è formato per valutare l’efficienza di un territorio, nonostante tale indice sia determinante per trattenere e valorizzare la ricchezza prodotta. In sostanza, non si considera se una Regione ha avuto le stesse opportunità garantite a un’altra o se è stata impoverita o arricchita dalle politiche a lei imposte; si valutano solo le performance dell’una e dell’altra per iscrivere l’una nell’efficienza e l’altra nell’assistenza.

Non solo: alcuni prelievi fiscali non vengono computati (si pensi per esempio al canone Rai o agli Oneri di Sistema che incidono per l’80% sulla bolletta dell’energia elettrica). Si pensi all’imbroglio delle accise maturate in Sardegna sugli idrocarburi e incassate dalle Regioni nelle quali vengono immessi in commercio.

C’è da far di conto bene sulla ricchezza prodotta in Sardegna. Ma c’è soprattutto da conquistare poteri per conoscerla, regolarla al meglio, aumentarla. La questione fiscale è una questione politica che necessita di un forte supporto di sapere e di controllo.

L’aver varato in questa legislatura l’Agenzia Sarda delle Entrate è stato un passo decisivo per disporre dei flussi informativi e per soccorrere i Comuni nella loro attività di riscossione.  Adesso dobbiamo invertire il flusso: noi riscuotiamo le imposte, tratteniamo le nostre quote e versiamo allo Stato quanto oggi previsto dalle leggi.

Tuttavia, aver creato questo buon presupposto alla conduzione della grande battaglia sul fisco in Sardegna, non deve farci dimenticare che essa è eminentemente una questione di poteri risolvibile solo con una sicura visione e una grande mobilitazione popolare.

 Accantonamenti. Lo scontro sugli accantonamenti non è uno scontro amministrativo, è la principale dimostrazione della slealtà dello Stato italiano verso la Sardegna. Sugli accantonamenti occorre accompagnare le iniziative dinanzi alla Corte costituzionale con una mobilitazione rivoluzionaria, diffusa, pacifica, che riveli e denunci la sostanziale illegalità del prelievo ammantata da adeguatezza giuridica.

Sugli accantonamenti bisogna uscire dal contenzioso e entrare nella lotta politica pacifica, nella mobilitazione popolare. Gli accantonamenti stanno alla Sardegna come il tè alla Rivoluzione americana. O si entra in questo ordine di idee o non solo non verranno mai recuperati, ma la Sardegna ci rinuncerà definitivamente. Il grande errore di alcuni governi regionali è stato non cogliere la portata prevaricatrice, antide­mocratica, culturalmente coloniale e aggressiva dell’azione dei Governi italiani. Si è trattato di un tradimento istituzionale passato sotto silenzio cui occorre reagire moralmente e politicamente.

La recente sentenza della Corte Costituzionale 6/2019  sanziona duramente il comportamento del Governo italiano e sembra aprire un notevole spazio di recupero delle somme dovute dall’Italia alla Sardegna.

Educazione e istruzione. La motivazione dei Sardi a credere nuovamente in se stessi e nel futuro è un grandissimo problema politico che deve e può essere risolto con una grande e articolata strategia educativa, la stessa che non è mai stata centrale nelle politiche cosiddette della Rinascita. Se è vero come è vero che occorre seriamente attrarre persone e imprese in Sardegna, è altrettanto vero che si deve partire da una nuova cultura ed educazione dei Sardi che sappia restituire fiducia, che sappia ricostituire anche biologicamente la gioventù, che renda agevole la residenza nel centro montano, che tuteli l’infanzia, che rafforzi l’istruzione.

Occorre partire da una nuova scuola, una nuova formazione professionale, una nuova università, una nuova e più avanzata istruzione tecnico-professionale, un nuovo sguardo sulla persona, sulla famiglia e sulle cose. La crisi demografica della Sardegna è una crisi di fiducia, ma la fiducia e la motivazione, fino ad oggi, non sono stati obiettivi politici di alcun partito perché la società sarda non era assunta come protagonista delle politiche di sviluppo, ma come destinataria passiva di politiche pensate da altri e per altri.

 Turismo, Urbanistica, Ambiente. Sono necessarie una nuova legge paesaggistica e una nuova legge urbanistica per la Sardegna. Non si tratta delle leggi per le sole coste della Sardegna, o di vincolo del paesaggio: sono le leggi che disciplinano ogni aspetto dell’abitare in Sardegna, secondo principi di valorizzazione delle risorse ai fini dello sviluppo socioeconomico della società sarda, nel rispetto dei valori e dei beni paesaggistici e identitari.

È sbagliato, dinanzi ai dibattiti, anche accesi, su questi temi, fermarsi e non decidere. I dibattiti vanno interpretati e risolti, non portati all’infinito. La Sardegna oggi è sotto una morsa di immobilismo burocratico e vincolistico che sta bloccando le istanze e attività più semplici e legittime; un immobilismo che ha distrutto il tessuto delle piccole imprese dell’edilizia, che rende troppo difficoltoso un contatto sereno e diretto tra i cittadini e le amministrazioni pubbliche; un rapporto che troppo spesso prende la strada del contenzioso.

Il primo obiettivo è, dunque, legiferare con intenti di semplificazione e di libertà. In questo quadro, rispondendo ai dibattiti più accesi sul tema, occorre ribadire la contrarietà a nuove costruzioni nella fascia dei 300 metri, ma ribadire il favore alle manutenzioni straordinarie con moderato incremento di cubatura degli edifici siti dentro la fascia che non abbiano già goduto di tale possibilità, perché l’adeguamento delle strutture è funzionale e necessario a intercettare un nuovo tipo di domanda turistica. È ragionevole che l’incremento di cubatura di tali edifici non sia generalizzato nelle percentuali concesse, ma proporzionato alla dimensione degli edifici con una limitazione progressiva man mano che la dimensione stessa cresce.

È ragionevole e giusto l’insediamento umano nell’agro sardo, perché è un tratto antropologico e identitario della Sardegna. Esige che tale insediamento sia normato in modo da tutelare l’ambiente, da non aggravare le spese infrastrutturali pubbliche, ma dimensionato su lotti minimi stabiliti dai comuni, in base alla dimensione media della proprietà fondiaria presente nell’areale di riferimento (media che cambia evidentemente nelle varie regioni della Sardegna) applicando l’indice edificatorio in base al fondo.

Solo una nuova legislazione del territorio, con una specifica normativa dedicata al grande patrimonio degli usi civici, ben coordinata con le politiche di sviluppo locale, consapevole dei propri giacimenti e delle proprie risorse territoriali e localmente matura nella concezione del rapporto tra ragioni di tutela e promozione e valorizzazione delle stesse, può generare quell’incremento della quota della ricchezza che può derivare dalle risorse di tutto il territorio isolano, dall’entroterra e dalla costa, e quindi dal turismo.

Una nuova legislazione sul territorio deve necessariamente proporre una nuova visione del rapporto tra terra e Beni culturali materiali e immateriali identitari, con tutti gli aspetti connessi alla cultura sarda: questo rapporto è vitale per tutti, ma per la Sardegna in particolare. La parola con cui accompagnare il tema del turismo è ‘accessibilità’. Senza una nuova politica dei trasporti esterni (di cui si è già detto) non è possibile una reale politica dello sviluppo turistico. Ma serve sviluppare potentemente anche l’accessibilità interna, cambiare la logica del Trasporto pubblico locale, ancora oggi orientato a trasportare operai e studenti piuttosto che a soddisfare bisogni culturali, commerciali e educativi delle persone.

Accessibilità significa anche ecosostenibilità dei trasporti interni, promozione, come è avvenuto col Primo piano regionale delle ciclovie, di mobilità diverse da quelle tradizionali su ferro e su gomma.

Turismo significa qualità e identità. Non è possibile offrire un turismo esperienziale senza una legge organica che configuri la Sardegna come un’isola della qualità dell vita, del cibo, del sapere, dei servizi.

 Territorio, lingua e cultura. Una nuova legislazione urbanistica e paesaggistica, deve, allora, urgentemente accompagnarsi a una Legge sui Beni culturali, istituti e luoghi della cultura. L’ultima legge sarda in materia risale al 2006 (L.R. 14 2006) la quale, mostrando già allora numerose criticità, oggi si rivela inadeguata e da superare con una nuova proposta e una nuova visione dei beni culturali quali vera risorsa dinamica e strategica di sviluppo.

Oggi chi fa turismo non cerca solo la conoscenza di un luogo, ma anche un implemento di conoscenza e di emozione, esattamente ciò che l’interno dell’Isola può offrire connettendosi anche con le strutture alberghiere meglio governate. Il grande intervento infrastrutturale fatto in questa legislatura, che maturerà nei prossimi dieci anni, ha avuto lo scopo di connettere meglio i Sardi tra loro e di rendere raggiungibili tutti i luoghi anche con mezzi sostenibili e culturalmente impegnativi come la bicicletta.

Godere e rendere produttivo lo straordinario ambiente della Sardegna richiede cultura, competenze e buone pratiche di sviluppo locale, attualmente molto rade per il mancato coordinamento tra le politiche della cultura, dell’ambiente, del turismo e del territorio.

Oggi le politiche dell’ambiente sono prevalentemente politiche di protezione civile e di autorizzazione amministrativa. Manca totalmente una pianificazione territoriale strategica nella quale il paesaggio e i beni ambientali coi beni culturali diventano offerta matura per un turismo destagionalizzato.

Sul piano dei grandi temi ambientali su scala internazionale, in tutto il mondo acqua, rifiuti e energia vengono gestiti da società multiutility che generano, se ben gestite, lavoro, sostenibilità e ricchezza. In Sardegna le politiche di tutela sono intese come politiche di divieto, le politiche di gestione dei rifiuti sono intese come funzioni pubbliche programmaticamente prive di redditività, le politiche di valorizzazione delle foreste e delle risorse naturali come politiche di sportello pubblico.

Bisogna invertire il segno e la direzione di tutto questo. Bisogna riconoscere di nuovo il nesso tra terra, cultura e ricchezza sostenibile. A questo scopo è quanto mai urgente puntare allo sviluppo locale che si genera nei più giovani insegnando la lingua nelle scuole elementari, insegnando nelle scuole di ogni ordine e grado come materia curricolare storia e cultura della Sardegna.

Non si può fare turismo e sviluppo se non si rendono i Sardi rapidamente poliglotti, a loro volta capaci di viaggiare, di spiegarsi e di spiegare.

Occorre realizzare:

  • il lavoro per distinguere fin dentro le pieghe del linguaggio quotidiano il livello “nazionale”, ovvero ciò che pertiene alla Sardegna, da ciò che è “italiano”;
  • il lavoro per la diffusione della conoscenza della propria storia nazionale, dal punto di vista culturale, sociale, economico, antropologico;
  • il lavoro per l’utilizzo del sardo, del sardo-corso, del tabarchino e del catalano algherese come lingue nazionali, dentro un quadro plurilinguistico che comprenda la lingua italiana e la lingua inglese;
  • la capacità di tradurre l’appartenenza alla Nazione Sarda in politiche concrete volte a creare soluzioni, risposte, coesione, solidarietà, prosperità, apertura, innovazione.

Non ci sono e non ci potranno mai essere sardi meno sardi degli altri. Lavoreremo per costruire una nazione plurilingue in cui a ogni cittadino siano forniti gli strumenti necessari per avere competenza attiva in almeno tre lingue, tra cui almeno una lingua sarda, l’inglese e, provvisoriamente e fin quando si rivelasse necessario, l’italiano.

 Servitù militari. Consideriamo l’Accordo sulle servitù militari tra la Giunta Sarda e il Governo italiano un pessimo episodio di subordinazione politica da cui prendiamo con serenità le distanze: prevalentemente per concessioni già concesse nei precedenti accordi, e comunque attualmente solo promesse e molto condizionate, si è dimenticata la storia, la salute dei sardi, l’autorevolezza delle istituzioni.

La conseguenza di una trattativa solitaria e segreta è stata la perdita di memoria: si è trattato avendo a disposizione la sola memoria politica e amministrativa dei partecipanti, non quella ben più ricca di un popolo e della società politica e intellettuale di questo popolo. Non a caso l’obiettivo primario ribadito in tutti gli atti, e cioè la dismissione graduale dei poligoni, è letteralmente scomparso dall’Accordo.

Non solo: non vi è alcuna traccia della proposta del presidente della Regione, avanzata nel corso dell’audizione alla Camera del giugno 2014 e connessa con l’obiettivo principale, con la quale propose una “valutazione internazionale indipendente” che valutasse il costo delle servitù militari e che ridefinisse i parametri di utilizzo del territorio rispetto ai mutati scenari tecnologici della guerra. Non vi è alcuna traccia delle conseguenze attese da affermazioni importanti quali quelle, pronunciate sempre dal Presidente, che sottolineavano come i poligoni sardi siano i più grandi d’Europa.

Una cosa è certa: il mancato rispetto dell’accordo è di tutto vantaggio per la Difesa, la quale, tirandola per le lunghe, non ha alcuna sanzione e tutti i vantaggi. Non sono mai stati rispettati i tempi dei precedenti accordi; se entro due anni (tempo di validità previsto) non viene realizzato nulla, decade tutto quanto concordato anche nei precedenti accordi. Inoltre, è previsto che la proroga deve essere accettata dalla controparte. E se i militari non dovessero accettare una eventuale richiesta di proroga?

Decade tutto anche in questo caso? Queste clausole sono forme di subordinazione istituzionale che noi non possiamo accettare, ma derivano da un difetto di consapevolezza nazionale sarda, di conoscenza storica, di coscienza politica. È necessario che la coscienza nazionale animi la cultura di governo. La vicenda dell’Accordo sulle servitù militari dimostra ancora una volta che è indispensabile per governare bene la Sardegna, anche in questo tempo nel quale non è uno stato indipendente, possedere una coscienza nazionale dei sardi.

Senza la consapevolezza di essere un popolo con una sovranità originaria e non delegata, quando ci si trova a trattare col Governo italiano, ci si colloca in una dimensione psicologica e culturale subordinata e arrendevole, quale quella di chi vuole concorrere più a ritagliarsi le attenzioni dello Stato italiano che a costruire e affermare i suoi diritti.

L’obiettivo finale deve essere l’eliminazione dei poligoni dal territorio sardo. Le basi militari della Sardegna sono anche basi, oltre che di difesa, di sapere, di intervento e soccorso civile, di sorveglianza. Le basi militari, non le servitù militari, hanno soglie di integrabilità con il sapere, l’istruzione, il soccorso, la protezione civile, che sono tutti temi strategici per la Sardegna. Anche la Difesa può e deve essere pensata in termini di sviluppo e di integrazione.

 Ambiente, rifiuti, energia. Occorre una norma generale sulla Sardegna come sistema ambientale di qualità che regoli le produzioni, i trasporti, il ciclo alimentare e produttivo e della sostenibilità in generale, le strategie culturali e le strategie turistiche di destinazione, i trasporti interni e l’utilizzo e la salvaguardia del patrimonio culturale e ambientale. Serve insomma una connessione strategica tra cultura, ambiente, infrastrutture, turismo sostenibile, produzione e qualità della vita.

In questo quadro, il primo obiettivo deve essere la riduzione della quantità dei rifiuti prodotti, una seria strategia del riuso e del riciclo, un piano decennale di progressiva e totale emancipazione dall’incenerimento, un piano della riduzione progressiva delle emissioni.

Il ciclo dei rifiuti va pensato dentro una visione della Sardegna dove il ciclo dell’acqua sia ispirato alla tutela e alla qualità, all’equilibrio di utilizzo e alla sostenibilità economica, tariffaria e industriale del processo che conduce dall’acqua grezza all’acqua potabile, fino a poter costituire una multiutility regionale che stabilizzi le tariffe, ottimizzi i processi e riduca i costi e si avvantaggi di una gestione integrata del sistema tariffario per garantire qualità dei servizi, sostenibilità delle tariffe, politica degli investimenti e delle manutenzioni.

È possibile l’avvio di un processo di produzione e utilizzo dell’energia sostenibile, rinnovabile e adeguata ai bisogni civili e industriali della Sardegna, non al rendimento delle azioni di Terna né ai flussi di cassa di Enel. È possibile perché grazie all’azione del Partito dei Sardi nell’ultima Giunta sarda, per la prima volta nella storia della Sardegna, due dighe sono diventate di proprietà della Regione. Non è assolutamente vero che lo sviluppo della Sardegna richieda i grandi gruppi dello Stato italiano impegnati ad agire da monopolisti.

Semmai è vero il contrario: è iniziata una nuova storia fatta di dighe regionali, di energia rinnovabile e sostenibile, di una rete di pile solari quanti sono gli edifici pubblici, di microreti, di energia ad alto valore e a zero emissioni.  Prima nasce l’Agenzia dell’Energia Sarda meglio è; prima ci riprendiamo il potere di regolare noi il mercato dell’energia sarda, prima finiranno le grandi espropriazioni di libertà e di territorio come la concessione dei terreni di San Quirico, cui siamo nettamente e radicalmente contrari.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Questo è un post di riparazione nei confronti dei Ficus retusa, e dei trattamenti a volte brutali ai quali vengono sottoposti, anche se per esigenze giustificate, come nell'ultimo post del 28 gennaio; in quel post vi ho mostrato alcuni esemplari, chioma azzerata e radici all'aria, pronti per essere  portati via.
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E questa è la riparazione: una immagine del Ficus retusa  enorme che vive nei giardini fra via Oslo e via Stoccolma, nella zona già definita Boulevard dei Bagolari (post 3/9/15[1] ed altri).

Un albero fin qui lasciato libero di crescere come gli aggrada, e che finora non ha dato fastidio a nessuno; non è una cosa facile da vedere in città, data la stranota invadenza di questi alberi ed i correlati interventi di contenimento.

Non è la prima volta che compio azioni di riparazione, dopo aver biasimato operazioni brutali (p.es. post del 15/3/18[2]); mi sembra corretto, soprattutto nei confronti degli alberi, e del modo in cui vengono spesso maltrattati.

E a proposito del boulevard e del post citato, segnalo con piacere che sembrano attecchire i nuovi alberelli che in parte integrano questa zona di verde, ed in parte sostituiscono i Bagolari persi per malattia. Non so identificare di che alberi si tratti, data la loro giovane età, ma so per certo che ci sono esemplari di Davidia involucrata, a leggere le etichette.

La Davidia involucrata è un albero molto bello e molto raro in città (post del 5/7/13[3]); se sarà assicurata la necessaria irrigazione estiva potrà darci grandi soddisfazioni, vedremo!

References

  1. ^ 3/9/15 (www.cagliarinverde.com)
  2. ^ 15/3/18 (www.cagliarinverde.com)
  3. ^ 5/7/13 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde

Auschwitz-gateway-631

Cracovia, domenica 3 febbraio, ore 0545. Sveglia. Dopo un’ora sarei partito per Auschwitz assieme ad 80 ragazzi sardi e altri ottocento  provenienti da tutta Italia.  Lì, con tre colleghi sindaci dell’Unione del Montiferru Alto Campidano per accompagnare i 22 giovani del nostro territorio in questo percorso della memoria, per sostenerli in un momento molto delicato, ma soprattutto  per testimoniare con loro il dovere di non dimenticare.

Con questi pensieri nella testa, in una giornata scura e nebbiosa, dopo un’ora e mezza di viaggio, mi ritrovo, con tutti gli ottocento giovani, davanti ad un cancello con la scritta, ARBEIT MACHT FREI,  Il lavoro rende liberi,  vista decine di volte in foto o in filmati. Scritta bugiarda e beffarda nei confronti di quel milione e oltre di persone, mandate a morire in quella terra. Polacchi, Ebrei, Sinti, Rom, tante  altre nazionalità. Uomini, donne, bambini. Umiliati, fino a cancellarne in vita la dignità, sfruttati con il lavoro fino massacrarli ed infine sterminati con i sistemi più brutali.

Visito padiglioni, dove questi Esseri Umani, disumanizzati, hanno vissuto, dove hanno sofferto, dove sono ora i loro poveri ricordi. Perché i loro ricordi ricchi, l’oro dei denti, i gioielli e tanti altri oggetti di un qualche valore sono stati subito sottratti loro con l’inganno. Così come con l’inganno erano mandati a morire. “ Lasciate qui i vostri bagagli. Dovete fare le docce”, era l’ordine, “poi, ripasserete di qua, riprendere le vostre cose e potrete bere  un bel caffè caldo”.

Fiduciosi entravano nelle camere a gas! I loro corpi, ammassati, prendevano la via dei forni crematori.

Trecentocinquanta corpi inceneriti nelle ventiquattro ore per ogni forno. Il ritmo nei primi impianti di Auschwitz numero 1. La tragica statistica migliora a Birkenau, il vicino campo di sterminio, notevolmente più grande e più efficiente. Tanto più efficiente che inizialmente avevano tralasciato di realizzare le latrine, perché inutili. Il ritmo dello sterminio era talmente veloce da rendere non necessario il soddisfacimento del bisogno corporale.

E intanto, un delizioso laghetto in un bel bosco di betulle veniva colmato con le ceneri delle povere vittime! Efficienza del metodo. Efficacia dell’azione di sterminio. Tutto era scientificamente programmato. Tutto era scientificamente attuato! Era perfino previsto l’aiuto psicologico ai soldati addetti alle esecuzioni di massa. Questo per non permettere il rallentamento dell’azione di sterminio.

Già negli anni trenta, nella lucida follia della selezione della razza, che non poteva ammettere l’esistenza in vita in Germania dei diversi, fossero essi portatori di handicap fisici o mentali, fior di scienziati, soprattutto medici, sperimentavano in corpore vili farmaci o procedure mediche. Con artifizi legali, perciò  nel rispetto delle leggi ancora vigenti, si attuava l’annientamento psicologico e fisico dei poveri  handicappati.

Tecniche raffinate in migliaia di sperimentazioni che furono poi trasferite con teutonica precisione nel complesso di Auschwitz.

Sotto una pioggia, leggera ma incessante, a Birkenau, in ottocento seguiamo il percorso della ferrovia che si snoda in modo tale da rendere ancora più efficiente l’azione di sterminio. Camere a gas allineate lungo l’asse ferroviario. Forni crematori a breve distanza per rendere più veloci le operazioni di trasporto dei cadaveri.

Guardo i ragazzi. Meravigliosi! In silenzio, come in una chiesa durante la funzione religiosa, attenti alle spiegazioni di una bravissima guida. Ogni tanto una sosta per la lettura di brani di “Se questo è un uomo”  meditata testimonianza di Primo Levi di un evento storico e tragico. Sopravvissuto alla prigionia in uno dei campi satelliti di Auschwitz.

“Considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un si o per un no”. E’ l’incipit della sua opera, nella quale descrive l’inferno in terra. Molta commozione nei ragazzi. Qualcuno non trattiene le lacrime. Sotto una pioggia battente torniamo a Cracovia. In silenzio.

*Sindaco di Milis

Fonte: Sardegna Soprattutto

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La Giunta Regionale con Delibera 3/26 del 15.1.19 ha deciso di non assoggettare a valutazione di compatibilità ambientale (VIA) la realizzazione di un nuovo campo (R140) per prove di scoppio di munizioni ed esplosivi in loc. S. Marco (Iglesias), ampliamento dell’adiacente stabilimento RWM (Domusnovas), che produce armi e munizioni.

Nel comunicato che ne dà notizia l’Assessore invoca l’intervento dello Stato per bloccare  la produzione di armi sul territorio sardo e la riconversione della fabbrica. Occorre scindere i due distinti livelli, quello tecnico-amministrativo della verifica ambientale da quello politico della produzione di materiale bellico. La vicenda della fabbrica sulcitana è abbastanza nota.

La S.E.I che negli anni 70 aveva realizzato a Domusnovas uno stabilimento per la produzione di esplosivi per uso civile, riceve nei primi anni 2000, a seguito della crisi mineraria, un finanziamento pubblico di 6 miliardi di lire per la riconversione in produzione di armamenti bellici. Nel 2010 la proprietà passa alla RWM Italia, società controllata dalla tedesca Rheinmetal, una multinazionale con un fatturato da 6 milioni di euro di cui il 50% in armamenti.

Poco dopo (2012) la RWM riconverte la linea produttiva, dedicandola esclusivamente alla realizzazione di materiale bellico ed ampliando poi a più riprese lo stabilimento, fino ad incrementare il fatturato nell’ultimo biennio del 200%. Beneficia nel frattempo di una serie di interventi pubblici per la sistemazione di viabilità ed aree al contorno. Benché il ciclo produttivo e commerciale sia coperto da segreto militare, è certo che gli ordinativi  provengano dall’Arabia Saudita e che il materiale bellico venga impiegato nel conflitto della coalizione araba contro lo Yemen.

Il trasferimento degli ordigni avviene attraverso i porti di Cagliari, Olbia e Sant’Antioco, nonché per via aerea da Elmas. E’ dunque acclarato che l’esplosivo proveniente dalla Sardegna venga utilizzato in un conflitto con fini offensivi ed in palese violazione dei diritti umani e che sia la produzione che la commercializzazione si svolga con la connivenza  di Governo e Regione.

Giova ricordare che sia la riconversione produttiva da civile a bellica, sia l’ampliamento complessivo è avvenuto frazionando gli interventi a più riprese, in modo da non consentire una visione d’insieme delle attività produttive e aggirare la procedura di VIA, limitando gli adempimenti amministrativi a semplici comunicazioni al SUAPE dei Comuni interessati.

Fa eccezione l’ampliamento in corso del campo R140, ma, come detto, la Regione ha escluso “a priori” ogni ipotesi di impatto sull’ambiente nelle attività di prova degli esplosivi. Sussistono ampie riserve sui presupposti tecnici a fondamento di tale apodittica conclusione, visto che non si conoscono i processi produttivi e le caratteristiche tecniche dei materiali testati, coperti dagli “omissis” nella documentazione tecnica.

Sarebbe stato inoltre opportuno divulgare i risultati delle prove e dei campionamenti eseguiti dall’ARPAS sulle matrici ambientali, le modalità di esecuzione, il perimetro e le profondità dei prelievi al fine di comprendere su quali dati reali si sia giunti ad escludere l’eventualità di una presenza di fattori inquinanti, posto che l’intera area (circa ha.193) risulta interdetta.

Anche sotto l’aspetto della compatibilità con la pianificazione territoriale sussistono ampie riserve, visto che il campo prove R140 ricade in una “Zona Bianca”, ovvero non disciplinata da strumenti urbanistici, nonché a 800 mt. dal SIC Marganai-Monte Linas ed all’interno di un Parco Geominerario  e del Parco regionale del Linas.

Gli interventi e le attività ammessi nelle Zone Bianche ai sensi dell’art.9 del DPR 380/01 dovrebbero considerarsi di “default” ovvero di carattere prettamente conservativo e non può dirsi che il sorgere di un campo prove per esplosivi e di una nuova linea produttiva per ordigni bellici possano farsi ricomprendere tra quelli non “innovativi” per un’area ubicata in agro.

Inoltre tutti i Parchi godono al contorno di aree buffer per le quali deve procedersi almeno alla VINCA. La propensione a seguire procedure eterodosse ha avuto un’ulteriore conferma nel corso dei lavori di bonifica da amianto in un capannone industriale, sempre di proprietà RWM, sito nella zona industriale di Iglesias (loc. Sa Stoia).

Non risultano chiare le procedure di decontaminazione e di smaltimento delle circa 250 tn di rifiuti contaminati., come pure è a tutt’oggi ignoto il materiale stoccato nel capannone, la sua destinazione d’uso futura e il ruolo che il deposito dovrà svolgere nell’ambito del ciclo produttivo della fabbrica di Domusnovas.

Non è dunque frutto di mera casualità il riferimento dell’Assessore all’ “autonomia degli uffici competenti”, un richiamo che è da interpretarsi come un’esplicita “excusatio non petita”. Nel contempo è sconcertante il contenuto “politico” del comunicato se solo si riflette sui vincoli imposti dalla Costituzione.

Val la pena solo rievocare l’art.11 “l’Italia ripudia la guerra….” e gli artt.41 e 2, secondo i quali l’attività privata non può svolgersi in danno della dignità, della libertà e della solidarietà umana. Non sussistono dubbi sulle violazioni costituzionali delle produzioni belliche in questione, che dovrebbero indurre a bloccare l’attività della RWM.

Se non bastasse, una legge del 1990 (la l.185) detta vincoli sulla riconversione di tali impianti da civili al settore difesa, tra cui il divieto di esportazione verso Paesi che non rispettano i diritti umani ed in assenza di garanzie sulla destinazione delle armi (art.1).

Si aggiungano  le Risoluzioni del Parlamento Europeo (2016, 2017 e 4/10/18) con cui, oltre alla condanna delle ripetute violazioni dei diritti umani nella guerra in Yemen, si formula l’esplicito embargo delle armi nei confronti dell’Arabia Saudita. Non mancherebbe dunque al distratto Governo sardo un sostegno normativo per mettere in angolo un riluttante Governo nazionale, prodigo di parole, avaro nei fatti!

Stupisce peraltro la tardiva presa di posizione nei confronti dell’attuale Governo, se raffrontata al prolungato silenzio verso i precedenti. Nicodemismo sotto la spinta di un fine mandato, perché non si può in patria “sgombrare la VIA” e imputare ad altri l’esclusiva responsabilità della fabbrica di morte! Sarebbe stato etico interrogarsi sull’assenso alla trascorsa riconversione da civile in bellica, sull’inazione nei confronti dell’arroganza ampliativa, sull’avallo all’utilizzo di porti ed aeroporti.

A fronte di tale latenza gnomica la richiesta di riconversione della fabbrica, oltre che problematica, si palesa come la foglia di fico con cui celare le vergogna di un fallimento politico. Si continua a non voler prendere coscienza di ciò che è sotto gli occhi di tutti. Un territorio, il Sulcis, devastato dagli inquinamenti frutto di disastri industriali, condannato a nutrirsi di cieche speranze ereditate dal nascere distretto minerario, ostinato nella perseverante erosione delle risorse.

Un territorio dotato di uno sconfinato patrimonio ambientale e culturale, ma che, oppresso dal calcagno del ricatto elettorale, è in endemica crisi occupazionale. Inutile piatire una riconversione sotto l’incubo della perdita di posti di lavoro destinati a svanire su pressioni internazionali. Occorre ripensare un’economia del territorio che assuma a principio la triplice sostenibilità col fine di una virtuosa circolarità. Assiomi evocati negli atti della Giunta, ma non tradotti in azioni concrete.

E’ in tale prospettiva e non per vano contendere, che si colloca il ricorso al TAR avverso all’autorizzazione del Campo 140 e proposto da Italia Nostra insieme ai Comitati territoriali uniti. Se il TAR dovesse accoglierne le motivazioni, le forze civiche vedrebbero legittimata la loro opposizione ad una nefasta politica che rende l’Isola complice di un crimine contro l’umanità.

*Italia Nostra Sardegna

Fonte: Sardegna Soprattutto

Gianfranco Sabattini

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Lo studioso che meglio ha formulato il problema posto dalla “Grande Migrazione”, quale quella che ha investito in questi ultimi anni i Paesi europei, è Paul Collier, autorevole studioso delle economie africane e docente di Economia e politiche pubbliche alla Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford, nel suo libro “Exodus. I tabù dell’immigrazione”,
Ma qual è, si chiede Collier, la ragione che sta alla base del fenomeno migratorio? Essa, pur essendo ricca di aspetti diversi, nell’immediato è di natura prevalentemente economica, essendo riconducibile alla differenza delle condizioni esistenziali che “spingono” le persone dei Paesi poveri a migrare verso quelli ricchi. Da questo punto di vista, secondo Collier, il gesto individuale di ogni migrante “è un trionfo dell’intelligenza, del coraggio e dell’impegno umano a superare le barriere burocratiche imposte dai ricchi impauriti”. Secondo quest’ottica emotiva, qualsiasi politica migratoria adottata dai Paesi ricchi che non sia “quella delle porte aperte appare spregevole”, anche se questo tipo di politica manca di valutare le conseguenze negative della decisione di coloro che abbandonano il loro Paese natio, destinate a pesare su chi resta, costretto a vivere una condizione esistenziale più negativa di quella di chi decide di migrare. Ciò significa, sostiene Collier, che le politiche migratorie dei Paesi ricchi, verso i quali si indirizzano i flussi migratori, dovrebbero promuovere, non solo il radicarsi nell’opinione pubblica del convincimento della necessità di regolare rigidamente l’apertura verso i ‘diversi’, ma anche l’apertura alla comprensione degli effetti subiti da chi resta, che i migranti stessi nel decidere di abbandonare il loro Paese trascurano.
L’ipotesi dell’approccio al problema attuale della migrazione proposto da Collier assume che, per una sua razionale (e comprensiva) soluzione, siano considerati contemporaneamente gli interessi di tutti i “gruppi di persone” coinvolte: i migranti, gli abitanti del Paese d’origine che decidono di “restare a casa” e gli abitanti autoctoni dei Paesi ospitanti. Considerato che le decisioni più importanti (in quanto destinate a “pesare maggiormente sul verificarsi dei flussi migratori) sono quelle dei Paesi ricchi destinatari dei flussi di migranti, esse dovrebbero essere responsabilmente formulate tenendo conto di tutti gli interessi coinvolti.
Innanzitutto, esse dovrebbero tener conto che le persone del primo gruppo (i migranti) affrontano “costi economici e non” tendenzialmente elevati, conseguendo però “benefici” presumibilmente maggiori; molte ricerche empiriche, però, tendono a dimostrare che i migranti subiscono una serie di effetti psicologici negativi molto estesi. Complessivamente, tuttavia, le ricerche sin qui condotte non consentono di valutare con precisione la portata degli effetti sia postivi che negativi; ragione, questa, che dovrebbe giustificare ulteriori sforzi per pervenire a risultati meno incerti e più univoci.
In secondo luogo, le politiche migratorie non dovrebbero escludere dalla loro formulazione la considerazione degli interessi del secondo gruppo di persone (costituito da coloro che decidono di rimanere nei Paesi d’origine dei migranti); a tal fine, a parere di Collier, il parametro da adottare dovrebbe essere la “rapidità” con cui si manifesta la “fuga” dei migranti dai loro luoghi natii. Ciò significa che i Paesi ospitanti, quando nel tentativo di regolare gli accessi al loro territorio dovessero stabilire “quote di accoglienza”, dovrebbero necessariamente chiedersi se la quota stabilita sia quella ideale, o il “tasso d’accoglienza (rapporto tra il numero dei nuovi arrivati e la popolazione residente complessiva) più conveniente. In altri termini, i Paesi ricchi, nel formulare la loro politica per il governo dell’immigrazione, dovrebbero chiedersi se per i Paesi poveri sia più conveniente una “migrazione più accelerata o più rallentata”. A questo scopo, nella valutazione degli interessi coinvolti dai flussi migratori, a parere di Collier, si dovrebbe applicare la stessa logica che, a volte, viene applicata nella valutazione degli effetti complessivi dei movimenti di capitali tra Paesi diversi.
Infine, per il terzo gruppo di persone, quello costituito dalle popolazioni dei Paesi ospitanti, le politiche per il governo dell’immigrazione dovrebbero valutare l’impatto dei flussi migratori sulle interazioni sociali (e su come esse si trasformano), includenti, non solo quelle che avvengono all’interno delle comunità autoctone, ma anche quelle che si svolgono tra i membri di queste ultime e gli immigrati. Anche in questo caso, secondo Collier, occorrerebbe adottare, dal punto di vista degli interessi della popolazione autoctona, un parametro di riferimento, col quale stabilire se il tasso di immigrazione più conveniente debba essere maggiore o inferiore a quello che viene casualmente stabilito di tempo in tempo. L’impatto prevalente da valutare – afferma Collier – dovrebbe essere quello di natura sociale e non quello economico, in considerazione del fatto che quest’ultimo, per i Paesi ricchi è di solito trascurabile.
Per un’analisi congiunta degli interessi dei tre gruppi di persone considerati occorrerebbe, perciò, fare riferimento a un parametro generale comprensivo di tutti gli interessi coinvolti; se, come di solito accade in molte analisi, sono utilizzate variabili economiche (come, ad esempio, il reddito), le politiche migratorie dovrebbero tendere a massimizzare il reddito totale. Collier è però del parere che le aspirazioni dei migranti a migliorare le loro condizioni di vita, non “possano dissolversi” in funzione della massimizzazione del reddito totale, ma in funzione di una “tranquillità esistenziale” di tutti i gruppi di persone coinvolte, che non può essere espressa in termini esclusivamente economici.
A tal fine, Collier propone il ricorso ad alcuni elementi analitici che, se opportunamente considerati all’interno di un quadro unitario, potrebbero consentire una valutazione complessiva dell’impatto del fenomeno sugli interessi dei vari gruppi, affrancata dalle prevalenti analisi di politici, sociologi, demografi ed economisti, non sempre immuni da tabù ideologici. Collier avverte, però, che le politiche sull’emigrazione, essendo stabilite dai Paesi ricchi ospitanti, per lo più a regime democratico, inevitabilmente sono orientate alla difesa degli interessi della maggioranza dei cittadini di questi Stati; ma perché le politiche abbiano una qualche possibilità di successo e siano giustificabili da tutti i punti di vista, esse devono essere formulate anche in funzione degli interessi dei migranti, nonché degli interessi degli abitanti dei Paesi d’origine dei migranti stessi.
In questi ultimi anni, nonostante siano state adottate, da parte dei Paesi di destinazione dei flussi migratori, politiche intenzionalmente mirate, attraverso l’introduzione di varie forme di controllo, ad assicurare un governo condiviso del fenomeno migratorio, gli xenofobi e i razzisti non hanno mai smesso di denunciare i danni provocati alle popolazioni autoctone; Collier sostiene che, se le politiche sull’immigrazione non sono riuscite a porre un argine reale alla protesta xenofoba e razzista, ciò è accaduto, non perché siano mancati i controlli, ma solo perché essi (i controlli) sono risultati inadeguati. Tale inadeguatezza è dipesa dal fatto che i controlli introdotti non sono risultati conformi al parametro che Collier chiama “principio di accelerazione” dei movimenti migratori; a suo parere, infatti, è questo il motivo per cui questi ultimi sono divenuti spesso eccessivi a danno di tutti: non è la loro esistenza la causa della protesta da parte di chi invoca, senza se e senza ma, un’accoglienza umanitaria dei migranti, ma la loro inadeguatezza.
La mancanza di un parametro di riferimento nella formulazione delle varie forme di controllo introdotte è alla base del duro e costante confronto, nei Paesi di destinazione dei migranti, tra “reazionari” e “progressisti”; il confronto, trascurando la considerazione delle poche informazioni disponibili sugli effetti complessivi del fenomeno delle migrazioni, è di solito male impostato, perché avviene sulla base dell’assunto che gli immigrati siano un “male”, per i primi, e un “bene”, per i secondi, senza alcun riferimento a un qualche criterio obiettivo posto a fondamento del giudizio espresso sui migranti.
La ragione del contendere, secondo Collier, dovrebbe invece riguardare la valutazione degli “effetti marginali” del fenomeno migratorio; ovvero, gli effetti incrementali (positivi o negativi) che una variazione del tasso di immigrazione verso i Paesi di destinazione determina sulle condizioni esistenziali, sia dei migranti, che delle persone che decidono di non abbandonare i Paesi poveri che alimentano l’emigrazione. Questa valutazione può essere effettuata sulla base del “principio di accelerazione”, riconducibile a due caratteristiche intrinseche del fenomeno migratorio: in primo luogo, dato un determinato divario di reddito tra i Paesi poveri e i Paesi ricchi, maggiore è il divario, maggiore è la dimensione del flusso migratorio; in secondo luogo, finché il flusso migratorio non raggiunge livelli di massa, le ricadute sul divario di reddito esistente tra le due classi di Paesi non provoca in ciascuna di esse alcuna variazione rilevante delle condizioni esistenziali delle popolazioni.
In assenza di controllo degli accessi ai Paesi di destinazione, la crescita del divario di reddito origina una continua accelerazione del flusso migratorio, per cui se questo non viene bilanciato dal “periodico inasprimento” di un conveniente sistema di criteri di ammissibilità, il tasso di emigrazione, in linea di principio, continuerà sino al totale spopolamento dei Paesi d’origine. Dal punto di vista degli interessi dei Paesi poveri, per evitare questa possibile conseguenza, il tasso di immigrazione fissato dai Paesi ricchi dovrebbe essere stabilito in corrispondenza di un tasso migratorio dai Paesi poveri che risulti essere il più conveniente, nel senso che la condizione per essi migliore non è l’esodo permanente, ma una limitata e possibilmente temporanea migrazione (motivata, per esempio, da ragioni di studio, perché i migranti, ritornando in patria, possano contribuire a migliorare la condizioni esistenziali del loro Paese).
Infine, dal punto di vista dei Paesi ricchi, gli effetti dell’immigrazione, sono in parte di natura economica e in parte di natura sociale; considerato che, in caso di accelerazione contenuta del movimento migratorio, gli effetti economici non sono rilevanti, quelli sociali risultano “più corrosivi” per le condizioni esistenziali delle popolazioni autoctone dei Paesi ospitanti. Per individuare il punto di equilibrio rispetto agli effetti sociali, occorre avere giuste informazioni sui “costi” e sui “benefici” connessi alla “diversità sociale” originata dai migranti. Poiché allo stato attuale non si dispone di informazioni sufficienti per stimare gli effetti riconducibili ai possibili livelli di “diversità sociale”, è inevitabile che, all’interno dei Paesi ospitanti, il dibattito sul tasso di immigrazione più conveniente da adottare porti, come afferma Collier, la “carenza dei dati a scontrarsi con la forza delle passioni”.
In conclusione, tenuto conto del quadro complessivo delle argomentazioni sopra riportate, non si può che essere d’accordo con Collier nel ricondurre la responsabilità di un appropriato governo del fenomeno migratorio in capo ai Paesi ricchi, verso in quali si dirigono i migranti, in considerazione del fatto che la fissazione del livello del tasso migratorio più conveniente per tutti gli interessi coinvolti dipende dalle decisioni assunte da tali Paesi; decisioni che, se prese in assenza di ogni controllo, sarebbero negative per tutti. Ciò significa che i Paesi ospitanti, per evitare lo scontro inconcludente sul problema dei migranti, dovrebbero decidersi ad adottare misure sempre più informate alla conoscenza degli “effetti marginali” prodotti da ogni variazione del tasso di immigrazione; ciò, al fine di poter stabilire, di tempo in tempo, le “quote d’ingresso” più convenienti, tali da consentire l’integrazione delle diaspore in assenza della conflittualità sociale sinora prevalsa e compatibilmente con la salvaguardia degli interessi dei Paesi d’origine dei migranti.
Si deve però osservare che le riflessioni di Collier sul modo più corretto in cui dovrebbe essere realizzato il governo delle migrazioni non può essere lasciato all’iniziativa dei singoli Paesi verso i quali sono orientati ad indirizzarsi i flussi migratori. La politica più efficace, soprattutto se si considera il fenomeno delle migrazioni dal punto di vista della cura degli interessi dei Paesi membri dell’Unione Europea, dovrebbe essere unitaria, non solo per ragioni strettamente economiche e sociali, ma anche e soprattutto per ragioni politiche; ciò in considerazione del fatto che la regolamentazione dell’immigrazione lasciata alle decisioni dei singoli Paesi europei è stata “egemonizzata” da forze xenofobe e razziste, che stanno rendendo oltremodo difficile la soluzione dei problemi più immediati posti dal crescente flusso di migranti. Inoltre, l’azione unitaria dovrebbe essere volta a rendere più equa la distribuzione a livello mondiale degli esiti della globalizzazione, al fine di contenere i divari di reddito tra Paesi ricchi e Paesi poveri, in quanto “motore” dei flussi migratori.
Quest’ultima considerazione è tanto più rilevante, se si pensa che le migrazioni internazionali di massa costituiscono una reazione alle disuguaglianze mondiali; la globalizzazione, se resa più equa nella distribuzione delle opportunità che da essa possono originare, favorendo l’estensione degli esiti della “grande convergenza” dei Paesi arretrati verso le posizioni dei Paesi ricchi, rende possibile la previsione che, nel lungo periodo, i flussi migratori siano destinati naturalmente ad estinguersi. Anche riguardo a questo aspetto, però, gli establishment dei Paesi membri dell’Unione, “accecati” dagli egoismi nazionali, non sembrano propensi ad agire nel modo più conveniente dal punto di vista dei loro stessi interessi.
È, questo, un aspetto che dovrebbe entrare a fare parte dell’agenda di politica internazionale di ogni Paese realmente interessato, non solo a fare fronte nell’immediato (mediante controlli–tampone) al problema dei migranti, ma anche a risolvere tale problema in modo duraturo nel medio-lungo periodo, attraverso un impegno volto a rendere il processo di globalizzazione delle economie nazionali più equo sul piano distributivo dei vantaggi da esso attesi da parte di tutti i Paesi del mondo.

Fonte: Democrazia Oggi




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