sardanews

Carlo Dore jr. 

image

Le prime note della sarabanda delle occasioni mancate iniziano a risuonare nella notte del 4 dicembre del 2016, quando il corpo elettorale, paralizzando l’entrata in vigore del ddl Renzi – Boschi di riforma dell’intera seconda parte della Costituzione, ha riaffermato l’attualità del modello di democrazia declinato dalla Carta Fondamentale, e dei principi ai quali quel modello risulta ispirato.
L’esito della consultazione referendaria veniva infatti percepito come il momento conclusivo della parabola del renzismo, come il requiem che doveva accompagnare la transizione dei protagonisti della stagione della rottamazione dai fasti dei palazzi del potere all’oblio della vita privata, e come il preludio di una nuova stagione per l’intera area democratica. Una nuova stagione basata sulla comprensione degli errori commessi nei due anni del Governo secondo Matteo, su un nuovo patto fondativo tra la sinistra e i suoi tradizionali riferimenti sociali, su una nuova proposta politica costruita proprio alla luce di quei principi costituzionali in cui gli elettori avevano appena dimostrato di volersi riconoscere.
Sì, la sconfitta del renzismo era un’occasione, e si è rivelata la prima di tante occasioni mancate: attraverso la logora liturgia di un congresso senza confronto, Renzi si è assicurato il controllo di (quello che restava di) un partito senza entusiasmo e senza prospettive, ridotto a vuota sovrastruttura di coordinamento per parlamentari e consiglieri. Ma quel risultato era un’occasione, anche per le forze collocate a sinistra del PD, un’occasione alimentata dal coraggio di alcune personalità di livello nazionale che, rinunciando alla rassicurante garanzia di una quasi scontata rielezione, hanno scelto di impegnarsi nella costruzione di una nuova proposta in grado di offrire un’alternativa ad un popolo orbato dei suoi tradizionali riferimenti.
Tuttavia, anche questa proposta è stata ben presto assorbita dalla sarabanda delle occasioni mancate, dalla pervicace tendenza di un’ampia fetta di ceto politico ad impadronirsi, nelle varie realtà locali, di queste forze di nuova creazione, allo scopo di garantirsi una fetta – seppure sempre più ridotta – di piccole e medie rendite di posizione. La sarabanda delle occasioni mancate è esplosa allora in uno stonato crescendo rossiniano con le elezioni del 4 marzo, overture del contratto di governo tra Salvini e Di Maio: la retorica del “fuori i negher” diventa linguaggio istituzionale, l’incompetenza è ostentata alla stregua di una medaglia al valore, la disapplicazione manifesta dei principi costituzionali diviene la bussola che orienta l’indirizzo politico della maggioranza.
Un grido di dolore si alza da associazioni, intellettuali, operatori economici, settori della cultura all’indirizzo dell’opposizione democratica: dateci un’alternativa, basata sulla formulazione di un programma finalmente coinvolgente, sulla formazione di una classe dirigente autenticamente rinnovata, capace di intercettare le energie sprigionate dalla campagna referendaria. Dateci un’alternativa, fin dalle prossime elezioni locali: fin dalle elezioni in Sardegna. Perché anche la Sardegna potrebbe, in questo senso, rappresentare un’occasione.
Ma la sarabanda delle occasioni mancate ha da tempo superato il Tirreno: smaltita rapidamente la depressione post-referendaria, gli epigoni del renzismo isolano si ritrovano oggi sotto le insegne di quel gruppo dirigente che, dall’ “Ora tocca a noi” all’adesione alla riforma costituzionale, della rottamazione leopoldina ha saputo rendersi più precursore che semplice interprete, mentre i partiti prodotti dalla scissione del PD, archiviata rapidamente ogni velleità di rottura con il recente passato, aderiscono placidamente all’ennesima riproposizione di quel modello di centro-sinistra al cui superamento, nelle intenzioni dei fondatori, dovrebbero viceversa essere funzionali.
Ecco allora che la disperata richiesta di alternativa rivolta all’opposizione democratica sembra ancora una volta infrangersi nell’appello al voto utile dinanzi all’ennesima sfida secca tra conservazione dello status quo e resa incondizionata all’incedere del leghismo alla campidanese, che quel grido di dolore a cui si è poc’anzi fatto cenno è destinato a cadere nel vuoto della perenne mancanza di riferimenti, lasciando all’area democratica solo l’amarezza che sempre accompagna le ultime note della sarabanda delle occasioni mancate.

Fonte: Democrazia Oggi

Laura Melis

image

“Mi chiamo Laura Melis, figlia di Mario, esponente del Partito Sardo d’Azione, nelle cui liste è stato più volte eletto, avendo iniziato a fare politica da ragazzo. In questi ultimi anni e, precisamente, dopo che l’allora segretario del Partito Trincas compì il “bel gesto” di consegnare la bandiera dei quattro mori nelle mani di Silvio Berlusconi, mi sono sentita ripetere più e più volte le stesse frasi: «Tuo padre si starà rivoltando nella tomba», «Chissà cosa direbbe/farebbe tuo padre vedendo dove sta andando il Partito Sardo d’Azione».

Credo che, viste le ultime decisioni che il Partito ha preso, sia giunto il momento di dire una cosa: mio padre quello che pensava l’ha detto chiaramente più volte in vita. Non ci possono essere fraintendimenti a riguardo. È arrivato a organizzare un convegno sul Federalismo nei primi anni ’90, invitandovi l’onorevole Umberto Bossi, per chiarire e marcare le differenze di concezione e di finalità che fra le due forze, pur entrambe federaliste, vi erano. È ovvio che non sarebbe stato d’accordo riguardo a quest’ultima alleanza con la Lega.

Ho troppo rispetto per il pensiero che mio padre ha espresso per permettermi di supporre altri scenari e altri messaggi da parte sua. Ciò che doveva e voleva dire l’ha detto in vita e di conseguenza ha agito, con coerenza estrema. Infine, vorrei fare un’ultima considerazione in merito all’intervista all’onorevole Solinas pubblicata su La Nuova Sardegna del 2 dicembre.

È stupefacente per me (ma sono di parte!) la rapidità con cui l’onorevole liquida le alleanze avvenute nel passato tra il Partito Sardo e le forze di sinistra, relegandole a scelte sbagliate, direi suicide. C’è da chiedersi se consideri un errore l’elezione del ’76 al Senato in alleanza con il Partito Comunista che portò alla presentazione della proposta di legge sulla zona franca. O se considera fallimentare l’elezione del ’79 che portò Mario Melis a rivestire il ruolo di assessore Regionale all’Ambiente. O infine, se considera fallimentare l’elezione di 12 consiglieri regionali nell’84 che portò all’elezione del primo Presidente della Giunta sardista.

La mancanza di generosità intellettuale è un limite grave. Come è grave non avere memoria della propria storia perché porta, ahimè, alla perdita della propria identità. È sempre bene ricordare dove sono piantate le proprie radici”.

Fonte: Democrazia Oggi

Hate, xenophobia, racism and prejudice words written with tiles on a wooden table

A differenza di ottant’anni fa quando vennero emanate le leggi razziali, non si potrà dire non sapevamo. Gli italiani non potranno vantare alcuna estraneità. Il DDL Sicurezza con tutte le sue implicazioni xenofobe e razziste, strumento per la costruzione dell’etnocrazia in Italia, è stato votato da un parlamento liberamente eletto.

Chi ha scelto Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e M5S, è moralmente responsabile. Ancor di più le èlite di quei movimenti politici, i loro parlamentari, che in questi anni hanno titillato i peggiori sentimenti, creato un governo della paura, alimentato il cinismo di massa per avere il consenso.

Un clima che ha bisogno di autoalimentarsi perché quella politica possa governare inventandosi dal nulla una emergenza inesistente. Si calcola che con questo DDL migliaia di donne, uomini e molti bambini perderanno la condizione di protezione umanitaria, abolita di fatto. Migliaia di persone che in questi giorni vengono espulse dai centri di accoglienza, interrompono i loro processi di integrazione, vengono buttati nella clandestinità.

Una emergenza umanitaria procurata. Il No del governo al Global Compact for Migration promosso dall’Onu è l’utile corollario. I migranti nel mondo sono stimati in circa 258 milioni. Immaginiamoci la metà della popolazione della Ue in fuga, cacciata da territori in cui era presente da secoli, espulsa da bande di predatori con i propri luoghi sequestrati dalle multinazionali del cibo e delle materie prime.

Immaginiamoci di essere vittime di regimi politici totalitari, di dover scappare perché le proprie opinioni politiche, religiose, gli orientamenti sessuali, sono visti come atti delinquenziali. Prefiguriamo quel che per un occidentale è normale: migrare per migliori opportunità di vita è studio, diventi impraticabile, che anche gli expat – termine con cui veniamo definiti noi cittadini dei paesi ricchi-, vengano espulsi dai luoghi di residenza perché un governo così ha stabilito.

Per legge si può impedire lo scatenamento dei tornado? Per decreto si può proibire che la terra tremi? Nel 2050 la popolazione della Terra, secondo le stime più accreditate, raggiungerà i 9,5 miliardi di abitanti, le terre fertili utilizzabili per la produzione di cibo saranno in costante diminuzione per il mutamento climatico l’inquinamento dei suoli e delle acque dolci.

L’accaparramento delle risorse sarà in crescita esponenziale e con esse i regimi autoritari come risposta semplice al dramma. Un fenomeno che farà impallidire le migrazioni bibliche per il numero degli individui coinvolti. L’ONU con il Global Compact for Migration tenta di porre ordine, un atto non vincolante con un approccio comprensivo, tra i 23 obiettivi che si pone, ci sono molte norme già previste dal diritto internazionale.

L’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che ogni Stato aderente all’ONU ha firmato, stabilisce che ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato, ma ha anche il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio e di ritornarci.

Dopo anni di lavori, i paesi aderenti all’ONU il 10 dicembre a Marrakech sottoscriveranno il Global Compact for Migration, che l’Italia per bocca del ministro degli esteri Moavero Milanesi considerava un “compresso molto buono”. Il Presidente del Consiglio si doveva recare in Marocco per la conferma. Invece il ministro dell’interno Salvini annuncia che quella firma non ci sarà, che avverrà solo dopo il passaggio dell’atto in Parlamento.

Il 28 di novembre scorso nel Parlamento Europeo i due firmatari del contratto di governo: Lega e M5S, avevano votato in maniera differente. Contro la Lega e a favore i secondi. Con il No governativo l’Italia si allinea sempre di più al gruppo di Visegrád, più Austria, Croazia, Bulgaria e Svizzera.

Mentre Francia e Germania, i paesi più coinvolti dal fenomeno migratorio, voteranno a favore. Gli Usa di Trump avevano espresso la loro contrarietà già l’anno scorso. Fin tanto che il Parlamento non sconfesserà la decisione governativa, l’Italia aggiungerà ulteriore legna al fuoco del fascismo intrinseco alla costruzione nazionale italiana. Il risultato sarà quello di proiettare nel mondo un’immagine pessima.

Fosse solo questo poco male. Quel che preoccupa di più è la debacle morale, l’inaridimento della compassione che diventa legge. Passerà anche questo governo, ma i guasti nei sentimenti non saranno facili da rimediare mentre le migrazioni continueranno; così come proseguirà il declino italiano.

Tutto questo per un pugno di voti. Non basteranno le narrazioni innocentiste, questi sono atti storici che rimarranno. Gli eletti di quei partiti e chi li ha votati così verranno ricordati. Contenti loro…

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Questo post è quasi l'ideale prosecuzione di quanto scrivevo nel 2014 (post del 25/9/14[1]), quando il Comune stava per terminare i lavori di riqualificazione dei piazzali antistanti il Lazzaretto; in quell'occasione lodavo la scelta della Melia azedarach, albero fra i miei prediletti e pluritrattato nel blog, per abbellire l'area parcheggio, e chiudevo ipotizzando il bell'effetto che avrebbero fatto le Melie nel giro di qualche anno.
image

Ebbene, il bell'effetto è realtà: le tante Melie oggi, spogliate delle foglie, sono cariche dei loro frutti,  e certamente abbelliscono il parcheggio.

In realtà io speravo che nel giro di 4 anni, tanti ne sono passati, questi alberi sarebbero cresciuti un poco di più, ma già così vanno bene, e costituiscono un bel colpo d'occhio.

Godiamoci dunque le drupe natalizie delle Melie, palline gialle se non proprio dorate, che rimarranno solitarie sulle piante fino a marzo, in attesa della nascita delle nuove foglie primaverili. 

References

  1. ^ 25/9/14 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde

FEMMINISTE

R.it 5 dicembre 2018. In Italia solo il 14 per cento di sindache e due governatrici, secondo uno studio di Openpolis. Le norme introdotte per favorire l’eguaglianza di genere hanno avuto un effetto, ma solo parziale. Migliore la situazione in ambito europeo. Quanto alle politiche, nel Rosatellum pesa il fattore delle pluricandidature.

Sono solo 11, tra ministri e sottosegretari, le donne del governo Conte, la percentuale più bassa degli ultimi anni. La politica italiana è ben lontana dall’essere un luogo in cui uomini e donne hanno lo stesso peso e malgrado le leggi approvate per riequilibrare la rappresentanza, la strada per le donne resta in salita. Soprattutto a livello di Comuni e Regioni.

Solo il 14 per cento dei sindaci italiani è composto da donne e sono solamente due le presidenti di Regione. La fotografia dello stato dell’arte la fornisce una ricerca di Openpolis che ha studiato la situazione attuale cercando di capire che effetti abbiano avuto le leggi vigenti in materia di cariche elettive.

Nei Comuni, la legge 215 del 2012 ha introdotto una serie di misure con il chiaro scopo di favorire l’equilibrio di genere. Sono stati coinvolti tutti i Comuni con una popolazione superiore ai 5000 abitanti. In particolare è stato stabilito che nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore dei due terzi di candidati e che la doppia preferenza – per non essere annullata – deve essere data a due candidati di sesso diverso.

Eppure solo nel 2013 la percentuale di donne candidate nei consigli comunali ha superato il 30 per cento. In alcune Regioni (Toscana, Emilia Romagna) la percentuale di donne candidate alle elezioni comunali ha superato il 30 per cento già nel 2009 (oggi sono il 40 per cento) ma questa percentuale è stata raggiunta solo nel 2016  in Abruzzo, Calabria e Molise. Fino al 2012, otto su 10 consiglieri comunali erano uomini. Fino al 2012 le donne rappresentavano circa il 20 per cento dei consiglieri comunali eletti.

Con l’approvazione delle legge il balzo in avanti è stato notevole. Nel 2016, ultimo anno preso in considerazione, le donne elette erano il 30,40 per cento , ovvero più 40 per cento rispetto al 2009, anche nei comuni sotto i 5000 abitanti non coinvolti direttamente nella normativa.

Nonostante i passi in avanti siano stati tanti nei consigli comunali, in 11 regioni su 20 gli uomini continuano a rappresentare oltre il 70 per cento degli eletti. Il motivo delle disparità si spiega analizzando l’indice di successo di uomini e donne. La percentuale di donne candidate ed elette resta ancora nettamente inferiore a quella degli uomini.

Ogni regione ha infatti meccanismi diversi per la parità di genere e questo si traduce in una presenza in percentuale molto bassa per le donne. Tra il 2000 e il 2003 le donne elette erano l’8,60 per cento. Oltre il 90 per cento dei consiglieri regionali erano uomini. Dal 2004 i numeri hanno iniziato a crescere anche se fino al 2011 le donne corrispondevano solo al 10 per cento. Oggi appena il 17,60 dei consiglieri regionali è rappresentato da donne.

Diversa la situazione a livello europeo. Con la legge 65 del 2014 è stata inserita la tripla preferenza di genere, ovvero la possibilità di esprimere fino a 3 preferenze purché queste siano di sesso alternato. Questo meccanismo, utilizzato già nelle Europee del 2014, è però transitorio e per le prossime elezioni del 2019 sarà integrato con altri correttivi.

Il primo riguarda l’obbligo di liste 50 e 50 per la piena equità di sessi. I dati delle elezioni per il Parlamento europeo (dal 2004 ad oggi) permettono di vedere in maniera molto chiara gli effetti delle diverse leggi. La quota di candidate è infatti superiore al 30 per cento ormai da 14 anni e già nel 2004 nella circoscrizione Italia Nord Orientale la quota di donne candidate era del 38 per cento.

Nel 2014 la percentuale di donne elette al Parlamento europeo è stata del 38,40 per cento. Nel Parlamento italiano, invece, il 4 marzo 2018 sono entrate 185 donne alla Camera e 86 al Senato: un numero stabile per Palazzo Madama, in leggero calo a Montecitorio dove nel 2013 erano entrate in 198.

Con l’approvazione del Rosatellum bis sono state inserite norme di genere sia per i collegi plurinominali che per quelli uninominali. Purtroppo le regole sulle quote di genere sono state fortemente depotenziate dalla possibilità di pluricandidature. Perché la legge consente fino a cinque pluricandidature nei listini: assegnare  alla stessa donna vari posti in posizione eleggibile, significa la certezza di farne entrare una sola, favorendo gli uomini che la seguono nell’ordine.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto





Sarda News

Offerte di Lavoro in Sardegna

Sinnai Notizie