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Il Giornale dell’Architettura.com 4 febbraiob 2019. A Riva del Garda in aprile l’INU terrà un doppio appuntamento di grande rilievo: la 7° Rassegna Urbanistica Nazionale e il 30° Congresso. Esaminare gli eventi con la presidente Silvia Viviani è anche occasione per tracciare un bilancio del percorso culturale dell’INU e in generale per delineare lo stato dell’arte della disciplina.

Dal 3 al 6 aprile prossimi a Riva del Garda l’Istituto Nazionale di Urbanistica terrà la sua 7° Rassegna urbanistica nazionale. Nel frangente, il 5 aprile nella stessa sede, si terrà il 30° Congresso. Presidente Viviani, quali sono i significati e le implicazioni di questi appuntamenti per l’INU?

L’Istituto Nazionale di Urbanistica è impegnato nell’organizzazione della 7° Rassegna Urbanistica, del 30° Congresso, dell’Assemblea dei soci elettiva del gruppo dirigente nazionale che comporrà il nuovo Consiglio direttivo con i presidenti e i secondi rappresentanti delle sezioni regionali. Nei tre anni che ci separano dal 29° Congresso (Cagliari, aprile 2016) sono state molte le attività che abbiamo svolto, le intese che abbiamo stretto e le proposte avanzate nel nostro campo disciplinare, ma anche negli altri settori collegati, negli ambiti istituzionali e politici.

L’Istituto si propone come organismo coeso e nel contempo aperto e inclusivo, per rifondare unità d’intenti, nella complessità e nelle difficoltà che caratterizzano un momento storico fragile e disorientato. Ecco il significato politico del nostro agire, la necessaria ampiezza della nostra visione, a sostegno di proposte specifiche e operative. Sul “Progetto Paese” al centro del 29° Congresso, l’INU ha lavorato, con strumenti diversi, approfondendo le proprie riflessioni in merito ai cambiamenti di prospettiva e di condizioni che incidono sull’urbanistica.

Alla 7° Rassegna e al 30° Congresso saranno portati gli esiti dei percorsi di ricerca affidati alle Communities INU, o che sono stati oggetto di elaborazioni, eventi, pubblicazioni da parte dell’Istituto: politiche di area vasta, nuovi standard, città accessibili, città storiche, città resilienti, consumo di suolo e rigenerazione urbana, sostenibilità e valutazione ambientale, porti e infrastrutture per il Paese, mobilità sostenibile e logistica urbana, paesaggio, biodiversità, aree interne, ricostruzione, politiche e interventi per la difesa dei suoli e vulnerabilità sismica, spazio pubblico, politiche e servizi per l’abitare, comunità smart e cooperative, adattamento climatico, pianificazione del mare, governance, diritti dei cittadini, partecipazione, risorse comunitarie per i progetti, politiche pubbliche per la città.

Seguendo questi percorsi di ricerca si possono produrre cambiamenti e progettare ambiti urbani, territori vasti e interdipendenti, paesaggi della nostra contemporaneità, così recalcitranti a ogni ipotesi di perimetrazione e rispondenti a mappe urbane disegnate dal movimento di individui e gruppi di persone, in riferimento alle culture, alle religioni, alle razze, all’età, al genere, ai mezzi.

E’ possibile trovarvi una strada per riorientare la cultura urbanistica, per non ridursi a un capitolo nel grande libro sull’ambiente, che coinvolge più largamente istituzioni e cittadini, ma vi è bisogno di capacità pubbliche di governo, in grado di sostenere approcci e metodi adattivi, sperimentali, incrementali.

Dunque, il progetto della trasformazione fisica, nella chiave della rigenerazione e dell’adattamento, con i tempi dell’attesa quando serve e dell’intervento subitaneo quando indispensabile, con gli orizzonti delle città in divenire e delle popolazioni in movimento, può contribuire a un nuovo modello di sviluppo economico e di giustizia sociale. Lo verificheremo nei tre contesti della conoscenza critica nella Rassegna, della riflessione programmatica nel Congresso, delle decisioni operative e organizzative in Assemblea.

Il titolo scelto dalla Rassegna, “Mosaico Italia: raccontare il futuro”, è evocativo di un quadro in continua trasformazione. Si possono cominciare a delineare degli approdi dei mutamenti che interessano l’urbanistica e il governo del territorio?

A fronte dell’accessibilità totale e continua, senza limiti di tempo e di spazio, a disposizione di ogni individuo, l’attuale momento storico è caratterizzato da incomprensioni, violenze, lontananze, dalla progressiva crescita di muri costruiti e in costruzione lungo i confini degli Stati, da una profonda carenza di conoscenza, riflessione, confronto.

Questo ha molto a che fare con la necessità di raccontare l’Italia, un “mosaico” di differenze che ne possono fare una nazione unita anche nella valorizzazione dei diversi contesti e nella redistribuzione dei patrimoni materiali e immateriali su tutto il territorio, o portarla a una progressiva e dannosa secessione. Comprendere questo “mosaico” e delinearne possibilità di governo, adattato e adattabile, evitare il caos, rispettare i tempi della mutazione in atto, sono obiettivi per i quali ci siamo decisi ad affrontare uno sforzo così ingente come quello di svolgere contestualmente la Rassegna e il Congresso.

Una questione ancora rilevante riguarda le forme dell’urbanizzazione, da arricchire con la descrizione dei comportamenti e dei bisogni delle persone, e da collegare ai grandi temi della contemporaneità: casa, mobilità, istruzione, lavoro. Più della metà della popolazione italiana vive in città che perdono progressivamente la compattezza del nucleo antico centrale, sgranandosi in ambiti periferici, fino agli insediamenti più lontani a bassa densità insediativa, in una progressiva rarefazione della trama urbana pubblica e nella commistione di vuoti e residui agricoli in mezzo a nuclei abitativi, poli commerciali o produttivi, infrastrutture.

I paesaggi urbani sono densi di degradi, mentre quelli rurali e naturalistici soccombono all’abbandono e alla mancanza di manutenzione, in un quadro climatico che ne fa scempio improvviso e duraturo. Le aree a elevata criticità idrogeologica rappresentano il 10% della superficie italiana e riguardano l’89% dei comuni; le aree a elevato rischio sismico sono più del 50% del territorio nazionale e interessano il 38% dei comuni. La popolazione ha superato la soglia dei 60 milioni; i giovani sono poco più del 13%.

Aumentano i cittadini stranieri, provenienti dai Paesi dell’Est Europa e da Paesi asiatici e africani. La mobilità sul territorio nazionale conferma la migrazione dal sud verso il nord e per quasi la metà riguarda persone in età compresa tra i 15 e i 39 anni. Se i giovani si muovono verso le principali aree urbane centro-settentrionali, i più anziani scelgono le città medie. Il territorio italiano è coperto da aree protette per oltre il 20% di estensione.

Ogni italiano dispone di oltre 30 mq di verde pubblico, il patrimonio di verde storico (giardini, parchi) ammonta ad oltre 74 milioni di mq. Le questioni più urgenti da affrontare sono, dunque, quelle ambientali e dell’adattamento climatico, con il recupero dei suoli e degli immobili abbandonati, la ri-urbanizzazione sostenibile delle diverse forme urbane.

Sono anche quelle della povertà urbana, contro cui lottare con il contributo che la rigenerazione urbana può dare all’integrazione sociale e all’accessibilità alla casa e ai servizi essenziali. Sono quelle relative alla mobilità delle popolazioni, con soluzioni coordinate e l’investimento nel trasporto pubblico.

Sono quelle dei diritti di cittadinanza, che includono la dotazione di spazi pubblici, privi di barriere materiali e immateriali. Nella rappresentazione dell’Italia lungo quattro traiettorie (policentrica, che si rigenera, fragile, delle reti), scelta per la Rassegna, la reticolarità si rivela la chiave per un nuovo modello di pianificazione territoriale e urbanistica.

Le centralità sono da trovare negli spazi e servizi pubblici, progettati e realizzati integrando urbanistica e architettura, per ridare vita a centri storici abbandonati o turistizzati, da un lato e dall’altro per creare densità negli ambienti rarefatti e porosi. Alle reti ecologiche, ambientali e della mobilità sostenibile è affidata la possibilità di fermare la propensione distruttiva dell’espansione urbana, legittimata o meno dai piani.

Per queste priorità di intervento sono necessarie competenze tecniche e politiche e una distribuzione di responsabilità e di compiti trasparenti e non confliggenti all’interno del sistema pubblico di governo del territorio. Invece, il riassetto istituzionale si è arenato nell’incompiuto percorso delle riforme.

Il livello comunale costituisce ancora la dimensione amministrativa dove si depositano le principali responsabilità di pianificazione urbanistica e la conformazione d’uso di suoli nei confronti della proprietà degli immobili, ove si producono le maggiori ricadute sul consumo di suolo.

Una scala evidentemente sempre meno adatta, soprattutto nei contesti metropolizzati della città contemporanea, ad affrontare temi quali la programmazione delle reti complesse a valenza paesaggistica ed ecologica, i progetti infrastrutturali, la programmazione dei sistemi agricoli, la gestione dei patrimoni naturalistici e la protezione delle risorse naturali, che non conoscono limitazioni geografiche entro e fuori i confini amministrativi.

Le relazioni fra Stato, Regioni, Province, Comuni, Unioni dei Comuni e Città Metropolitane dovrebbero essere ridefinite in riferimento alle finalità di ogni diverso ente, secondo geografie variabili che permettano una pianificazione capace di interpretare il futuro, corrispondente a quelle relazioni e alle caratteristiche del territorio italiano, policentrico, fortemente caratterizzato dalle culture e dalle risorse locali, ma bisognoso di politiche nazionali.

L’edizione 2019 del Rapporto dal Territorio dell’INU sarà pronta per sostenere i lavori della 7° Rassegna e del 30° Congresso, fornendo lo scenario dei dati e l’esito dei lavori dell’Istituto, ospitando i contributi di istituzioni, enti territoriali, professionisti, aziende, organizzazioni del volontariato e del terzo settore, cittadinanza attiva, associazioni culturali e di ricerca, per descrivere lo sviluppo storico di fenomeni rilevanti nella loro interazione con piani programmi e strategie, contestualizzandoli nell’intensità e nella rapidità dei cambiamenti.

Vi si affrontano ambiti tematici, in forma di endiadi, quali urbanizzazione/consumo di suolo, abusivismo/disordine insediativo, degrado/rigenerazione urbana, periferie/metropolizzazione, logistica/produzione, turismo/cultura, antropizzazione/rischi naturali. Lo stato della pianificazione in Italia vi è descritto nei dati quantitativi e in relazione alle diverse agende regionali, alle politiche nazionali, ai soggetti istituzionali e agli ambiti amministrativi.

E’ possibile, così, fornire chiavi di lettura e sostenere un corretto posizionamento dei problemi. Nonostante sembri generale e condiviso un approccio consapevole a questioni come la crisi ambientale e quella demografica, la crescita delle diseguaglianze, l’aumento delle condizioni di rischio e di inquinamento, si devono registrare carenze della pianificazione e, più in generale, dell’azione pubblica di governo del territorio, nel produrre atti capaci di promuovere effetti adeguati alle trasformazioni.

Inoltre, l’attività di pianificazione non è diffusa e praticata come potrebbe e dovrebbe esserlo un’azione così intrinsecamente legata alla difesa degli interessi generali e alla gestione della “cosa pubblica”.

Per anni uno dei tratti distintivi dell’INU e degli urbanisti è stata la richiesta di approvazione di una nuova legge urbanistica nazionale. Oggi questa urgenza sembra essere mutata. Ve ne sono altre?

La riforma urbanistica è stata attuata, di fatto e in assenza di provvedimenti nazionali, da Regioni e Comuni, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, producendo punte di alta efficienza o una routine corretta quanto mediocre, in una continua mutevolezza, nella quale gli strumenti urbanistici sono diversi da Regione a Regione, da Comune a Comune, cambiando anche in base alle circostanze, agli scopi e ai soggetti.

La progressiva frammentazione legislativa regionale in materia di governo del territorio ha indotto una crescente difficoltà ad aggregarsi intorno a un linguaggio omogeneo e fondamenti condivisi (Rapporto dal Territorio, INU, 2016): lo strumento urbanistico locale che sostituisce il PRG è denominato in sette modi diversi in tredici regioni diverse e, sotto la stessa definizione, vi sono strumenti diversi per natura, efficacia giuridica, contenuti, procedure; il piano operativo, strumento di programmazione temporale delle progettualità selezionate, poco utilizzato nella sostanza poiché resiste il modello del piano regolatore tradizionale, viene definito nei modi più disparati, quasi mai corrisponde alle finalità riformatrici proprie del cosiddetto modello duale (strutturale e operativo) delle riforme urbanistiche regionali a partire dagli anni ’90, peraltro oggi necessariamente da rivedere; gli strumenti attuativi, comunque denominati, non hanno mai capitalizzato l’esperienza dei programmi complessi; i piani d’area vasta, a cogenza debole ma con intenti d’influenza sull’urbanistica locale, mostrano sovrapposizioni e incongruenze con la pianificazione territoriale e paesaggistica delle Regioni.

Al contempo, nel progressivo estendersi della legislazione regionale riformista in materia urbanistica, tra metà Novecento e primo Duemila, le questioni ambientali entrano nei processi di governo territoriale per orientarli verso azioni di prevenzione e di adattamento, ai fini della tutela delle risorse naturali e degli effetti benefici del loro stato sulla qualità della vita umana e animale.

Conseguentemente e coerentemente, si stabilizzano metodi d’integrazione delle conoscenze interdisciplinari (geologia, geografia, botanica, zoologia, biologia, antropologia, agronomia, paesaggio) nel percorso di formazione delle scelte urbanistiche. E’ un contesto disciplinare, tecnico e amministrativo consolidato, che ha prodotto piani e progetti, in quantità e qualità molto diversificate nel territori italiani, che ha anche sofferto del progressivo indebolimento del pensiero politico e del suo progressivo distacco dalla rappresentazione della domanda sociale.

Recentemente, si è aggiunto un altro fattore significativo, che va considerato nel porsi la questione della praticabilità di una legge di Principi fondamentali per il governo del territorio, ai sensi dell’art 117, comma 3 della Costituzione. Dal 2017, quasi tutte le regioni italiane (solo Abruzzo e Molise non hanno intrapreso alcuna iniziativa) hanno avanzato richieste di maggiore autonomia, con varie modalità: referendum, risoluzioni consiliari, mozioni e ordini del giorno, provvedimenti legislativi, fino ai processi formali di negoziazione con il Governo avviati da Lombardia, Veneto, Emilia Romagna.

In questi tre ultimi casi, le pre-intese tra Governo e Regioni risalgono al febbraio 2018 (Governo Gentiloni), mentre la sigla delle intese (Governo Conte) sembra prossima al voto parlamentare, annunciato per febbraio 2019. Al centro vi è il tema delle risorse finanziarie, da trattenere nei propri territori. Si avranno ricadute sull’accessibilità ai servizi fondamentali, sull’uguaglianza e sui diritti di cittadinanza, per i quali vale, invece, una garanzia costituzionale (art. 117.II.m della Costituzione italiana) che attiene alla “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Il decentramento ha già un peso rilevante nella sanità, mentre è basso per l’istruzione, e riguarda anche l’urbanistica, da sempre in posizione mediana fra le politiche e le azioni legislative nazionali e quelle regionali. Nelle richieste di maggior autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, per quanto con alcune differenze, si rileva, per ciò che ci riguarda, che fra le materie per le quali è chiesto il trasferimento vi sono territorio, infrastrutture, rigenerazione urbana, ambiente. Peraltro, il governo del territorio è già materia concorrente e, a fronte della sua avanzata regionalizzazione, il passo per entrare nell’autonomia differenziata breve.

La questione, tuttavia, non può essere trattata come si è fatto in passato. Il tema è politico e ha bisogno di serie riflessioni, non solo contabili, sostenute da approfondita conoscenza dei fenomeni sociali ed economici, dello stato delle città e dei territori, delle condizioni e delle caratteristiche della popolazione; da una seria analisi degli effetti delle decisioni nelle diverse materie; da una reale partecipazione degli italiani in un processo decisionale di portata storica. Se questo è lo scenario, parlare di riforma urbanistica nazionale, oggi, è urgente, non tanto per la definizione di strumenti e procedure, ma per affrontare, anche in questo campo, il necessario confronto in merito al futuro del nostro Paese.

 Note a margine: l’archivio INU presso l’Archivio di Stato

L’INU ha depositato il proprio Archivio presso l’Archivio Centrale di Stato, così da renderlo patrimonio comune e accessibile a tutti. La storia è sempre utile. Mai come in questi giorni, la memoria si rivela strumento prezioso per la tenuta sociale. Anche per gli urbanisti può valer la pena, seppur con giudizio e senza euforie nostalgiche, ricordare alcuni passi del proprio cammino.

Bruno Zevi, segretario generale dell’INU dal 1952 al 1969, durante il 6° Congresso (Torino, 1956), affermò: «Io so che molti urbanisti sono delusi; ma essere urbanisti significa saper sopportare e contenere le delusioni. L’urbanistica è un’attività, prima che tecnica, morale, che esige una precisa forza psicologica: quella di non stancarsi». In parte, gli anni nei quali Zevi è segretario coincidono con la presidenza dell’INU di Adriano Olivetti (1950-1960), che svolge il suo ruolo convinto che l’urbanistica sia la disciplina in grado di coordinare tutte le altre, comprese quelle economiche.

Nel medesimo Congresso, anche Olivetti, nel suo discorso iniziale, come presidente dell’Istituto, richiamò la fatica e nel contempo affermò la fiducia nell’esercizio della pianificazione urbanistica, senza credere o far credere che «la nostra disciplina postuli rivoluzioni impossibili e s’inoltri sugli infidi sentieri dell’utopia. Si limita ad agire secondo il precetto che dice di non tralasciare, operando giorno per giorno in minuta fatica, la fede in altre più grandi e perfette realizzazioni, ma impone pure di non trascurare, per la fede in queste, l’obbligazione al quotidiano lavoro».

Egli pose una domanda, secca, e asciuttamente rispose, esortando: «Che fare? Qual è la responsabilità dell’urbanistica in questo quadro che è chiaro, che appare dalle cronache di ogni giorno sempre più tragico, anche al temperamento più ottimista? Noi dobbiamo risolutamente penetrare nella segreta dinamica della terza rivoluzione industriale e procedere con coraggio verso piani coraggiosi».

Ci appare, questo, un incitamento attuale, pur nel terzo Millennio e al centro della quarta rivoluzione industriale; un utile ancoraggio, se si voglia tentare un percorso responsabile e consapevole per migliorare gli ambienti nei quali viviamo e restituire all’azione urbanistica quella caratteristica che Giovanni Astengo individuava nella creatività che «può essere elemento chiave del progetto urbanistico. Non è facile tradurre in parole questo concetto fondamentale di una vera pianificazione urbanistica, ma esso segna il discrimine tra i piani freddamente “tecnici”, basati su regole, standard, etc., ma privi di struttura, e un piano vivo per un insediamento vivo».

Fonte: Sardegna Soprattutto

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L’Unione Sarda 9 febbraio 2019. Il Dibattito. Il 24-5-1988 Marilyn Loden, una management consultant di un’azienda telefonica americana in un panel sulle aspirazioni di carriera delle donne, usò per la prima volta la metafora glass ceiling (soffitto di cristallo): barriera culturale, solida ed invisibile, al successo professionale e all’avanzamento di carriera. Dopo 40 anni la metafora resiste, integrata dalla teoria glass cliff (scogliera di cristallo) e glass stairs (scale di cristallo), a definire la complessità del tema.

Cosa è accaduto in 40 anni? Il numero delle donne manager è aumentato (2,8% in Europa e in USA 4,8% di tutte le posizioni apicali) ma persiste una barriera all’equità di genere.

Maria Antonietta Mongiu, nell’intervento del 3 gennaio La negazione delle donne, sottolinea il ruolo di un humus di negazioni profonde, ancestrali, antropologiche, nel quarto posto della Sardegna per violenza sulle donne. Chiama in causa chi opera negli spazi pubblici e privati ed indica, tra le cause, la consequenzialità e l’interdipendenza tra violenza e desertificazione pedagogica. Se il femminicidio è gesto estremo della negazione delle donne non ne è l’unica espressione.

Nelle professioni ed in politica il fenomeno è palese e, specie in Sardegna, la condizione delle donne deriva da responsabilità di carattere politico e socioamministrativo. La loro scarsa presenza nei luoghi ove si decide è inversamente proporzionale alle loro capacità e competenze nelle professioni e nelle amministrazioni, scrive Rita Dedola il 13 gennaio 2019, sempre in questo giornale, nel suo Perché è necessario che le donne ci mettano la faccia in prima persona senza mediazioni maschili.

La metafora della scogliera di cristallo descrive la precarietà e, anche nell’isola, la carenza delle posizioni di leadership femminile. Diventare leader prevede esperienze altamente individualizzate e un percorso specifico verso il successo con molti aspetti correlati al genere. Segregazione di genere, lavori cosiddetti femminili, disparità nei salari sono barriere strutturali cui si affiancano dinamiche sociopsicologiche, quali scarsa consapevolezza delle proprie capacità e del valore effettivo dei risultati, accettazione delle discriminazioni e abitudine a posizioni gregarie.

Ma soprattutto dinamiche politiche che portano a escludere le donne da ruoli preminenti, decisionali e di potere. Condizioni radicate in Sardegna dove la leadership poggia prevalentemente su scelte di opportunità politiche piuttosto che meritocratiche con esclusione delle donne. Gli stereotipi di genere e la discriminazione limitano la carriera professionale femminile e le donne che riescono a rompere il tetto di cristallo incontrano comunque nuove barriere.

Conseguire posizioni di potere avviene per le donne spesso in contesti di crisi ed instabilità. Le ricerche in Inghilterra e negli USA mostrano che le donne sono più inclini degli uomini a crescere in una gerarchia professionale, in difficoltà ed in situazioni di rischio potenziale. Analoghe le dinamiche in politica. Il prezzo è un più elevato rischio di insuccesso e di stress psicologico che incide nella sfiducia in sé stesse, demotivazione e percezione di fallimento personale. E’ come precipitare da un’invisibile scogliera di cristallo.

La storia dice che le donne leader sono spesso designate come capi in condizioni di crisi del sistema politico, quasi agnelli sacrificali in un contesto che le espone al fallimento. Esempi illustri? Margaret Thatcher e Theresa May. Le leader inoltre sono esaminate e giudicate con maggiore severità e la loro superiorità decisionale non è accettata.

Sono preferite nei contesti di crisi perché in grado di staccarsi dai percorsi tradizionali di guida, per capacità comunicative e di management correlate ad un tipo di leadership trasformazionale in condizioni sperimentali,  non perché considerate le più qualificate per capacità e competenza, come invece accade per gli uomini più autoritari, dominanti e aggressivi, per gli stereotipi di genere, più adeguati ad una leadership transazionale.

Uno dei bias delle organizzazioni internazionali sul tema è l’eccessiva neutralità di genere che ignora peculiarità biologiche e differenze psicosociali tra i sessi. L’impegno deve quindi orientarsi ad equità e parità di genere come negli obiettivi del Gender Action Plan dell’European Institute for Gender Equality.

Il momento in cui competenze ed esperienze di donne e uomini convergeranno in una dimensione integrata di progettazione e valutazione delle politiche, nelle strategie economiche e sociali, arriverà, come scrive Rita Dedola, quando “ la rivoluzione del linguaggio e delle  forme della politica creeranno le condizioni per un cambiamento epocale che letteralmente sovvertirà il sistema”.

Come di recente negli Stati Uniti con i movimenti femministi, sperando che anche da noi, per dirla con Maria Antonietta Mongiu, “si affermerà un diffuso femminismo che oltrepassi il ruolo di genere consentendo protagonismo e rappresentanza”.

*Medico

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Amsicora

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Compagni  di tante battaglie, cosa pensate del reddito di cittadinanza, del Tav e del Venezuela? Che ne dite della posizione del M5S? Questioni calde, sul tappeto, dirimenti, non quisquiglie. Qui si decide non tutto, ma molto  dello sviluppo della politica nazionale. Compagni! Sono stupefatto. Mi aspettavo una posizione di questo genere: d’accordo sul reddito di cittadinanza, è una conquista importante, difendiamola dagli attacchi delle destre e di lor signori. E’ imperfetto, certo, ma lavoriamo a migliorarlo cammin facendo. E invece no, ahinoi, botte da orbi da destra, centro, centrosinistra e sedicente sinistra.
Ne volete la prova? Eccola, Ieri guardavo una trasmissione TV dove un sinistro estremo di Potere al popolo faceva le pulci al reddito e ne declamava i difetti: è una misura assistenziale, non crea sviluppo, ci vuole benaltro (ecco il benaltrismo!), ci vuole il lavoro. D’accordo, compagni di mille battaglie, ci vuole l’occupazione. Ma, nelle more, umilmente vi chiedo: è meglio che il povero dioccupato o pensionato non abbia il minimo per vivere o è preferibile che ce l’abbia? Lo so, benaltrisiti di benaltro intelletto, la mia è una considerazione semplicistica, banale, ma non mi vergogno di confessarlo io in queste cose sono terra terra. Per esempio, penso a quella vecchietta che al mio paese mi diceva di vivere con 400 euro al mese e penso che sarà felice di averne quasi il doppio. Non solo sono così semplicione da pensare che se a lor signori (e anche quelli come me) viene tolto qualcosa per darlo alla mia cara vecchina o a un disoccupato, questa sia cosa giusta e buona; lor signori neanche si accorgono del taglio, mentre lei, la vecchia, o lui, il discoccupato, dell’aumento si accorge e come!
Poi, sempre in TV, una giornalista con lavagna spiega del lavoro che il beneficiario in età lavorativa non può rifiutare. “Alla terza chiamata - dice - non c’è limite di distanza, un campano, cui viene offerto un lavoro a Udine, deve accettarlo“. Mai l’avesse detto! Ecco irrompere il compagno collegato da Milano: “questa è una deportazione!”, dice agitato. “I lavoratori vanno rispettati! Va rispettata la loro dignità!“, incalza. Ammetto, son rimasto basito. In un lampo ho pensato a cosa avrebbe detto mio padre, persona mite, dignitosa e ottimo lavoratore. Mio padre avrebbe detto che quel lavoratore avrebbe dovuto accettare.
Mentre nella mia testa frullavano questi pensieri, ecco che un altro intelocutore, non so di quale parrocchia, ha detto la stessa cosa che penso io. Ne è nato un acceso contrasto verbale. Benaltristi!, a capo chino e cosparso di cenere, vi confido che io ero d’accordo con quest’ultimo e in disaccordo col compagno, veterano di mille battaglie. Sono rimasto scosso e per tutta la notte non ho dormito, cercando di capire se per caso la mia convergenza sulla posizione dello sconosciuto filogovernativo, non fosse frutto di naturale rincoglionimento senile. E, mentre mi rivoltavo nel letto senza pace, sono pervenuto alla conclusione meditata che il lavoratore campano avrebbe dovuto accettare il lavoro stabile a Udine. Naturalmmente con uno stipendio dignitoso come comanda l’art. 36 Cost., non come dice Calenda d’accordo con la Confindustria, che lo stipendio a 780 euro va bene e semmai ciò che va ridotto è il Reddito di cittadinanza. A lor singori va bene tutto al ribasso per lavoratori e poveri, e tutto al rialzo per chi già ha molto!
Poi, nel cuore della notte, ho avuto questa bella pensata: la sinistra e la CGIL dovrebbero intorno al Reddito di cittadinanza creare un movimento contro l’attacco di tutte le destre e della Confindustria, battendosi per l’aumento dei salari da lavoro e spingendo affinché il Ministro Di Maio faccia bene ciò che ha promesso, e cioé di creare anzitutto lavoro e insieme una struttura di supporto efficace per accompagnare i disoccupati ad un lavoro stabile, curando anche la formazione. Forse non c’entra nulla, ma ricordo che intorno alla legge 275 in Sardegna gli stessi lavoratori interessati si organizzarono per ottenere la stabilizzazione, misero in campo una battaglia che, alla fine, risultò vincente. Benaltristi di tutte le bandiere!, scusate la mia ingenuità, ma non si potrebbe far così anche col reddito di cittadinanza?
E con il TAV? Come la mettiamo , compagni, col TAV? C’è un assalto concentrico contro Di Maio, Toninelli e Conte. Tutto il mondo affaristico preme sulla Lega per cacciare il M5S dalla stanza dei bottoni e far cadere il governo. Hanno fatto prove di nuova coalizione dalla Lega a FI e PD nelle manifestazioni di Torino e Roma. Quando ci sono affari evidentemente Salvini non è più così inguardabile! Non è fascista, anzi è upmo assennato e dabbene. E voi, compagni di benaltra sinistra, che fate? Tacete? Non sia mai detto che vi esca di bocca non dico un plauso al M5S, ma neppure un misero appoggio critico! Compagni, attenti!, guardate  che è scesa in campo anche la mitica Europa, con la minaccia di chiederci somme indietro. C’è il rischio di perdere la battaglia, bisogna fare massa, resistere. Non sarà il caso di fare qualche sit-in sul tema? O anche qui ci vuole benaltro?
Ohè, gente della sinistra che fu! E sul Venezuela? Lasciamo che le ingerenze prevalgano? Che come in Irak, in Libia e in Cile le risorse del sottosuolo diventino preda di lor signori o ci battiamo perché sia il popolo venezuelano a decidere con procedure concordate e accettabili secondo la Costituzione di quel Paese? Vi sembra che il presidente della Camera possa autoproclamarsi presidente della Repubblica? Vi sembra che sia legittimo far questo è chiedere l’intervento di Trump e di altri stati contro il presidente legittimamente eletto? Si dirà: la questione è complessa, c’è una situazione economica grave e uno scontro durissimo in atto. D’accordo, ma un intervento serio è quello che favorisce un percorso democratico di fuoriuscita dalla crisi, una via di riconciliazione democartica, mantenendo una posizione di equilibrio fra i contendenti. Anche il Papa ha fatto così, proponendosi,se richiesto da ambo le parti, come mediatore. Perché non lo può fare il governo italiano? Questa è una posizione che lo legittima a svolgere un ruolo che scongiuri un bagno di sangue. Bene, dunque, la posizione del governo, anzi della parte pentastellata dell’esecutivo, posto che Salvini è volato nell’altra sponda, insieme alla tanto vituperata UE e alla barba del sovranismo e della non ingerenza! Anche per questo il M5S è sotto attacco di tutte le destre e del PD (porca miseria! chissà perché dove c’è destra c’è PD!). E voi, anche qui cosa dite? Che ci vuole benaltro?

P.S. E delle proteste di Macron cosa pensate? Salvini è andato più volte in Francia a incontrare la signora Le Pen e nessuno ha avuto da ridire. La signora Le Pen è venuta in Italia a incontrare Salvini, e tutti muti. Chi li ha criticato lo ha fatto non per la visita in sé, ma per le loro posizioni politiche. E’ stato proposto da qualcuno del PD un asse europeo con Macron, anzi un partito unico, e tutti zitti. Giustamente. Va Di Maio con Di Battista in Francia a confrontarsi con qualcuno dei Gilet Gialli e apriti cielo! Macron addirittura richiama l’ambasciatore, come quando l’Italia dichiarò guerra alla Francia! Smanato! Non si ha il senso delle proporzioni. Di Maio può incontrare chi vuole, dove vuole, lo Stato italiano non c’entra e non è coinvolto. Si può o non si può sondare il movimento d’oltralpe in vista delle elezioni europee e dei futuri gruppi parlamentari a Strasburgo? Nella correttezza, sì. Ci vuole ben altro per richiamare l’ambasciatore. Noi non lo abbiamo richiamto neanche quando Macron violava il confine per rimpatriarci i migranti o quando ha bombardato la Libia per toglierci i contratti sul petrolio. A riprova che ci vuole ben altro per fare come fa la Francia e per avere una reazione indignata contro i pentastellati, come quella della maggior parte della stampa e della politica italiana. Chissà perché questi del M5S sono così urticanti!?

Fonte: Democrazia Oggi

 Massimo Franchi 8.2.2019

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Intervista a Maurizio Landini. Il neosegretario della Cgil: reddito e Quota 100 non risolvono i problemi, servono diritti e uguaglianza e un’Europa diversa. Alla vigilia della manifestazione con Cisl e Uil l’ex leader Fiom punta «sull’unità come nuova strategia»

 

Maurizio Landini   Maurizio Landini, lei è segretario generale della Cgil da meno di due settimane. Prima di essere eletto veniva accusato di simpatie verso il M5s; ora è il più attaccato dai pentastellati.

Io son sempre lo stesso, la linea della Cgil non è cambiata. Anzi, dal congresso è uscita rafforzata un’idea di cambiamento dell’intera società che si fonda su uguaglianza e diritti. Al governo chiediamo che il lavoro di qualità sia una priorità.

Ora il M5s lancia una nuova battaglia: il ddl che prevede il salario minimo orario a 9 euro che voi avete sempre avversato.
Noi da tempo chiediamo una legge sulla rappresentanza collegata all’efficacia erga omnes per tutti i contratti nazionali votati dai lavoratori. È lì, nella contrattazione che devono essere fissati i minimi salariali sotto i quali non si deve andare. Oggi però non c’è solo il problema di garantire un salario dignitoso a tutti i lavoratori ma, dai rider alle partite Iva, vanno garantiti uguali diritti: ferie, maternità, Tfr, formazione. Diritti fondamentali per evitare la competizione al ribasso che ha distrutto il mondo del lavoro e che non si risolve con i 9 euro di salario minimo orario.

Sempre sul tema salariale Confindustria sostiene che i 780 euro del reddito di cittadinanza siano troppo vicini ai salari di ingresso e scoraggiano a trovare lavoro.
È vero l’opposto: sono i salari ad essere troppo bassi. In Italia abbiamo una questione salariale grande come una casa: oggi in molti casi si è poveri lavorando. Anche Confindustria deve affrontare il tema: è nel loro interesse eliminare le sacche di lavoro povero rinnovando i contratti con aumenti adeguati. Il problema va poi affrontato sia sul piano fiscale – aumentando le detrazioni e con una tassazione progressiva, tutto il contrario della flat tax – e detassando gli aumenti dei contratti nazionali, non solo quelli aziendali. Il governo da questo punto di vista è un datore di lavoro pessimo: i 14 euro in 3 anni previsti in legge di bilancio per il rinnovo dei contratti pubblici sono quasi offensivi.

Un tema delicato è quello della Tav Torino-Lione: lei partecipò con la Fiom ad una manifestazione no Tav mentre ora la posizione della Cgil è più articolata con una categoria, gli edili della Fillea, che sono a favore.
Ridurre la discussione sulla necessità che il paese ha di grandi opere infrastrutturali e immateriali alla sola Tav Torino-Lione mi sembra surreale. Noi come Cgil facciamo un ragionamento complessivo che chiede di investire nel sistema ferroviario specie al Sud, di costruire scuole e ospedali e di sbloccare i cantieri a partire dai più piccoli e di lanciare un piano straordinario di manutenzione del territorio. Queste sono le priorità. Dentro a questo quadro è indubbio che al nostro interno abbiamo opinioni diverse di cui, come segretario, devo tenere conto. Detto questo, le posizioni sono tutte legittime: la Fiom Torino e altre strutture locali sono contrarie alla realizzazione, nessuno gli ha chiesto di cambiare idea. Ma la Cgil ha una sua posizione.

La sua elezione a segretario generale pareva impossibile solo pochi mesi fa. Quando ha pensato che poteva farcela?
Quando Susanna Camusso ha proposto il mio nome.

L’obiettivo però lo aveva già nel 2014 quando – ai tempi della Coalizione sociale – in molti la volevano invece in politica.
Ripeto, anche quando sono stati fatti ragionamenti di allargamento della nostra base sociale ho ragionato in ottica di sindacato. E quando ho capito che questo allargamento rischiava di essere strumentalizzato per ragioni politiche e partitiche non ho esitato a fermarmi. Di tutto mi si può accusare ma non di essere incoerente.

Lei è il primo segretario generale della Cgil ad essere stato segretario generale della Fiom dai tempi di Bruno Trentin. La sua elezione sta anche a significare che le battaglie della Fiom erano giuste?
Rivendico ciò che ho fatto, la mia storia e il mio bagaglio di esperienze, ma se sono diventato segretario generale è per la discussione e la crescita collettiva che si è fatta in questi ultimi anni in Cgil. La Carta dei diritti universali è una innovazione strategica così come il rinnovamento interno. L’esperienza da metalmeccanico mi ha permesso di avere a che fare con grandi gruppi industriali che anticipavano i contesti, allo stesso modo negli ultimi due anni da segretario confederale sono entrato in contatto con esperienze diverse – il sindacato di strada dei braccianti, la realtà della logistica e del commercio, la battaglia dei lavoratori pubblici e della scuola – che mi hanno arricchito.

Lei ribadisce sempre che gli iscritti alla Cgil hanno il vincolo al rispetto della Costituzione, ai valori dell’antifascismo e dell’anti razzismo ma che possono votare ciò che vogliono. Per le elezioni europee non pensa però sia necessaria una “chiamata alle armi” per la sinistra contro un fascismo montante?
La Cgil indicazioni di voto non ne darà mai. Però assieme a Cisl e Uil e ai sindacati europei vuole dare un contributo su come ricostruire un’Europa sociale cambiando i trattati, mettendo in discussione il Fiscal compact, combattendo il dumping sociale. In Europa non è in crisi solo un’idea di sinistra, ma anche una idea liberale. Siamo davanti ad una fase di passaggio molto delicata: vanno riaffermati gli ideali di libertà, democrazia e stato sociale che sono alla base dell’idea stessa di Europa.

Come sarà la Cgil di Landini? Il congresso si è chiuso in modo unitario dopo divisioni che erano più personali che di merito. Come superarle?
Abbiamo un programma comune che tutto il gruppo dirigente deve realizzare. La contrattazione inclusiva rende necessario un cambiamento del nostro modo di fare sindacato: serve ridare un ruolo più ampio alle Camere del lavoro, al lavoro sul territorio. Più in generale serve più partecipazione interna – delegati e leghe – e collegialità come pratica diffusa nei territori e nelle assemblee generali. In più serve una apertura verso forme di organizzazione di cittadinanza e partecipazione attiva per affrontare temi trasversali come il cambiamento tecnologico e la sostenibilità ambientale. Un cambio culturale che si fa soltanto con il coinvolgimento di tutti.

Sabato scendete in piazza contro il governo con una serie di proposte che considerate il «vero cambiamento» per dare “Futuro al lavoro”. In questi giorni ha girato il paese nelle assemblee: quali previsioni fa per piazza San Giovanni?Il clima nel paese è molto positivo: Piazza San Giovanni sarà piena. È stato importante mettere a punto con Cisl e Uil una piattaforma unitaria che va oltre la legge di stabilità e che guarda al futuro del paese. Di averla discussa con lavoratori e pensionati che hanno apprezzato la spinta che vogliamo dare per un cambiamento reale, per il miglioramento delle condizioni di tutti. C’è bisogno di unirci per affrontare problemi complessi, ridare valore alla Costituzione, democrazia, rappresentanza.

E se, nonostante il successo della manifestazione, il governo continuasse ad ignorarvi?
Abbiamo presentato le nostre proposte a tutte le forze parlamentari: una vera riforma delle pensioni – non Quota 100 che è una uscita triennale e non affronta i problemi di donne e precari – e massicci investimenti pubblici per creare lavoro – un Reddito di garanzia e non una misura pasticciata che mischia lotta alla povertà e politiche per il lavoro creando nuovi precari come i navigator. Di rimettere al centro il lavoro e il dialogo sociale ha bisogno tutto il paese. Se il governo non ci ascolterà proseguiremo le iniziative per portare a casa risultati a partire dalla manifestazione europea del 26 aprile a Bruxelles e della battaglia contro il regionalismo differenziato che rischia di spaccare il paese e di aumentare le diseguaglianze.

L’unità sindacale non rischia di annacquare le posizioni della Cgil?
Oggi l’unità sindacale è una questione strategica che va affrontata in termini nuovi. Democrazia e partecipazione devono portare ad una nuova identità sindacale che deve partire dai luoghi di lavoro. È una richiesta che viene dal basso e che ci permette una ridefinizione del nostro ruolo rispetto alle filiere produttive, alla contrattazione inclusiva. Qualcosa di più dell’unità di azione, è un punto strategico per rappresentare la nuova condizione del lavoro nel nostro paese.

 

 

Fonte: Democrazia Oggi

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Left. L’unico giornale di sinistra. 7 Febbraio 2019. L’Italia non è un Paese per lavoratori. Specie se giovani. I giovani italiani costretti ad emigrare ogni anno per cercare un lavoro all’estero sono molti più degli immigrati che approdano nella penisola dove sono costretti ad accettare lavori massacranti, senza diritti, per pochi spicci.

Nonostante il tanto sbandierato reddito di cittadinanza che ancora nei fatti non c’è (per adesso abbiamo solo il portale) la realtà che le nuove generazioni si trovano ad affrontare, specie al Sud, è fatta di disoccupazione, lavoretti, lavoro povero, precario, a chiamata, senza alcuna possibilità di organizzare il poco tempo libero, dovendo sacrificare gli affetti, le relazioni, le esigenze di realizzazione di sé. All’epoca della gig economy, che comprime il costo del lavoro e le tutele, lavorare è tornato ad essere un inferno.

Nel medioevo cristiano era imposto dalla condanna biblica: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane», e tu donna «partorirai con dolore». Nella attuale società secolarizzata a renderlo un inferno è il dogma del neoliberismo, è la religione del profitto a tutti i costi e a vantaggio di pochi (come documenta anche il rapporto Oxfam). È la legge del capitalismo a cui la religione protestante ha offerto supporto ideologico come ha scritto Max Weber.

Dalla Cgil guidata da Maurizio Landini, che il 9 febbraio scende in piazza insieme a Cisl e Uil, certo non ci aspettiamo una rivoluzione anti capitalista, ma di sicuro ci aspettiamo che lotti concretamente contro le disuguaglianze, per l’affermazione dei diritti dei lavoratori, per chi il lavoro non ce l’ha.

La speranza in questa situazione di afasia dell’opposizione è che il sindacato non si impegni solo sul piano della contrattazione ma che dia un serio contributo per ripensare il mondo del lavoro e il modello di sviluppo, mettendo al centro donne e uomini in carne ed ossa, nella loro complessità di esseri umani e non solo come forza lavoro.

Dalla sua relazione al congresso di Bari e da tutte le interviste che il neo segretario generale Cgil ha rilasciato fin qui, come dall’intervista alla sua vice Gianna Fracassi in questo sfoglio, traspare l’idea di un sindacato soggetto attivo sulla scena politica, sganciato dai partiti, ma in cerca di una interlocuzione critica; balena l’immagine di una Cgil che non accetta più di essere messa in un angolo dalla disintermediazione imposta da Renzi come da Salvini.

In tutte queste occasioni pubbliche Landini ha scandito le stesse parole chiave. Fra queste, alcune particolarmente importanti: democrazia partecipata, antifascismo, antirazzismo, lotta alle disuguaglianze, inclusione.

«“Prima gli italiani” è uno slogan che distoglie dai problemi. Gli asili nido in Italia sono pochi, non perché ci sono gli stranieri, la precarietà nel lavoro non è colpa degli stranieri, l’evasione non è colpa degli stranieri, nemmeno la corruzione o la mancanza di lavoro sono colpa degli stranieri; la colpa è di scelte politiche sbagliate in questi anni, la colpa è di politiche che hanno messo al centro il mercato, il profitto, non le persone», ha detto Landini in tv intervistato da Formigli. Parole semplici, chiare, dirette.

Tralasciando, per ora, la questione dell’unità sindacale che poco ci convince (meglio la dialettica fra prospettive culturali e politiche molto diverse fra loro che l’unitarismo a tutto i costi) riconosciamo a Landini il coraggio di prospettare un’idea di sindacato non più ancella dei partiti, adattato ai sacrifici e alle compatibilità, ma che lavora per trasformare la società. Landini cita spesso Di Vittorio, figura carismatica che tenne testa a Togliatti con una netta presa di posizione della Cgil contro i carri armati sovietici in Ungheria.

Figlio di braccianti, impegnò il sindacato nella lotta contro rapporti primitivi di dominio nel sud pre-industriale ma anche per il sapere e la conoscenza, pensando che la cultura fosse un potente strumento di riscatto.

Landini parla oggi di formazione continua dei lavoratori. Fondamentale anche come strumento di prevenzione per gli infortuni. I dati Istat ci dicono che le morti sul lavoro sono in aumento, specie fra gli under 20 senza una adeguata formazione e fra gli over 60, come leggerete nella nostra storia di copertina.

In un Paese civile chi ha più di 60 anni ha il diritto di non dover andare a rischiare la vita nei cantieri. Ma tutti i recenti provvedimenti che hanno ridotto le tutele, Jobs act compreso, hanno reso il lavoro meno sicuro. E come raccontano le nostre inchieste anche il governo giallonero, lungi dall’introdurre politiche d’investimento, ha “risparmiato” sulla prevenzione.

Ci aspettiamo che anche su questo la Cgil di Landini dia battaglia, ci auguriamo che non si accontenti di Quota 100 e di inefficaci e inconsistenti politiche assistenziali come il reddito di cittadinanza che su questo numero Giuseppe Allegri torna a criticare puntualmente, da sinistra. Ci aspettiamo che la Cgil di Landini non si dimentichi di lottare per l’abolizione della Fornero e per il ripristino dell’articolo 18 di cui non sentiamo più parlare.

Fonte: Sardegna Soprattutto




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