Macron

L’Huffpost Italia 7 Febbraio 2019. La crisi Italia-Francia si consuma per vie extraistituzionali, come se fosse lo scontro tra partiti. Al netto delle intemperanze sovraniste, un appannato capo dell’Eliseo non si comporta da leader europeo.  Improvvisamente, in un primo pomeriggio qualunque di febbraio, siamo entrati in “guerra” con la Francia.

Ma il conflitto arriva in un precipitare di dichiarazioni, risposte, e ragioni esposte e negate, che si susseguono in un percorso affrettato, imprevisto, caotico: nessun passo formale fra i governi delle due nazioni, nessun passaggio istituzionale o telefonata fra i vertici dei due paesi. Precipitiamo nel faccia a faccia Italia-Francia in via extraistituzionale, come se si trattasse di uno scontro fra due partiti. Che, alla fine, è esattamente quello di cui si tratta: due campagne elettorali che si incrociano e che esplodono nello spazio comune europeo.

Il primo colpo arriva da Parigi, ma nemmeno ufficialmente. Arriva in verità da un alert del Financial Times (è la globalizzazione bellezza) che ci annuncia che la Francia ritira “per consultazioni” il suo ambasciatore in Italia. Arriva poi, stilato in due lingue, dal Ministero degli Esteri di Parigi un comunicato stampa, in cui si accusa l’Italia di ingerenze nella politica francese.

Un’accusa molto seria annunciata come si trattasse di un convegno. E non esageriamo nel dire questo: da quel che si apprende in quei primi minuti, la Farnesina ha saputo della notizia dalle agenzie, esattamente come noi comuni mortali. Nessun contatto ufficiale. I minuti cominciano a quel punto ad accumularsi, e nessun voce italiana per un bel po’ si sente. Forse è stupore, o forse è imbarazzo. Ma è anche un po’ di sfortunato caso.

Il Ministro degli Esteri Moavero è in viaggio con il presidente Mattarella, il Premier Conte è in Libano in una visita mediorientale che si conclude con l’ispezione delle forze italiane che guardano come Unifil la frontiera fra Libano e Israele. Parla allora il Viceministro degli Esteri, e parla anche Bannon, il sovranista Usa prestatosi all’Europa.

Ma le alte cariche istituzionali sia italiane che francesi restano mute, e fino a quando non parla Salvini non si capisce in che universo ci stiamo muovendo: propaganda, chiacchiere, addirittura uno scherzo? E se è vero che Salvini ufficializza la crisi e mette sul tavolo le posizioni italiane il silenzio delle istituzioni non è per questo rotto. Salvini è dopotutto il vicepremier e il ministro dell’Interno. All’appello mancano ancora il presidente del Consiglio Conte, e il Ministro degli Esteri, e anche il Quirinale, nonostante il Presidente riatterri a Roma.

Una crisi insomma in cui l’ordine istituzionale è saltato. Per scelta o per incapacità non importa: che la crisi con il nostro vicino e fino a pochi minuti fa miglior alleato sia precipitata come una crisi fuori dalle istituzioni, non è dettaglio da poco.

Quella che dovrebbe essere uno scontro fra stati, si sviluppa come una lite fra partiti politici. Ed è questo davvero l’essenza di quello che sta succedendo sull’asse Parigi-Roma.

E’ evidente infatti, proprio in questa extraistituzionalità, la natura di scontro tutto fatto ad uso interno, tutto mirato alla campagna politica delle Europee. Il segno di questa operazione si è venuta costruendo negli ultimi tempi nei toni e nelle scelte tipiche dei climi elettorali.

Fanno testo la campagna di Salvini contro Macron sul respingimento dei migranti, sulla restituzione dei terroristi italiani, le incursioni del vicepremier Di Maio su suolo francese per prendere contatto con i gilet gialli. Ma lo stesso Macron ha da tempo alzato i toni, lasciando l’algido e forbito empireo del linguaggio presidenziale per le parole sprezzanti di uno scontro fra partiti e di cui “gli italiani meritano di meglio” è solo il più educato.

Naturalmente, il ritiro dell’ambasciatore “per consultazioni” da parte dell’Eliseo fa fare un salto a questi scontri. E a questo punto, diventata una questione nazionale, il rapporto con la Francia non può essere relegato – come del resto gli stessi due governi sembrano volere – nello spazio astratto delle relazioni internazionali.

E’ divenuto e lo sarà sempre più una questione cui dovremo prendere posizioni chiare su torti e ragioni. Ponendoci la domanda che non si pone mai in diplomazia: in questa disputa ha più ragioni la Francia o l’Italia?

Per quel che mi riguarda, la risposta non è molto difficile: al netto dei modi frontali e rudi con cui i nostri attuali governanti si sono confrontati con l’attuale Presidente Francese, al netto della inusitata scelta del vicepremier Di Maio recatosi a Parigi per un incontro con i gilet gialli in veste di semplice militante, è molto più sorprendente e imprevisto che perda ogni bussola istituzionale il presidente della Francia, un paese in cui il rispetto delle istituzioni è quasi sacro.

La drammatizzazione dello scontro con l’Italia, in questi toni e modi, costituisce – sempre a mio parere – una ulteriore prova della debolezza di Macron che da molti mesi sembra aver rinunciato di fronte al cambio del panorama europeo (e francese) al ruolo di guida illuminata dell’Europa cosi’ caro e ammirato da tutta l’Europa.

E’ emerso piuttosto, dal più illuminato dei palazzi di Parigi, l’accentuazione di una politica rabbiosa e competitiva in cui il paese dei Lumi si distingue per un clima divisivo più che conciliante di una Europa democratica e unita.

Parliamo qui del doppio standard nella guerra economica strisciante che c’è fra i nostri due paesi – gli esempi sono vari, dal dossier Libia, a quello Fincantieri, ai respingimenti degli immigrati alle frontiere, tutti casi in cui Parigi ha applicato all’Italia regole che non applica a se stessa.

Ma forse il punto più inaccettabile di questa caduta del ruolo della Francia riguarda non solo l’Italia ma tutta l’Europa – e parlo qui del rinnovo del trattato di Aquisgrana, firmato il 22 gennaio 2019 tra Emmanuel Macron e la Germania Angela Merkel, un patto di cooperazione tra i due stati mirato a completare, rilanciandolo, il patto fra Charles de Gaulle e Konrad Adenauer lo stesso giorno del 1963. Una firma indicata ufficialmente come un impegno a rinnovare impegni comunitari per combattere i nazionalismi.

Ma che in realtà è un patto che scrive norme speciali di alleanza fra i due paesi forti dell’Europa, che applicano a sé regole che agli altri paesi europei sono negati. Il senso di questo accordo è venuto immediatamente fuori: al cuore del rilancio di Aquisgrana era la fusione delle due aziende Alstom-Siemens che avrebbe creato il più grande polo europeo dei trasporti ferroviari. Una fusione bloccata dalla stessa Europa proprio in questi giorni. Questi sono solo i casi maggiori.

La domanda è dunque impossibile da sfuggire: si può essere i paladini di una unità europea, si può essere anche i paladini di una riforma democratica delle istituzioni europee e contemporaneamente mettersi al di fuori, se non al di sopra delle stesse regole europee?

La Francia di Macron, in sintesi, sembra a me costituire oggi essa stessa un esempio di crisi e di disorientamento, più che un esempio di come fronteggiare con successo il populismo europeo.

L’unico elemento positivo di questa vicenda è che costituisce la prova che anche le campagne politiche che una volta avremmo definito nazionali, attraversano fatalmente i confini e hanno impatto su tutte le altre nazioni. Prova involontaria e paradossale che l’Europa è già uno spazio politico fortemente unificato. Dunque difficilmente scindibile.

*Direttore, Huffpost Italia

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Amsicora

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Compagni  di tante battaglie, cosa pensate del reddito di cittadinanza, del Tav e del Venezuela? Che ne dite della posizione del M5S? Questioni calde, sul tappeto, dirimenti, non quisquiglie. Qui si decide non tutto, ma molto  dello sviluppo della politica nazionale. Compagni! Sono stupefatto. Mi aspettavo una posizione di questo genere: d’accordo sul reddito di cittadinanza, è una conquista importante, difendiamola dagli attacchi delle destre e di lor signori. E’ imperfetto, certo, ma lavoriamo a migliorarlo cammin facendo. E invece no, ahinoi, botte da orbi da destra, centro, centrosinistra e sedicente sinistra. 
Ne volete la prova? Eccola, Ieri guardavo una trasmissione TV dove un sinistro estremo di Potere al popolo faceva le pulci al reddito e ne declamava i difetti: è una misura assistenziale, non crea sviluppo, ci vuole benaltro (ecco il benaltrismo!), ci vuole il lavoro. D’accordo, compagni di mille battaglie, ci vuole l’occupazione. Ma, nelle more, umilmente vi chiedo: è meglio che il povero dioccupato o pensionato non abbia il minimo per vivere o è preferibile che ce l’abbia? Lo so, benaltrisiti di benaltro intelletto, la mia è una considerazione semplicistica, banale, ma non mi vergogno di confessarlo io in queste cose sono terra terra. Per esempio, penso a quella vecchietta che al mio paese mi diceva di vivere con 400 euro al mese e penso che sarà felice di averne quasi il doppio. Non solo sono così semplicione da pensare che se a lor signori (e anche quelli come me) viene tolto qualcosa per darlo alla mia cara vecchina o a un disoccupato, questa sia cosa giusta e buona; lor signori neanche si accorgono del taglio, mentre lei, la vecchia, o lui, il discoccupato, dell’aumento si accorge e come!
Poi, sempre in TV, una giornalista con lavagna spiega del lavoro che il beneficiario in età lavorativa non può rifiutare. “Alla terza chiamata - dice - non c’è limite di distanza, un campano, cui viene offerto un lavoro a Udine, deve accettarlo“. Mai l’avesse detto! Ecco irrompere il compagno collegato da Milano: “questa è una deportazione!”, dice agitato. “I lavoratori vanno rispettati! Va rispettata la loro dignità!“, incalza. Ammetto, son rimasto basito. In un lampo ho pensato a cosa avrebbe detto mio padre, persona mite, dignitosa e ottimo lavoratore. Mio padre avrebbe detto che quel lavoratore avrebbe dovuto accettare.
Mentre nella mia testa frullavano questi pensieri, ecco che un altro intelocutore, non so di quale parrocchia, ha detto la stessa cosa che penso io. Ne è nato un acceso contrasto verbale. Benaltristi!, a capo chino e cosparso di cenere, vi confido che io ero d’accordo con quest’ultimo e in disaccordo col compagno, veterano di mille battaglie. Sono rimasto scosso e per tutta la notte non ho dormito, cercando di capire se per caso la mia convergenza sulla posizione dello sconosciuto filogovernativo, non fosse frutto di naturale rincoglionimento senile. E, mentre mi rivoltavo nel letto senza pace, sono pervenuto alla conclusione meditata che il lavoratore campano avrebbe dovuto accettare il lavoro stabile a Udine. Naturalmmente con uno stipendio dignitoso come comanda l’art. 36 Cost., non come dice Calenda d’accordo con la Confindustria, che lo stipendio a 780 euro va bene e semmai ciò che va ridotto è il Reddito di cittadinanza. A lor singori va bene tutto al ribasso per lavoratori e poveri, e tutto al rialzo per chi già ha molto!
Poi, nel cuore della notte, ho avuto questa bella pensata: la sinistra e la CGIL dovrebbero intorno al Reddito di cittadinanza creare un movimento contro l’attacco di tutte le destre e della Confindustria, battendosi per l’aumento dei salari da lavoro e spingendo affinché il Ministro Di Maio faccia bene ciò che ha promesso, e cioé di creare anzitutto lavoro e insieme una struttura di supporto efficace per accompagnare i disoccupati ad un lavoro stabile, curando anche la formazione. Forse non c’entra nulla, ma ricordo che intorno alla legge 275 in Sardegna gli stessi lavoratori interessati si organizzarono per ottenere la stabilizzazione, misero in campo una battaglia che, alla fine, risultò vincente. Benaltristi di tutte le bandiere!, scusate la mia ingenuità, ma non si potrebbe far così anche col reddito di cittadinanza?
E con il TAV? Come la mettiamo , compagni, col TAV? C’è un assalto concentrico contro Di Maio, Toninelli e Conte. Tutto il mondo affaristico preme sulla Lega per cacciare il M5S dalla stanza dei bottoni e far cadere il governo. Hanno fatto prove di nuova coalizione dalla Lega a FI e PD nelle manifestazioni di Torino e Roma. Quando ci sono affari evidentemente Salvini non è più così inguardabile! Non è fascista, anzi è upmo assennato e dabbene. E voi, compagni di benaltra sinistra, che fate? Tacete? Non sia mai detto che vi esca di bocca non dico un plauso al M5S, ma neppure un misero appoggio critico! Compagni, attenti!, guardate  che è scesa in campo anche la mitica Europa, con la minaccia di chiederci somme indietro. C’è il rischio di perdere la battaglia, bisogna fare massa, resistere. Non sarà il caso di fare qualche sit-in sul tema? O anche qui ci vuole benaltro?
Ohè, gente della sinistra che fu! E sul Venezuela? Lasciamo che le ingerenze prevalgano? Che come in Irak, in Libia e in Cile le risorse del sottosuolo diventino preda di lor signori o ci battiamo perché sia il popolo venezuelano a decidere con procedure concordate e accettabili secondo la Costituzione di quel Paese? Vi sembra che il presidente della Camera possa autoproclamarsi presidente della Repubblica? Vi sembra che sia legittimo far questo è chiedere l’intervento di Trump e di altri stati contro il presidente legittimamente eletto? Si dirà: la questione è complessa, c’è una situazione economica grave e uno scontro durissimo in atto. D’accordo, ma un intervento serio è quello che favorisce un percorso democratico di fuoriuscita dalla crisi, una via di riconciliazione democartica, mantenendo una posizione di equilibrio fra i contendenti. Anche il Papa ha fatto così, proponendosi,se richiesto da ambo le parti, come mediatore. Perché non lo può fare il governo italiano? Questa è una posizione che lo legittima a svolgere un ruolo che scongiuri un bagno di sangue. Bene, dunque, la posizione del governo, anzi della parte pentastellata dell’esecutivo, posto che Salvini è volato nell’altra sponda, insieme alla tanto vituperata UE e alla barba del sovranismo e della non ingerenza! Anche per questo il M5S è sotto attacco di tutte le destre e del PD (porca miseria! chissà perché dove c’è destra c’è PD!). E voi, anche qui cosa dite? Che ci vuole benaltro?

Fonte: Democrazia Oggi

Andrea Mugia

ww.sardegnasoprattutto.com pubblicherà i Programmi dei candidati Presidenti al governo della Regione Sardegna che li vorranno inviare. Naturalmente nella versione sintetica curata dagli stessi candidati senza alcun intervento da parte nostra. Li ringraziamo tutti anticipatamente nella convinzione di dare un positivo contributo alla alla democrazia partecipativa e alla nostra terra (NdR).

Autogoverno. La Sardegna dovrà esercitare tutte le funzioni e utilizzare le prerogative previste nello Statuto sardo. Le entrate che lo Statuto assegna alla Sardegna dovranno essere corrisposte in toto e le somme indebitamente “accantonate” dallo Stato restituite. Il centralismo degli enti e delle strutture regionali dovrà essere ridimensionato e reso funzionale al raggiungimento degli obiettivi del programma di governo.

La nuova macchina amministrativa regionale avrà il compito di coordinare e sostenere l’autogoverno delle comunità locali secondo principi di sussidiarietà e democrazia di prossimità. Va attuata una riforma che ridisegni l’impianto istituzionale dell’Isola attribuendo ai Comuni la gestione delle politiche di sviluppo e delle relative risorse secondo uno schema di federalismo interno che assegni alle istituzioni regionali unicamente il ruolo legislativo, strategico e di indirizzo.

È necessaria una riforma degli Enti Locali che consenta ai comuni e agli altri enti locali di rispondere alla nuova dimensione federale con efficienza e trasparenza. Il reclutamento di eventuali posti vacanti nell’amministrazione regionale si farà attraverso concorsi pubblici. Il fondo unico per gli Enti Locali sarà commisurato alle risorse che lo Statuto assegna alla Sardegna.

Società. Autodeterminatzione si impegna per sostenere i diritti civili che riguardano le persone, la loro libertà, le loro uguali possibilità di accesso alle istituzioni. Dovrà essere contrastata la discriminazione. Andranno realizzate e supportate tutte le azioni possibili per contrastare la povertà e per alleviarne gli effetti privilegiando il criterio di prossimità delle misure impiegate. La tutela delle persone e delle famiglie, in tutte le forme presenti nella società, deve esser al centro delle politiche sociali, culturali e di sviluppo dell’intero territorio sardo. Sarà rivolta una particolare energia a contrastare il fenomeno dello spopolamento.

Le risorse ambientali, faunistiche, della flora, i boschi, la montagna e l’insieme dei beni ambientali, storici e architettonici saranno la leva economica che la Regione insieme con i Comuni metterà a disposizione in un moderno quadro di valorizzazione e produttivià per attirare i sardi nuovamente nei paesi e nelle comunità più piccole e più preziose della Sardegna. Saranno promosse e sostenute politiche che garantiscano la costruzione di una comunità capace di reagire attivamente a situazioni sfavorevoli e promuovere forme alternative di coesione e riattivazione di pratiche di scambio e sostegno reciproco.

Ambiente. Autodeterminatzione si impegna affinché venga rispettata la volontà dei sardi sulla indisponibilità del territorio sardo ad installazione di centrali nucleari, depositi di scorie nucleari, depositi inquinanti. Si dovrà prevedere il superamento delle servitù militari nell’Isola. Secondo il principio “chi inquina paga”, lo Stato dovrà risarcire i costi per la bonifica dei territori inquinati dalle esercitazioni militari. Sarà prevista la riconversione e il reinserimento di tutti i lavoratori interessati direttamente o indirettamente dal settore militare affinché il progressivo smantellamento non crei disagio nei territori interessati.

La Sardegna ha oltre 1.250.000 ettari occupati da boschi. Molti di essi sono “boschi poveri”, macchia mediterranea derivata da coltivi e pascoli abbandonati. Attraverso tecniche di silvicoltura preventiva si dovrà governare questa grande infrastruttura verde che copre metà dell’Isola, migliorarla, proteggerla e farla diventare un formidabile regolatore del territorio, delle acque e del clima. Intendiamo Adottare un solido progetto di “Prevenzione civile”, utilizzando il metodo della pianificazione partecipata e identificando i fattori dove intervenire in funzione preventiva. Bisognerà definire norme di autoprotezione riguardo al dissesto idraulico e idrogeologico e rispetto al rischio incendi, finora demandati alla mera risposta emergenziale del soccorso urgente.

Estenderemo il Piano Paesaggistico Regionale alle aree interne dell’isola con la definizione di norme di compatibilità condivisa. Saranno siglati “accordi di paese” coi comuni dove la superficie forestale è prevalente per creare modelli di gestione partecipata del territorio e favorire la nascita di un’economia di tipo silvo-colturale. Attraverso fondi europei e regionali, si metterà in sicurezza definitivamente gli insediamenti urbani, quelli residenziali stabili e quelli estivi.  Saranno incentivati programmi per la produzione di energia da fonti rinnovabili e per il risparmio energetico attraverso la ristrutturazione delle abitazioni private e privilegiando coloro che si trovano in condizioni di povertà energetica. Autodeterminatzione considera la fascia costiera inviolabile e gestibile unicamente attraverso i Piani Urbanistici Comunali dei comuni costieri.

Salute e sociale. Autodeterminatzione sostiene lo sviluppo, la crescita e la valorizzazione del Sistema Sanitario pubblico, improntato a garantire il principio universalistico di equità di accesso alle cure in tutto il territorio regionale a difesa del diritto alla salute del cittadino sardo. Salute intesa non solo come assenza di malattia, ma nel suo più ampio significato di pieno godimento di uno stato di benessere psico-fisico della persona.  Con tale presupposto ci impegneremo affinché tutte le politiche, ogni atto legislativo e di programmazione, ogni tipo di investimento e infrastruttura debbano contenere a monte una Valutazione di Impatto Sanitario, sempre prevista ma mai implementata.

Si attuerà una profonda, sostanziale, revisione della recente riforma sanitaria e del piano di riordino della rete ospedaliera. Non ci appartiene la visione tecno-burocratica di tagli lineari, che ha caratterizzato le ultime legislature e che ha portato a un impoverimento e depotenziamento dell’offerta di prestazioni sanitarie al cittadino e ha determinato nel contempo un progressivo svilimento del ruolo e delle competenze del personale medico e infermieristico nella nostra regione.

La salute del cittadino non deve essere più considerata un costo da comprimere, ma un bene individuale e comune inalienabile e da difendere e tutelare con ogni mezzo. Saremo capaci di attuare una autonoma programmazione sanitaria svincolata dai parametri dimensionali imposti dallo Stato, ma tarata unicamente sulle reali condizioni demografiche e epidemiologiche della nostra Regione, dalle quali conseguirà un coerente piano di soddisfacimento del fabbisogno dei territori. Sarà prioritario il rilancio della campagna di prevenzione e di screening gratuiti delle patologie di maggior impatto.

Il potenziamento dei servizi pubblici ospedalieri e territoriali anche con l’obiettivo imprescindibile di mettere fine al vergognoso fenomeno delle liste d’attesa insostenibili, spesso gestite in maniera tale da favorire l’offerta di servizi della sanità privata. Il nostro fine sono presidi ospedalieri validi, ben collegati con le altre strutture sanitarie, ragionevolmente raggiungibili da qualsiasi località del territorio per qualsiasi patologia acuta che richieda tempi di accesso veloci. Una reale territorializzazione dei servizi e dell’assistenza sanitaria di base. Il potenziamento delle attività ambulatoriali specialistiche, e la conseguente garanzia di servizi, spazi e tecnologie, per cicli di almeno 12 ore giornaliere.

Trasporti. La Sardegna è isolata a causa dei monopoli italiani sulle vie marittime e aeree. Va ridefinito un sistema di collegamento esterno che metta in primo piano il diritto alla mobilità dei sardi. Per quanto riguarda le linee marittime, faremo valere la competenza prevista dall’articolo 4 e dall’articolo 53 dello Statuto Sardo. In base a quella competenza si dovranno disconoscere gli accordi fra lo Stato Italiano e la CIN-Tirrenia chiedendo che le somme destinate siano devolute al bilancio regionale. Si dovrà negoziare con tutti gli operatori presenti sul mercato, secondo forme che garantiscano la concorrenza nelle rotte e nella frequenza. Si dovràdefinire una tariffa massima, comparata alla Tariffa Ferroviaria Sovraregionale di Trenitalia, applicabile tutto l’anno per tutti i cittadini nati o residenti in Sardegna.

Il trasporto delle merci da e per il continente non deve penalizzare i produttori e i consumatori sardi. La valutazione della tariffa sopra definita dovrà garantire neutralità per le merci sarde rispetto ai costi di trasporto delle merci prodotte nel continente.Per quanto riguarda le rotte aeree si dovranno potenziare i collegamenti verso gli aeroporti minori e quelli serviti dalle compagnie low-cost superando l’attuale sistema agevolato che costringe i sardi a recarsi obbligatoriamente verso gli aeroporti di Linate e Fiumicino.

Il grande deficit infrastrutturale della Sardegna va colmato e i servizi di collegamento pubblici interni vanno garantiti anche in funzione di compensazione rispetto alla mancanza di investimenti per alta velocita e alta capacità che lo Stato italiano sta invece attuando nella penisola. Lo sviluppo di una rete ferroviaria adeguata che colleghi le principali città, i porti e gli aeroporti dell’Isola deve essere obiettivo primario dell’azione di governo della regione e di confronto con lo Stato italiano.

Investimenti. Autodeterminazione considera fondamentale una politica di investimenti basata sui fondi europei e adeguata ad un progetto di sviluppo che garantisca i lavoratori e gli imprenditori sardi.

Si stabilisce come obiettivo la spesa di risorse aggiuntive pari a un miliardo di euro per ciascuno dei prossimi cinque anni. Attraverso l’abbattimento dei tempi di erogazione degli investimenti e con l’utilizzo di schemi automatici di finanziamento si incentiveranno le imprese sarde che investiranno e creeranno occupazione. A legislazione vigente, in questo modo si realizzerà una zona franca degli investimenti dove le imprese beneficiarie potranno compensare con credito d’imposta o altre forme di sovvenzione le tasse e i contributi da versare.

Anche le politiche attive del lavoro e le politiche di formazione continua dei lavoratori saranno incentivate con schemi automatici di finanziamento.Gli investimenti di questo tipo riguarderanno tutti i settori produttivi con particolare attenzione a quelli usciti deboli dalla recente crisi economica e in particolare, oltre l’industria, all’artigianato, al commercio.

Agricoltura. Nel complessivo progetto di riforma dell’Amministrazione regionale si dovrà ridurre il peso della burocrazia che riguarda l’agricoltura allo stato attuale esageratamente onerosa e inefficace.

La gestione del Piano di Sviluppo Rurale sarà realizzata col concorso dei territori rurali e degli Enti Locali. Le richieste di premi comunitari dovranno essere valutate entro lo stesso anno di presentazione della domanda. Sarà attuata una seria politica di promozione sui mercati che accompagni la diversificazione dei prodotti. Saranno valorizzate le produzioni di qualità degli allevamenti al pascolo anche con riferimento al metodo biologico e al benessere degli animali. Attraverso l’Organizzazione Interprofessionale del settore, con un sistema di incentivi e disincentivi, si lavorerà per stabilizzare il prezzo del latte su base triennale. Le aziende agricole e pastorali saranno il fulcro della politica agraria nelle aree rurali.

Scuola e formazione. La priorità alla scuola pubblica non deve essere in discussione, nell’insieme deve assicurare la qualità e il buon livello dell’istruzione, e garantire gli operatori scolastici.

Le scuole devono diventare nuovamente centri pulsanti per la cultura delle comunità e non essere sommerse da pratiche burocratiche e formalismi eccessivi. La scuola deve consentire agli studenti di esprimere le proprie potenzialità e, in particolare, deve garantire la trasmissione, lo studio e lo sviluppo della lingua sarda e delle altre lingue proprie dell’Isola. La scuola deve promuovere il lavoro dei docenti e vedere in loro i primi costruttori di comunità e di opportunità  di crescita personale.

Deve essere garantito il diritto allo studio, e quindi l’accesso a un sistema scolastico che risponda anche alle esigenze specifiche espresse dai territori. La Regione dovrà essere libera di adottare, già nel quadro dello Statuto speciale vigente e in una sua più spiccata applicazione, una Legge sulla scuola che riporti in Sardegna il cuore della politica scolastica e che ci consenta di guidare il sistema delle autonomie scolastiche verso il miglioramento e l’accoglienza nelle scuole, e non solo verso tagli e gravami burocratici che poco hanno a che fare con il lavoro didattico e la crescita culturale degli studenti.

La dispersione scolastica e l’altissimo tasso di ripetenti ci pone ai vertici delle classifiche statali ed europee. Secondo l’OCSE i ragazzi sardi sono tra i meno preparati d’Europa in matematica, scienze e letteratura. Quindi, al tasso di abbandono va aggiunto il livello di preparazione dei ragazzi che permangono all’interno dei circuiti scolastici, che risulta disallineato non solo all’Italia, ma al resto dell’Europa. Per tali motivi occorre un piano organico e di sistema con obiettivo dispersione zero, finalizzato ad aggredire le ragioni di questo “disagio” scolastico con piani di intervento di rete con tutti gli attori sociali.

È necessario potenziare una serie di misure rivolte alle famiglie per promuovere la “scolarizzazione” come valore aggiunto per tutto il territorio. Tra le misure sono indicate quelle di sostegno alle famiglie monoreddito o in situazioni di difficoltà anche temporanee, gli incentivi allo studio e i bonus libri, i contributi alloggio ove necessari, il potenziamento dei servizi di viaggio in zone a carente offerta formativa.

Beni Culturali. L’immenso patrimonio dei Beni Culturali in Sardegna sarà uno dei punti di forza per la rinascita dell’economia sarda. Oggi un piano per lo sviluppo dei beni culturali e paesaggistici non può prescindere dall’interazione con la cultura locale. La tutela dei beni storici, artistici, archeologici e antropologici, deve essere inserita in un programma di sviluppo integrato del territorio, con la sua cultura, con la sua identità e con i suoi servizi. Anche in funzione di una valorizzazione per scopi turistici si realizzerà una biglietteria regionale unica (SardignaPass) per mettere a sistema ogni singolo sito archeologico.

Multilinguismo. La Sardegna è una terra con un patrimonio linguistico enorme, che è una ricchezza per tutti. Si tratta di un bene comune. Occorre restituire al sardo lo status pieno di lingua attraverso il suo uso. Si deve difendere e migliorare il processo di standardizzazione di una lingua sarda scritta comune, nel rispetto pieno della lingua parlata. Bisogna applicare in Sardegna, così come in altre parti civili d’Europa, la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, che l’Italia non ha ancora ratificato.

E’ fondamentale l’adozione di uno standard linguistico ufficiale condiviso, che non cancelli o mortifichi le parlate locali e anzi le rafforzi e le tuteli. Lo Statuto Speciale deve contenere una norma che garantisca il riconoscimento del sardo come lingua co-ufficiale alla pari dell’italiano ad ogni livello e in ogni ambito. Pari trattamento devono avere le altre lingue di Sardegna nei territori dove si parlano. Si applicherà il bilinguismo perfetto in tutti gli uffici pubblici, nelle scuole e nelle università della Sardegna, nei media e in ogni altro ambito. Si riconosceranno dei crediti formativi, dei contributi e delle indennità ai sardi bilingue. Il sardo sarà portato fuori dalla clandestinità e dentro una società multilingue

Fonte: Sardegna Soprattutto

Red

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C’è una evidente difficoltà dei movimenti a schierarsi in vista delle elezioni regionali del 24 febbraio prossimo. Ne è testimone Caminera Noa, che, con la nota che segue, dichiara di non appoggiare alcuna lista, ma di lasciare libertà di voto a singoli candidati delle liste alternative a quello che chiama “tripolarismo italiano”.
La particolarità e il rilievo della decisione sta nel fatto ch’essa proviene da un movimento molto impegnato e assai presente nel dibattito pubblico e nella battaglia politica isolana. Non si tratta pertanto di un soggetto dell’area della usuale astensione. Anzi! La qualcosa fa emergere un deficit dell’offerta politica, in questo caso collegable al “tripolarismo natzionalitario”, al fatto che Sardi Liberi, PDS e Autodeterminatzione non hanno accolto l’appello proveniente da molte parti a convergere in un unica lista; hanno preferito correre ognuno per proprio conto, segno di irresponsabilitò politica e di scarso rispetto per l’elettorato  sardo, che ben avrebbe gradito un forte ed unito polo identitario.
La scelta di Caminera noa è evidentemente dolorosa, come lo è sempre quella di chi vuole concorrere alla politica e ne viene sostanzialmente escluso in un momento centrale. Si spera che l’astensione il 24 febbraio venturo si riduca rispetto al 2014, quando raggiunse ben il 50% degli elettori sardi. Ma non possiamo sottacere che a questo spinge anche una legge elettorale scellerata, approvata dal duopolio FI/PD proprio in funzione della esclusione di molti sardi dal voto: tutti quelli dissonanti dai due schieramente finora egemoni nella scena regionale ed in primis, allora, del M5S. Ma siccome questo è l’obiettivo dissennato di centrodestra e centrosinistra, meglio sarebbe partecipare in massa al voto e sommergerli sotto una valanga di schede in favore della altre liste.
Ecco ora la nota stampa di Caminera Noa. 

Lo scorso 13 ottobre avevamo dichiarato a mezzo stampa la nostra volontà di non partecipare direttamente alle elezioni autonomistiche perché il progetto Caminera Noa attraversa una fase di crescita, progettualità e radicamento che ha ancora bisogno di maturare prima di misurarsi con competizioni elettorali.
Politicamente però Caminera Noa si dichiarava orientata a sostenere con tutte le sue forze una lista amica dei conflitti sociali e politici in Sardegna e poneva la seguente vitale questione: “i conflitti sociali e politici in atto in Sardegna avranno amici alle prossime elezioni regionali?”.
Ad un mese delle elezioni autonomistiche, dopo aver avuto anche alcuni confronti con alcune liste   e dopo un serio, democratico e meditato dibattito nelle assemblee plenarie e nei coordinamenti abbiamo deciso di assumere la seguente posizione:
Caminera Noa boccia tutte le liste a sostegno delle politiche che, con alterne vicende, negli ultimi decenni hanno governato la Sardegna, e che hanno portato allo stato attuale di desolazione e di assalto alla nostra terra e ai nostri diritti fondamentali: il diritto a vivere in una terra sana, il diritto ad accedere ad una sanità pubblica di qualità, il diritto ad un lavoro dignitoso, il diritto ad un istruzione di qualità che rispetti la specificità della Sardegna, il diritto alla mobilità, la tutela dei beni comuni, il diritto alla parità linguistica tra sardo e italiano, ecc. Pertanto, le liste a sostegno di Massimo Zedda e di Cristian Solinas essendo in continuità con i governi precedenti e in complementarietà rispetto agli interessi che veicolano e vogliono rappresentare sono da escludere. Invitiamo pertanto a non votare né i candidati presidente né i singoli candidati nelle liste, anche se furbescamente i due schieramenti hanno pescato anche tra personalità impegnate nel sociale e tra alcuni buoni amministratori.
Caminera Noa boccia anche il Movimento 5 Stelle per due ragioni: non ha alcuna idea della Sardegna che tenga conto del suo carattere a sé stante e mutua meccanicamente idee e progetti impacchettati dalle centrali italiani del Partito che si profila come uno dei più centralisti e autoritari. La seconda ragione è che non possiamo ignorare che a livello statale sia diventato ormai lo scendiletto della destra razzista e xenofoba ad egemonia salviniana e ciò viola i nostri valori.
Per quanto attiene alle altre liste alternative al tripolarismo italiano, la loro pur netta opposizione alle liste unioniste non è condizione sufficiente per captare il nostro consenso. Altre sarebbero state le condizioni necessarie per un nostro convinto appoggio: sarebbe stato necessario aprire alle lotte di difesa della Sardegna, cioè creare «uno spazio pubblico di libero e paritario confronto ad ampio spettro» (come auspicavamo nel documento del 13 ottobre). Appare evidente che tali condizioni politiche che avrebbero reso possibile un appoggio organico/esterno da parte di CN non vi sono affatto. Questo perché nel processo di costruzione delle liste, non c’è stata democrazia nei meccanismi di formazione, nessuna di esse nel proprio programma e nella infelice scelta del candidato alla presidenza rappresenta una forza di rottura del sistema, né accoglie in modo organico le istanze provenienti dai movimenti di lotta attivi sul territorio sardo, tra i quali CN trova la sua naturale collocazione. Inoltre tutte le liste alternative al tripolarismo italiano violano almeno uno dei nostri punti fondamentali (autodeterminazione nazionale, antirazzismo, superamento del liberismo, sostenibilità). Davanti a questo scenario non possiamo biasimare chi deciderà di astenersi, e lo faranno moltissimi attivisti e militanti che in questi anni hanno animato l’unica vera opposizione alla giunta uscente.
Detto ciò si deve però rilevare che, poiché all’interno di alcune delle liste alternative al tripolarismo italiano trovano spazio singoli candidati rispetto ai quali è concreta l’empatia politica che nasce dalla comune sensibilità ai temi che sono al centro della nostra azione politica e dall’aver condiviso in prima persona le stesse battaglie e poiché all’elezione di tali singoli candidati si lega l’unica, seppure debole, speranza che trovino voce dentro il Consiglio Regionale le lotte da noi sostenute per il territorio e per il popolo sardo, CN considera conforme ai principi e agli intenti dichiarati una scelta orientata in tal senso da parte dei propri attivisti.
Le imminenti elezioni esprimono un carattere desolante della politica in Sardegna spesso condizionata da logiche autoreferenziali il che ha impedito che le lotte, i conflitti, le resistenze presenti in Sardegna trovassero un adeguato spazio e degna rappresentanza. La vera sfida inizierà dal 25 febbraio in poi e toccherà a tutti noi esserne all’altezza e costruire un processo di emancipazione  significativo, lungimirante e duraturo.

Fonte: Democrazia Oggi

Fernando Codonesu

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Lo scenario
Le scuole di formazione politica sono sempre state diretta emanazione dei partiti e, fatto salvo il periodo dei grandi partiti di massa del ‘900, hanno cessato da tempo di svolgere la loro funzione di formazione preminente dei quadri di partito e di approfondimento tematico dei vari problemi politici che venivano poi affrontati in sede istituzionale e negli altri organi di conoscenza, organizzazione, dibattito ed elaborazione svolti nelle sedi di partito, a livello di base e via via  di vertici provinciali, regionali, direzioni nazionali e, in ultima istanza, le segreterie nazionali.
Ad oggi non sembra esistere in campo nazionale e tanto meno in Sardegna una scuola di formazione politica di ispirazione laica, fondata al di fuori dei partiti e con finalità e target di riferimento dedicati a tutta la cittadinanza, giovani, donne, adulti, anziani e immigrati compresi.
Che ci sia l’esigenza di una formazione politica mirata, se non altro, almeno all’acquisizione dei principi di base del funzionamento del nostro ordinamento democratico e delle leggi costitutive, in primis della Costituzione e del nostro Statuto, è un dato assodato, anche a partire dalla semplice constatazione che una larga fetta della cittadinanza non esercita più neanche il proprio diritto di voto. L’astensione elettorale non è dovuta solo al sentire come “inutile” il proprio voto perché si è verificato nel tempo che i partiti che raggiungono posizioni di potere e di governo non rispondono più alle esigenze degli elettori. Spesso ci si astiene anche per la scarsa “qualità” dell’offerta politica, il suo essere un prodotto “indifferenziato” con qualità decrescente proporzionalmente al diminuire della partecipazione politica della cittadinanza. Siamo convinti che ora più che mai, in questo periodo storico dominato dalla globalizzazione economico finanziaria con tutto ciò che ha portato nel bene e nel male in questi ultimi 25 anni, ad incominciare dall’aumento della povertà a tutte le latitudini del pianeta, ci sia bisogno di maggiore politica, maggiore partecipazione consapevole: abbiamo bisogno di persone formate, preparate che possano scegliere consapevolmente i propri rappresentanti ai quali chiedere conto non solo alla fine del mandato, ma prima, durante lo svolgimento della propria funzione e dopo, a valutazione del consuntivo per eventualmente riconfermarne la fiducia.
Poter scegliere consapevolmente i propri rappresentanti avendo competenze di discernimento e giudizio è per noi sinonimo di libertà.
Una maggiore conoscenza e preparazione della cittadinanza permette di contribuire a qualificare in meglio le istituzioni rappresentative a partire da quelle locali fino a quelle nazionali.
E’ a partire da questo quadro di riferimento a dagli ultimi due anni di attività politica e culturale svolta qui a Cagliari che come Comitato di iniziativa costituzionale e statutaria abbiamo deciso di promuovere la nascita di una scuola di formazione politica per coprire un vuoto evidente e con l’obiettivo di diventare interlocutori affidabili del bisogno diffuso di partecipazione politica cosciente, documentata, critica, informata e finalizzata in ultima istanza allo sviluppo del benessere individuale, sociale e collettivo.

L’Organizzazione

La scuola di formazione politica che nasce per iniziativa del CoStat viene strutturata come Associazione culturale e formativa autonoma con un proprio Statuto, Presidente, Direttore, Comitato scientifico e Segreteria organizzativa.
Questa organizzazione di tipo laico e apartitica, senza finalità di lucro, è finalizzata a creare un’organizzazione stabile e duratura nel tempo che possa utilmente interloquire con altre istituzioni culturali e formative presenti nel territorio regionale e nazionale, così come con associazioni professionali e di categorie produttive, sindacati ed enti locali. E’ nostra intenzione proporre iniziative, progetti e programmi formativi anche in collaborazione con altre istituzioni pubbliche e private, partiti e movimenti politici, altre organizzazioni e movimenti politici e culturali presenti in Sardegna, nel resto del paese e in Europa, che con tale veste qualificativa, possano avere ampio riconoscimento sociale e usufruire anche di finanziamenti pubblici e privati dedicati.

La scuola ispirata ai principi della nostra Costituzione è aperta a tutti, senza alcuna discriminazione.

Finalità

In sintesi la scuola di formazione politica intende:
Contribuire alla formazione politica e culturale dei cittadini migliorandone le conoscenze di base, la capacità critica e argomentativa, la capacità di orientamento e di selezione delle informazioni significative e vere da quelle secondarie e false nel mare magnum del bombardamento informativo quotidiano che tutti viviamo, immersi come siamo nel sistema totalizzante dei media tradizionali e dei social basati sul web.
Favorire la partecipazione al voto.
Concorrere ad ampliare significativamente la partecipazione attiva alla politica da parte della cittadinanza ad incominciare dalla città di Cagliari.
Creare un luogo di dibattito ampio, plurale e alto sulle problematiche e i diversi aspetti della vita.
Sviluppare le capacità di soluzione collettiva dei problemi dello sviluppo locale e regionale.
Fornire strumenti di conoscenza e approfondimento tematico con il ricorso a testimonianze di riconosciuti protagonisti ed esponenti della cultura, dell’economia, della solidarietà, delle lotte sociali ed ambientali presenti nel territorio regionale, nazionale e internazionale.
Sviluppare conoscenza e consapevolezza che lo sviluppo a cui tendere deve essere sostenibile, in grado perciò di coniugare il lavoro con l’ambiente e la salute.
Sviluppare competenze di natura quasi professionale dei futuri rappresentanti negli organi elettivi locali e regionali, con specifico riferimento all’organizzazione e funzionamento degli enti locali e della Regione.

Contenuti, docenti e metodologia didattica

I contenuti formativi saranno organizzati per argomenti tematici che saranno strutturati per moduli didattici con un monte ore definito per ciascuno come modulo-base, ai quali potranno seguire opportuni approfondimenti.
Alcuni degli argomenti che tratteremo riguardano la Costituzione, i diritti individuali e collettivi, le organizzazioni sovranazionali come l’ONU e la sua organizzazione, le carte dei diritti riconosciute ancorché disapplicate, l’Europa e le sue organizzazioni, il funzionamento degli Enti locali, la formazione continua della cittadinanza, i partiti politici e sindacati, lo Statuto della Sardegna, programmi e progetti di sviluppo locale, l’ambiente in cui viviamo e gli ecosistemi, la crescita e il benessere, la partecipazione democratica al tempo del web, l’etica di fronte alla robotica e all’intelligenza artificiale, ecc.
I nostri docenti provengono dalla scuola, dall’università, dai settori delle professioni, da personalità della società civile impegnate nel dibattito politico, culturale, economico e sociale cagliaritano e regionale.
Ciascun tema e relativo modulo formativo afferirà ad un docente che svilupperà l’argomento anche con il ricorso ad altre autonome collaborazioni.
Non si faranno solo lezioni ex cathedra, ma si ricorrerà largamente ad attività seminariali e in certi campi all’analisi e studio di “casi” progettuali replicabili in organizzazioni e contesti diversi.
Per alcuni temi di particolare rilevanza prevediamo la possibilità di disporre di “crediti formativi” spendibili in corsi universitari di riferimento.
Le iniziative pubbliche che verranno organizzate dal Comitato, anche in collaborazione con altri gruppi, verranno inquadrate all’interno di programmi aperti alla cittadinanza, da tenere come di consueto in luoghi pubblici.
Il progetto della nostra Scuola di Formazione Politica è in dirittura di arrivo e contiamo a breve di farne una presentazione durante un’iniziativa pubblica alla presenza degli organi di informazione in cui verrà anticipato il calendario delle prossime conferenze dibattito con alcuni dei maggiori protagonisti del dibattito politico, economico e culturale regionale, nazionale ed internazionale.

Fonte: Democrazia Oggi




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