Andrea Pubusa

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In Italia si è creata una situazione paradossale. Col loro contratto  i galloverdi hanno creato un unicum: non uno ma due governi. Uno progressista con spiccate tendenze sociali, l’altro di destra con altrettanto marcate propensioni regressive.
Se guardiamo infatti senza pregiudizi il M5S, vediamo che nel merito le proposte di questo movimento sono tutte di segno progressista, in qualche modo riprendono le posizioni storiche della sinistra italiana, depurandole da quel carattere classista presente almeno fino agli anni ‘70 nel PCI e, seppure in modo più attenuato, nel PSI, come retaggio delle loro radici, innervate nella storia del Movimento Operaio.
Vediamo le opzioni di fondo dei pentastellati. La centralità nella vita pubblica della questione morale. Questa è stata ed è la matrice di base del M5S, che gli aderenti traducono non solo nelle loro condotte e nella gestione del Movimento, ma anche nella vita pubblica. Questa matrice conduce a frequenti espulsioni per la violazione di regole penali o di etica pubblica. Espulsioni, ben note nei partiti della sinistra del passato, e ormai nel degrado etico generale del tutto dimenticate. Queste sanzioni, anziché presidio della moralità della politica, sono state viste come una forma odiosa e repellente di chiusura, settarismo e autoritarismo. C’è anche questo, come c’era nel PCI, ma è il modo per preservare il movimento dal pericolo più grosso, la corruzione endemica che caccia la moneta buona e lo sfaldamento che crea ingovernabili consorterie. E’ sufficiente vedere il degrado del PD, ormai formato ai vertici prevalentemente da indagati o da personaggi dalle condotte disinvolte. Il tutto accompagnato dal proliferare di gruppi e gruppetti, vere satrapie in lotta fra loro. Per chi è avanti negli anni, basta ricordare la deriva del PSI dopo l’ingresso nella stanza dei bottoni, col primo centrosinistra e poi con Craxi. Si può dire che questo glorioso partito fu annegato dai suoi dirigenti nell’acqua putrida della corruzione.
Un altro principio caratterizzante del M5S è l’attenzione per i ceti deboli e per la piccola impresa. Anche qui, ricorda un poì il PCI degli anni ‘60 e seguenti, nei quali, accanto al mondo del lavoro, ci fu un impegno per l’artigianato e la piccola e media impresa. Gli avversari erano i “monopoli”, ossia le grandi imprese e la finanza. Ora, l’attenzione ai ceti deboli ha portato ad alcune misure di governo come il decreto dignità e il reddito cittadinanza, che possono apparire e sono discutibili e forse insufficienti, ma delineano un orizzonte ormai abbandonato dalla forze tradizionali anche di centrosinistra: la politica sociale, l’impegno alla redistibuzione, al Welfare.
C’è poi una ostilità verso l’austerità in favore di un ritorno al keynesismo e alla presenza statale in economia. Dopo la sbornia di liberismo, che ha investito e schiantato la sinistra europea, questo riagitare i temi del riformismo democratico e sociale è senza dubbio un elemento di novità, che ha incontrato molti consensi nei ceti popolari, non a caso fuggiti in massa dal PD e dintorni .
A livello internazionale poi i pentastellati hanno rimesso in campo una critica alle politiche neocoloniali sopratutto nella vicina Africa.
Quest’insieme di questioni - è inutile negarlo - hanno innovato fortemente l’agenda politica italiana, che prima era incentrata su una politica oligarchica di difesa di privilegi, fuori dalla legalità e con ispirazione chiaramente eversiva dello spirito e della lettera della Costituzione. Non è un caso che in un decennio gli attacchi alla Carta siano venuti con ispirazione simile da FI e dal PD, che peraltro hanno già inciso a fondo con le loro politiche antipopolari sulla Costituzione materiale. L’attacco al lavoro, all’eguaglianza, ai diritti sociali ne sono l’espressione più evidente e inequivocabile.
Questo è all’ingrosso il governo che fa capo a Conte e Di Maio. C’è poi un secondo governo che ha il suo riferimento in Matteo Salvini. Decisamente di destra, con umori razzisti, con una visione generale classica delle destre sociali a favore della grande impresa non senza misure di intervento sociale. L’espressione di questa destra è la politica dei migranti, quella securitaria e l’attenzione al mondo degli affari. Di qui anche grandi contraddizioni come l’opzione sovranista, la critica all’ingerenza UE e l’adesione all’ingerenza di Trump e della UE negli affari interni del Venezuela.
Bene, queste in estrema sintesi le caratteristiche dei due governi, che si reggono su un contratto che consente a ciascuno di adottare le proprie misure col voto innaturale del partner.
Che fare di fronte a questo monstrum?  Si può sparare nel mucchio ad alzo zero o fare dei distinguo, anche in ragione della prospettiva che si vuole favorire. Fare di tutta l’erba un fascio obiettivamente asseconda lo spirito revanchista di FI e del PD. Accomunare il M5S al “fascista” Salvini, nasconde questo disegno del PD: riprendersi dai 5 Stelle i voti di sinistra e riconquistare il governo. Mentre, all’opposto, l’attacco delle destre ai grillini mira a riportare organicamente Salvini nel centrodestra per una diversa compagine di governo. L’obiettivo comune ad entrambi gli schieramenti è far fuori il M5S e tornare al duopolio degli anni scorsi. C’è anche chi fra le forze anti 5 Stelle pensa ad una santa alleanza dalla destra al PD per ricacciare i gialli all’opposizione. Le manifestazioni da unitarie Lega-centrodestra-centrosinistra sul TAV e per l’ingerenza in Venezuela costituiscono prove di nuova alleanza di governo senza i gialli. A fronte di questa alleanza in formazione manca un visibile movimento democratico che punti a staccare il 5Stelle dall’abbraccio con Salvini in funzione di un governo alternativo alle destre e al centrosinistra ad egemonia liberista. Insomma, l’ostilità preconcetta di molti settori democratici verso il M5S rischia di far passare la opzione di destra-centrosinistra liberista, riportandoci a governi d’ispirazione antipopolare e anticostituzionale. Fra l’altro Salvini non ha mai rotto i ponti col suo schieramento d’origine, mentre un polo alternativo che ricomprenda i pentastellati (anche per loro responsabilità) è inesistente e neanche in gestazione. Anche la GGIL di Landini non sembra - al momento - fare distinguo.
La storia insegna che i triumvirati o i duumvirati sono transitori. Fotografano equilibri provvisori e anomali. Prima o poi si sciolgono e si torna alla normalità, al comando di una parte o di uno schieramento. Roma docet. Qui è evidente la via d’uscita di Salvini e della Lega, non lo è quella di Di Maio e dei 5 Stelle per il muro dell’area democratica oltre che per il loro isolazionismo. Il rischio è che da parte democratica, sparando nel mucchio, si colpisca anche chi è indispensabile per uno sviluppo democratico e costituzionale del Paese. Ma per non essere colpiti anche i pentastellati devono dare segnali d’apertura.

P.S.

Il risultato abruzzese sembra offrire conferme a questa analisi, almeno negli esiti negativi. Marco Marsilio del centrodestra è il nuovo governatore dell’Abruzzo col 49,45% dei voti. Seguono il candidato del centrosinistra Giovanni Legnini con il 31,55% e quella del Movimento 5 stelle Sara Marcozzi, solo terza con il 18,52%.
Approfondendo l’analisi si scopre che, come da previsioni, c’è un boom della Lega che diventa il primo partito nella regione (alle precedenti elezioni regionali del 2014 non era nemmeno presente) con oltre il 28%. Torna al 18% il Movimento 5 stelle, dal 39,9% delle politiche 2018 (era il 20% alle precedenti regionali). In calo anche il Pd che prende l’11,6%, dal 25% delle elezioni di 5 anni fa e dal 14% delle politiche. L’affluenza è in calo al 53,12%.
Il centrodestra vince, ma gli altri (centrosinistra e M5S) hanno qualcosina in più. Vince chi si unisce o si allea, perde chi va da solo. Aumenta l’astensione, ormai a livelli inostenibili, alimentata anche da chi non vede prospettive, quindi diserta le urne anche una fetta di un elettorato tendenzialmente orientato al cambiamento.
Le cifre indicano anche la direzione su cui lavorare se si vuole battere il centrodestra e Salvini. Iniziare a dare segnali di disgelo nell’area democratica verso il M5S, che, a sua volta, dovrebbe rivedere il suo “splendido isolamento”, che una forza così consistente, ma senza i numeri per governare da sola, non può permettersi. Il bandolo della matassa? Iniziare a discutere nel merito sulle diverse questioni in campo, senza pregiudizi e senza riserve mentali.
Siamo però ancora lontani come dimostrano da un lato le dichiarazioni di Lenigni (PD abruzzese), più felice della battuta d’arresto del M5S che preoccupato della vittoria del centrodestra, e, dall’altro, la malcelata irritazione del M5S per il buon successo della mobilitazione sindacale, anziché trarne spunto per un confronto.
Insomma, in questo fine settimana abbiamo avuto la rappresentazione del perché il centrodestra vince e le forza del fronte democratico perdono.

Fonte: Democrazia Oggi

Andrea Pubusa

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In Italia si è creata una situazione paradossale. Col loro contratto  i galloverdi hanno creato un unicum: non uno ma due governi. Uno progressista con spiccate tendenze sociali, l’altro di destra con altrettanto marcate propensioni regressive.
Se guardiamo infatti senza pregiudizi il M5S, vediamo che nel merito le proposte di questo movimento sono tutte di segno progressista, in qualche modo riprendono le posizioni storiche della sinistra italiana, depurandole da quel carattere classista presente almeno fino agli anni ‘70 nel PCI e, seppure in modo più attenuato, nel PSI, come retaggio delle loro radici, innervate nella storia del Movimento Operaio.
Vediamo le opzioni di fondo dei pentastellati. La centralità nella vita pubblica della questione morale. Questa è stata ed è la matrice di base del M5S, che gli aderenti traducono non solo nelle loro condotte e nella gestione del Movimento, ma anche nella vita pubblica. Questa matrice conduce a frequenti espulsioni per la violazione di regole penali o di etica pubblica. Espulsioni, ben note nei partiti della sinistra del passato, e ormai nel degrado etico generale del tutto dimenticate. Queste sanzioni, anziché presidio della moralità della politica, sono state viste come una forma odiosa e repellente di chiusura, settarismo e autoritarismo. C’è anche questo, come c’era nel PCI, ma è il modo per preservare il movimento dal pericolo più grosso, la corruzione endemica che caccia la moneta buona e lo sfaldamento che crea ingovernabili consorterie. E’ sufficiente vedere il degrado del PD, ormai formato ai vertici prevalentemente da indagati o da personaggi dalle condotte disinvolte. Il tutto accompagnato dal proliferare di gruppi e gruppetti, vere satrapie in lotta fra loro. Per chi è avanti negli anni, basta ricordare la deriva del PSI dopo l’ingresso nella stanza dei bottoni, col primo centrosinistra e poi con Craxi. Si può dire che questo glorioso partito fu annegato dai suoi dirigenti nell’acqua putrida della corruzione.
Un altro principio caratterizzante del M5S è l’attenzione per i ceti deboli e per la piccola impresa. Anche qui, ricorda un poì il PCI degli anni ‘60 e seguenti, nei quali, accanto al mondo del lavoro, ci fu un impegno per l’artigianato e la piccola e media impresa. Gli avversari erano i “monopoli”, ossia le grandi imprese e la finanza. Ora, l’attenzione ai ceti deboli ha portato ad alcune misure di governo come il decreto dignità e il reddito cittadinanza, che possono apparire e sono discutibili e forse insufficienti, ma delineano un orizzonte ormai abbandonato dalla forze tradizionali anche di centrosinistra: la politica sociale, l’impegno alla redistibuzione, al Welfare.
C’è poi una ostilità verso l’austerità in favore di un ritorno al keynesismo e alla presenza statale in economia. Dopo la sbornia di liberismo, che ha investito e schiantato la sinistra europea, questo riagitare i temi del riformismo democratico e sociale è senza dubbio un elemento di novità, che ha incontrato molti consensi nei ceti popolari, non a caso fuggiti in massa dal PD e dintorni .
A livello internazionale poi i pentastellati hanno rimesso in campo una critica alle politiche neocoloniali sopratutto nella vicina Africa.
Quest’insieme di questioni - è inutile negarlo - hanno innovato fortemente l’agenda politica italiana, che prima era incentrata su una politica oligarchica di difesa di privilegi, fuori dalla legalità e con ispirazione chiaramente eversiva dello spirito e della lettera della Costituzione. Non è un caso che in un decennio gli attacchi alla Carta siano venuti con ispirazione simile da FI e dal PD, che peraltro hanno già inciso a fondo con le loro politiche antipopolari sulla Costituzione materiale. L’attacco al lavoro, all’eguaglianza, ai diritti sociali ne sono l’espressione più evidente e inequivocabile.
Questo è all’ingrosso il governo che fa capo a Conte e Di Maio. C’è poi un secondo governo che ha il suo riferimento in Matteo Salvini. Decisamente di destra, con umori razzisti, con una visione generale classica delle destre sociali a favore della grande impresa non senza misure di intervento sociale. L’espressione di questa destra è la politica dei migranti, quella securitaria e l’attenzione al mondo degli affari. Di qui anche grandi contraddizioni come l’opzione sovranista, la critica all’ingerenza UE e l’adesione all’ingerenza di Trump e della UE negli affari interni del Venezuela.
Bene, queste in estrema sintesi le caratteristiche dei due governi, che si reggono su un contratto che consente a ciascuno di adottare le proprie misure col voto innaturale del partner.
Che fare di fronte a questo monstrum?  Si può sparare nel mucchio ad alzo zero o fare dei distinguo, anche in ragione della prospettiva che si vuole favorire. Fare di tutta l’erba un fascio obiettivamente asseconda lo spirito revanchista di FI e del PD. Accomunare il M5S al “fascista” Salvini, nasconde questo disegno del PD: riprendersi dai 5 Stelle i voti di sinistra e riconquistare il governo. Mentre, all’opposto, l’attacco delle destre ai grillini mira a riportare organicamente Salvini nel centrodestra per una diversa compagine di governo. L’obiettivo comune ad entrambi gli schieramenti è far fuori il M5S e tornare al duopolio degli anni scorsi. C’è anche chi fra le forze anti 5 Stelle pensa ad una santa alleanza dalla destra al PD per ricacciare i gialli all’opposizione. Le manifestazioni da unitarie Lega-centrodestra-centrosinistra sul TAV e per l’ingerenza in Venezuela costituiscono prove di nuova alleanza di governo senza i gialli. A fronte di questa alleanza in formazione manca un visibile movimento democratico che punti a staccare il 5Stelle dall’abbraccio con Salvini in funzione di un governo alternativo alle destre e al centrosinistra ad egemonia liberista. Insomma, l’ostilità preconcetta di molti settori democratici verso il M5S rischia di far passare la opzione di destra-centrosinistra liberista, riportandoci a governi d’ispirazione antipopolare e anticostituzionale. Fra l’altro Salvini non ha mai rotto i ponti col suo schieramento d’origine, mentre un polo alternativo che ricomprenda i pentastellati (anche per loro responsabilità) è inesistente e neanche in gestazione. Anche la GGIL di Landini non sembra - al momento - fare distinguo.
La storia insegna che i triumvirati o i duumvirati sono transitori. Fotografano equilibri provvisori e anomali. Prima o poi si sciolgono e si torna alla normalità, al comando di una parte o di uno schieramento. Roma docet. Qui è evidente la via d’uscita di Salvini e della Lega, non lo è quella di Di Maio e dei 5 Stelle per il muro dell’area democratica oltre che per il loro isolazionismo. Il rischio è che da parte democratica, sparando nel mucchio, si colpisca anche chi è indispensabile per uno sviluppo democratico e costituzionale del Paese. Ma per non essere colpiti anche i pentastellati devono dare segnali d’apertura.

Fonte: Democrazia Oggi

SARDEGNA_SAT

Mettiamola cosi: i sostenitori hanno provato a raccontarci che la dorsale che potrebbe attraversare la Sardegna, da sud a nord e da est a ovest, non sia un metanodotto impattante dal punto di vista ambientale, sanitario e climalterante, ma un semplice tubo dal diametro di 65 cm che porterà a brevissimo il metano nelle nostre case facendoci risparmiare sulla bolletta elettrica.

Se fosse così sarebbe fin troppo bello. Ma i fatti sono ben diversi dalla favola narrata. Per smontarla si sono cimentati i relatori dell’incontro svoltosi sabato 9 febbraio nella sede del Wwf di Sassari.

All’incontro “Metanizzazione della Sardegna, criticità di un progetto obsoleto” sono intervenuti Paola Piliso del comitato No metano Sardegna, Domenico Scanu (Isde-Medici per l’ambiente), Laura Cadeddu (comitato No Metano Sardegna), Piero Loi (giornalista), Carmelo Spada (Wwf), Daniela Freschi (architetto), Giacomo Meloni (Confederazione Sindacale Sarda). Con precisione scientifica, numeri e grafici alla mano, il progetto è stato dissezionato per mettere in luce i numeri reali dell’ “affaire metanodotto” .

I relatori hanno messo in evidenza che il progetto è stato diviso in varie parti: dorsale nord e sud, diramazioni, depositi costieri, rigassificatori per evitare una valutazione complessiva degli impatti. Specificamente gli ambientalisti hanno posto il problema attraverso le osservazioni al procedimento di Valutazione Ambientale in corso presso il competente Ministero. E’ stato altresì messo in evidenza che è mancato il dibattito pubblico e l’informazione dei cittadini previsto dalla normativa.

I relatori, dell’affollato incontro pubblico, hanno chiarito che non si tratta di un semplice “tubo di 65 cm”, ma che ci sono stazioni e infrastrutturazioni che necessitano di una fascia complessiva continua per tutto il percorso di oltre 40 metri, numeri molti diversi dei 65 cm semplicisticamente dichiarati dall’assessore regionale all’Industria Piras. E’ stato esplicitato il tema del fabbisogno energetico e chiarito che attualmente la Sardegna produce oltre il 35% di energia rispetto al fabbisogno e che l’eccedenza viene esportata attraverso i cavi sottomarini.

Per gli ambientalisti il vero rischio che porta con se il metanodotto è che si trasformi la Sardegna in un bacino del metano nel Mediterraneo per mantenere l’isola – per i prossimi 30 anni –  nell’era fossile e non consentire il vero salto di qualità verso le energie rinnovabili e autoprodotte dai cittadini.

Insomma per la Sardegna si prospetterebbe l’ ennesima servitù alle fonti fossili, quale il metano è. Ma è stato anche chiarito, che al contrario di quanto si vorrebbe far credere i lavori per la dorsale non sono in corso e il progetto inutile e costoso può essere evitato. Infatti i due progetti (dorsale nord e dorsale sud) sono in attesa di valutazione di impatto presso il Ministero dell’Ambiente. Tutto è fermo e la compatibilità ambientale del progetto è tutta da accertare.

Insomma, i relatori hanno evidenziato l’inutilità di un’opera faraonica, quale è la dorsale, per dare a Sardi una tecnologia vecchia e obsoleta fuori tempo massimo. Il concetto può essere chiarito con una metafora: in piena epoca digitale, in cui si utilizza la posta elettronica certificata, alla Sardegna si vorrebbe consegnare un vecchio fax per poter comunicare.

Infine è stato chiarito un aspetto sul quale regna la più completa confusione. Quello del “caro bolletta elettrica” pagata dai Sardi e dalle imprese e che l’avvento del metano dovrebbe ridurre. I relatori hanno spiegato, che la notizia salita alla ribalta della cronaca, secondo la quale il costo dell’energia in Sardegna è superiore del 30% è reale ma dovuto non al maggior costo dell’energia ma dal fatto che la Sardegna dispone infrastrutture più vecchie ed energivore rispetto al Continente. Infatti il costo è uguale in tutta Itala, in quanto stabilito da un decreto ministeriale: si chiama PUN (prezzo unico nazionale).

Il tema energetico è complesso, per questo – oltre agli incontri gia svolti in tutta la Sardegna – l’informazione verrà continuata con ulteriori iniziative pubbliche.

Fonte: Sardegna Soprattutto

cuore-delle-donne

Venerdì 15 febbraio, ore 17:30, all’Auditorium del Conservatorio “P.L. da Palestrina” di Cagliari si terrà l’iniziativa “Il Cuore delle Donne”, organizzata da Maurizio Porcu, Direttore della Cardiologia del Brotzu, e da Marco Corda, Presidente regionale dell’Associazione Nazionale  Medici Cardiologi Ospedalieri (www.anmco.it).

La manifestazione s’inserisce nel contesto della  settimana nazionale “Cardiologie aperte 2019”, sotto l’egida della Fondazione onlus “Per il tuo cuore”. Si parlerà di cardiologia di genere e verranno affrontate le peculiarità delle malattie cardiovascolari nel sesso femminile. Il programma prevede interventi di donne che proporranno le loro storie di vita vissuta e i  traguardi raggiunti “gettando il cuore oltre l’ostacolo”.

In particolare, Michela Castangia racconterà di una straordinaria doppia  maternità, voluta  con grande determinazione in una situazione particolare; Francesca Argiolas della sua storia di successo imprenditoriale in forte contesto familiare; Adriana Cammi di come una donna possa arrivare a ricoprire un ruolo di alta responsabilità nella polizia, mai prima attribuito ad altre  donne; Maria Francesca  Chiappe  sulla sua carriera giornalistica e della passione per le indagini di cronaca nera comprese quelle in cui le protagoniste sono state donne.

Una serie di intermezzi musicali accompagnerà la serata, con la partecipazione di  Ambra Pintore Quartetto (Roberto Scala al basso, Diego Milia al sax e violino e Roberto Deidda alla chitarra), la corale Framas , diretta dal  maestro Felice Cassinelli, e il giovane musicista Filippo Piredda, del Conservatorio di Cagliari.

L’appuntamento annuale “Cardiologie aperte” mira a sensibilizzare la popolazione sulla rilevanza delle malattie cardiovascolari. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano come ancora le malattie cardiovascolari rappresentino di gran lunga la prima causa di mortalità nel nostro Paese, con  oltre un 1.200.000 ricoveri all’anno.

La campagna della Fondazione per Il Tuo Cuore dei cardiologi ospedalieri è da sempre incentrata sulla lotta ai fattori di rischio cardiovascolare (fumo, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia e diabete) e sul recupero di corrette abitudini di vita (alimentazione sana e movimento).

Partner dell’iniziativa il  gruppo editoriale Unione Sarda-Videolina e la Brigata Sassari.

Fonte: Sardegna Soprattutto

 Gianni Fresu

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Gianni Fresu, noto studioso di Gramsci e docente universitario in Brasile, profondo conoscitore del Sud America, ci invia questa riflessione, che volentieri pubblichiamo.

Cile, Argentina, Brasile, Venezuela, poi sarà la volta della Bolivia? Le prove circa l’esistenza di un piano per destabilizzare e rovesciare il segno politico dell’America Latina, riportandola forzosamente sotto l’orbita degli USA e fuori dall’egemonia dei BRICS, circolano da diverso tempo, trovando più di un riscontro nei documenti resi noti da Snowden nel 2013. Proprio in questi giorni, mentre divampa il caso Venezuela, scopriamo ad esempio che la Banca Mondiale manipolò dati economici relativi al Cile prima delle elezioni, poi vinte dalla destra liberista.
Eppure a far scandalo oggi non è la permanente ingerenza nella sovranità delle nazioni legittime da parte di organismi come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, in ossequio ai voleri del loro maggior azionista di riferimento (gli USA), ma la natura dittatoriale del governo di Maduro. La narrazione di TG e giornali italiani sui fatti del Venezuela ha del vergognoso, si continua a parlare di “un Paese con due presidenti”, come se autoproclamarsi tale equivalga a esserlo veramente. Sebbene solo lui sia stato eletto con il 67,84% dei voti, appena il 20 maggio scorso, Maduro è definito dittatore, mentre il suo oppositore, che ha scatenato la guerra civile e il terrorismo, invocando l’intervento delle potenze straniere, sarebbe la legittima “opposizione democratica”. Le oceaniche manifestazioni chaviste sono oscurate o ridicolizzate, mentre le mobilitazioni per Guaidó sono descritte con toni enfatici e lirismo eroico. Vengono in mente i servizi strappalacrime quotidianamente dispensati prima dell’intervento militare contro la Serbia, quando si parlava di pulizia etnica in Kossovo o quelli allarmati sulle pericolosissime armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam. Anni dopo si è poi scoperto che le tante fosse comuni attribuite ai serbi erano in realtà opera dell’UCK, mentre le fantomatiche prove contro l’Iraq mostrate all’assemblea generale dell’ONU erano dolosamente fasulle, ma intanto l’obiettivo (il consenso dell’opinione pubblica) era stato raggiunto.
L’Occidente ama distinguersi dal resto del mondo per la sua sacrale venerazione del principio di “libera informazione”, anche se, a ben vedere, il concetto di libertà ha ben poca consonanza con la pervicace volontà di plasmare l’opinione pubblica dei nostri onnipresenti e pervasivi apparati mediatici e culturali. Quando dei fatti si continua a dare una sola rappresentazione possibile, la contrapposizione tra libertà di stampa e censura diviene pura astrazione retorica, una ipocrita foglia di fico per coprire l’oscena manipolazione di una realtà, quotidianamente violentata e trasfigurata, in funzione di un’unica visione del mondo. Altro che stampa libera, gli organi di informazione sono apparati egemonici in servizio permanente effettivo.
Così oggi il giudizio occidentale è unanime: “il Venezuela è dominato da una dittatura violenta e liberticida!” Ma come spiegare l’assoluta libertà di un personaggio che si autoproclama Presidente, invoca l’intervento (anche militare) di Nazioni straniere, sollecita il popolo a sovvertire l’ordine costituzionale con ogni mezzo? Per molto meno gli indipendentisti catalani (loro sì, legittimamente eletti) sono finiti in galera, eppure il governo spagnolo si permette di dare l’ultimatum a Maduro impartendo lezioni di democrazia. Avete mai visto l’UE e gli USA dare 8 giorni all’Arabia Saudita per il mancato rispetto dei diritti umani e delle minime regole di uno Stato di diritto? Eppure si tratta di un regime feudale, violento dove nemmeno è messa in conto l’ipotesi di un’opposizione democratica, figurarsi riconoscerle il diritto a autoproclamarsi governo legittimo. E secondo voi perché tutti i TG sollevano un caso e non l’altro? Sarà perché l’Arabia Saudita è uno strettissimo alleato dell’Occidente e affidabile fornitore di greggio?
Il relativismo della retorica democratica non ha pudore, se i tumulti di piazza rivolgono la propria rabbia contro le istituzioni occidentali i nostri media parlano di sovversione e vilipendio delle norme di pacifica convivenza, mentre i manifestanti sono inevitabilmente terroristi, anarchici o black block irresponsabili. Se gli assalti armati, i saccheggi, le violenze sono contro i governi (regolarmente eletti) di Nazioni non allineate con l’Occidente invece si tratta di legittime manifestazioni dell’opposizione democratica. Chiariamo un concetto. Qua non si tratta di dare il proprio consenso alle politiche di questo o quel governo, ciò spetta ai popoli di cui il Presidente in questione sarebbe (meritatamente o meno) espressione, ma di rispettarne la sovranità, denunciando ogni ingerenza indebita nella quale il pretesto democratico nasconde ben più prosaiche esigenze di controllo e accaparramento delle sue ricchezze.

Fonte: Democrazia Oggi




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