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Intervista di Pubusa a L’Unione Sarda: meglio battere Salvini che arrivare secondi[1]

NO decreto sicurezza: il 10 assemblea di Costat-ANPI

7 Dicembre 2018
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References

  1. ^ Intervista di Pubusa a L’Unione Sarda: meglio battere Salvini che arrivare secondi (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ 1 Commento (www.democraziaoggi.it)
  3. ^ Aladin (www.aladinpensiero.it)
  4. ^ http://www.aladinpensiero.it/?p=89942 (www.aladinpensiero.it)

Fonte: Democrazia Oggi

il-colosso-di-rodi-–-una-delle-sette-meraviglie-del-mondo-antico-statues-of-deers-in-harbor-of-rhodes-city-rhodes-island-greece-113-55b0-1

Non bastava la copia dei Giganti di Mont’e Prama da mandare in giro per il mondo; non bastavano i Mamuthones in versione estiva contro ogni logica carnevalesca; non bastava la Sartiglietta al mare. Adesso rischiamo di avere anche “un’opera monumentale identitaria”, proposta da un consigliere dell’opposizione al Comune di Cagliari.

Tutto perché la città capoluogo possa assumere “il ruolo strategico di porta d’accesso e di punto di partenza dei percorsi turistici guidati dal filo conduttore della storia nuragica”.

Potrebbe trattarsi di un gigantesco bronzetto nuragico “di altezza non inferiore a venti metri, visibile dal mare, anche a distanza e a 360 gradi” ma anche di un eventuale altro simbolo su proposta dei cagliaritani. E non si sa se piangere o ridere sull’idea che è un vero e proprio ossimoro in relazione ai piccoli bronzetti che dovrebbero diventare improvvisamente dei giganti.

Ora, a parte il pericolo di proposte simili a quelle formulate da comuni cittadini nel 1957 per la ricostruzione del Bastione di Saint Remy (comprendenti anche una “collinetta di rocce e muschi” con zampilli “che s’incrociavano in mille giuochi d’acqua” e un nuraghe in miniatura sulla sommità, illuminato dal rosso e dal blu, colori della città, da collocare nella grande nicchia), è bene interrogarsi sul senso della proposta.

Non vale più di tanto, infatti, il riferimento a celebrati “simboli identitari” come “la Torre Eiffel – Parigi; il Colosseo – la Civiltà Romana; la statua della Libertà – la libertà e New York; la Torre di Pisa; le Piramidi – la Civiltà Egizia; la statua di Cristo – Rio de Janeiro” in un’accozzaglia che mescola edifici strettamente legati alla cultura dei luoghi e monumenti divenuti essenzialmente un’attrazione turistica.

Né è secondaria la superficialità sulla scelta del luogo che potrebbe essere “nell’area portuale, in mezzo alla pineta di viale Colombo-Su Siccu o nel piazzale di fronte al Lazzaretto di Sant’Elia” così da far riflettere seriamente sulla insensatezza del progetto.

Perché invece non ripiegare su un’accoglienza dei turisti (a cominciare dai crocieristi) che poggi su una segnaletica chiara e unificata nella grafica e nell’aspetto? Perché non investire su una corretta nonché sintetica informazione sui luoghi storico-architettonici della città con pannelli ed app? Perché non pensare a una promozione delle attrattive della città rendendole semplicemente chiare e visibili?

Forse son proprio queste le priorità rispetto a un simbolo identitario di cui nessuno sente la necessità.

*Memoria del Colosso a Rodi, oggi ©

Fonte: Sardegna Soprattutto

Matisse

Internazionale 5 dicembre 2018. Conversare dovrebbe essere una capacità che tutti abbiamo, e a conversare ci si dovrebbe addestrare già da ragazzini. Magari imparando a rispettare la regola fondamentale (ma non così universale, almeno se guardiamo a quel che succede nei talk show) dei turni di parola: quando tu parli io ascolto, quando io parlo tu ascolti.

Conversare dovrebbe anche essere un’attività gratificante. Dopotutto riguarda le chiacchiere in famiglia o tra amici, o l’incontro tanto casuale quanto piacevole e illuminante che può verificarsi in treno, e perfino uno scambio di battute cordiali con il panettiere. Riguarda il condividere informazioni e idee, il confrontare opinioni e il raccontarsi storie, ma soprattutto l’entrare in contatto con qualcun altro (una cosa che fa star bene e scalda il cuore), perfino nel tempo breve di una salita in ascensore.

La danza delle parole. Molti paragonano il conversare a una partita di tennis o di ping pong, per via della palla che passa dall’uno all’altro. Poiché il ritmo è fondamentale, e poiché le cose funzionano meglio se non si considera l’altro come un avversario da sconfiggere, potrebbe essere, piuttosto, una danza in cui si guida a turno.

Ma sono conversazioni anche i colloqui di lavoro, quando riescono a non somigliare troppo a un interrogatorio. Lo sono i dialoghi terapeutici e le negoziazioni: tutti motivi in più per sviluppare la capacità di avere una buona conversazione. Se cercate “conversation tips” con Google, trovate decine di articoli che offrono consigli, alcuni sensati e altri discutibili o bizzarri. Se volete avere un’idea di quel che c’è dentro, potreste guardare questo, pubblicato da Business Insider.  Uno scambio autentico presuppone una certa vulnerabilità, e una certa dose di apertura

In realtà, il titolo di Business Insider parla di “small talk”, che potremmo tradurre con chiacchiere. Cioè del modo più informale e meno impegnativo per conversare. Che qualcuno senta il bisogno di istruzioni perfino per chiacchierare può sembrare curioso, no?

Ci sono anche numerose liste di frasi adatte a cominciare una conversazione. La prima di un elenco di 33 killer conversation starters (potremmo tradurlo con 33 esordi irresistibili, con ciò perdendoci, ed è un bene, la connotazione truculenta dell’originale inglese) è “parlami di te”. A mio avviso, l’approccio più raggelante per chiunque, in qualsiasi occasione. Ne volete 250, di esordi? Eccoli, divisi per argomento. Il primo recita: qual è l’ultimo video divertente che hai visto?

Tutto ciò suggerisce che, ehi!, forse abbiamo un problema con il conversare, magari perché siamo sempre più abituati a interagire nascosti dietro a uno schermo. Magari, perché uno scambio autentico presuppone una certa vulnerabilità, e una dose di apertura.

 Dieci ottime norme. Andiamo a cercare qualcosa di meglio. In una breve (meno di 12 minuti) e vivace Ted conference, il cui ascolto mi sentirei di consigliare a tutti, la giornalista radiofonica Celeste Headlee offre dieci semplici (e ottime) norme per costruire una buona conversazione. Sono le stesse che lei segue quando vuole ottenere una buona intervista. Non si tratta – dice – di dichiararsi sempre d’accordo, di guardare l’altro negli occhi facendo cenni di assenso, o di scovare argomenti brillanti.

Eccovi una sintesi, commentata.

1) Se state parlando con qualcuno, pensate a quello e non ad altro (e su, mettete via il telefono).

2) Non pontificate, celebrando le vostre opinioni. Pensate che da quella conversazione potreste imparare qualcosa.

3) Fate domande aperte, che non contengano una risposta implicita (questo è proprio un bel punto. Se chiedete a qualcuno “eri spaventato?”, potrà solo rispondervi sì o no. Se gli chiedete “come ti sentivi”, potrà rispondervi che era sorpreso, terrorizzato, arrabbiato, indifferente… e vi dirà come e perché).

4) Seguite il flusso (e rieccoci all’idea di danzare). Ogni risposta può portarsi dietro altre domande. Fate quelle, e non quelle che avevate in testa da prima.

5) Non dite quello che non sapete (molti dei punti citati ci rimandano alle massime di Grice. Questo, soprattutto).

6) Non fate a gara con il vostro interlocutore contrapponendo la vostra esperienza alla sua: una conversazione non è un’opportunità autopromozionale.

7) Non ripetete allo sfinimento i concetti che ritenete importanti (questo capita soprattutto nelle conversazioni familiari). È noioso e paternalistico (e, aggiungo, è un modo per dare indirettamente del cretino al vostro interlocutore).

8) Lasciate da parte i dettagli irrilevanti.

9) È la raccomandazione più importante: ascoltate. Ascoltare prestando attenzione è più faticoso e meno gratificante che parlare. Ma se non c’è ascolto, non è una conversazione: sono persone che si parlano addosso.

10) Siate brevi. Il segreto è tenere la bocca più chiusa, tenere la mente più aperta, ed essere sempre pronti a sorprendersi.

Infine, non dimentichiamocelo: tutte le volte che conversiamo come bisogna, compiamo un’attività non solo emotivamente gratificante, ma intrinsecamente creativa. Si tratta di collaborare alla formazione (appunto, alla creazione) di un nuovo senso condiviso, tale da arricchire entrambi. Un motivo in più per restituire importanza all’arte, troppo poco praticata, della conversazione.

*Foto: H. Matisse

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Mimmo-Nobile

Left. L’unico giornale di sinistra. 6 dicembre 2018. Socialismo o barbarie, diceva Rosa Luxemburg. Oggi l’istanza socialista, ovvero l’istanza di uguaglianza sociale, ma anche di organizzare in maniera diversa sistemi produttivi e istituzioni, si propone con la forza dell’evidenza come la necessità fondante tra quelle istanze, diciamo così, “interne” alla società umana, ovvero inerenti ai rapporti tra gli appartenenti alla nostra specie Homo sapiens.

Ma mai come oggi è evidente che essa va coniugata con la ricerca di un equilibrio tra la presenza del complesso della specie umana su questo pianeta e la preservazione degli equilibri ecologici, per garantire anche alle generazioni future questa stessa presenza. Eco-socialismo o barbarie: potremmo dunque aggiornare così, il detto di Rosa Luxemburg.

Ecologia e socialismo: un intreccio oggi indifferibile ma anche un binomio assai naturale. Non esiste una società umana capace di sostenibilità nel tempo, se non è una società giusta, con un forte livello di consapevolezza, istruzione, partecipazione. Senza superare il bisogno, che genera ignoranza, ricattabilità, disperazione, non si può sperare che la popolazione adotti o sostenga comportamenti e scelte lungimiranti verso le future generazioni, le altre specie biologiche, gli equilibri naturali del pianeta.

Come nessuna uguaglianza sociale si potrà mantenere, se si compromettono gli equilibri ecologici planetari. Alex Langer diceva che l’ecologismo è marxismo, aggiornato cioè con l’idea dei limiti dello sviluppo. In realtà gli stessi teorici marxisti, avevano fin dall’inizio compreso la contraddizione “ecologica” del sistema capitalistico, spiegando come il capitale, quando ha sfruttato lo sfruttabile, entra in crisi di sovrapproduzione, ed esita infine nella guerra, che in effetti è quello che ci aspetta, se proseguiamo nella fase di collasso ecologico e climatico che molti scienziati considerano già iniziata.

Invito a leggere le azioni prescritte dal panel scientifico intergovernativo delle Nazioni Unite, che ha recentemente pubblicato un allarmante documento, circa la necessità di rapide e radicali riforme, entro il 2030, pena l’entrata in un fase incontrollabile e molto pericolosa.

Invito – dopo aver letto il documento – a dire, in sincerità, se questi scienziati non hanno in pratica affermato (pur non usando queste parole) che si deve uscire dal sistema economico capitalista. Lo hanno affermato, senza dubbio. Ciò che prescrivono, e i tempi in cui lo prescrivono, non è compatibile col sistema capitalistico attuale, e già sono usciti articoli di commentatori, più autorevoli di me, che lo rilevano. La conversione ecologica, termine usato dall’ecologismo politico, è a tutti gli effetti una conversione al socialismo.

Da una generazione dell’energia accentrata, capital intensive, ad una generazione diffusa, locale, e al risparmio energetico, che necessita di migliaia di micro interventi, a bassissima intensità di profitto, e ad alta richiesta di lavoro, specializzato e qualificato, di istruzione e di ricerca. Da sistemi di estrazione e trasformazione della materia in prodotti standardizzati, usa e getta, che rispondono a bisogni indotti e consumistici, alle economie circolari, fatte di riuso e riciclo, di prodotti fatti per durare, calibrati sulle necessità reali, e non su quelle indotte.

È la stessa logica della circolarità, della declinazione sulle esigenze reali dei singoli, dei territori, delle comunità locali, che spazza via di fatto la logica del profitto, o perlomeno dei grandi profitti, ottenuti imponendo con la pubblicità prodotti massificati, ed esternalizzando sulla collettività le ricadute ambientali delle produzione.

Per troppo tempo, gli ecologisti e gli uomini e le donne della sinistra tradizionale, si sono guardati con reciproco sospetto. Ora le cose devono cambiare. Questo matrimonio, tra socialismo ed ecologia, s’ha proprio da fare.

*Foto: Mimmo Nobile

 

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

Giuseppe Meloni  L’Unione Sarda - Edizione del 1/12/2018

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(Salvini, l’uomo da battere a partire dalla Sardegna)

Centrosinistra e Cinquestelle uniti al voto per battere Salvini in Sardegna. Fantapolitica? Non per Andrea Pubusa, ex consigliere regionale del Pci e animatore del dibattito nella sinistra sarda. «La mia proposta - spiega - nasce da un’osservazione: a livello nazionale si è arrivati a questo governo per il veto del Pd sui 5Stelle. Uguale a quello di Grillo su Bersani 5 anni fa. Esclusioni reciproche che hanno avuto esiti disastrosi».

In Sardegna la situazione politica è diversa.
«Parto da un ragionamento matematico, oltre che politico. Salvini è dato al 36%, il M5S sopra il 20, il centrosinistra con Zedda su cifre simili. Se cadessero quelle preclusioni, con un blocco unico potrebbero bloccare Salvini».

È così importante batterlo?

«Beh, se lo si accusa di fascismo, allora le forze democratiche dovrebbero mostrarsi responsabili e unirsi. E poi una forza da sempre anti-Sud non può trionfare nella terra di Lussu, Gramsci, Dettori».

Ma il Movimento 5Stelle con Salvini ci governa.

«Sì, ma ne è fagocitato ogni giorno di più. Il M5S ha interesse a non consegnargli la Sardegna per non dargli una forte rincorsa per conquistare del tutto il livello nazionale. E il Pd… il Pd deve decidere cosa fare da grande».

Non sembra che ci siano le condizioni per un’intesa simile.

«Io credo che ci possano essere. Lo impone la legge elettorale. Devi fare un contratto di governo prima del voto, perché poi non si può. Un vantaggio per tutti i contraenti, che vincendo eleggerebbero molti più consiglieri».

Lei è stato spesso accostato ai 5Stelle. È corretto?
«Non sono del M5S, mi considero un vecchio pensatore di sinistra. Condivido alcune loro idee, come il reddito di cittadinanza e la lotta alla corruzione, temi storici della sinistra. Se non ha i paraocchi, un vero democratico non può non sostenerle».

Il M5S ha anche votato il decreto sicurezza.

«Lì c’è un contratto da rispettare, se no cade il governo, e capisco che il M5S non voglia. Però, appunto, fermare Salvini qui servirebbe anche a rinfrescare la carica innovativa del Movimento».

Ha mai parlato della sua idea ai vertici locali del M5S?

«Mesi fa, ad alcuni amici, ho fatto una proposta limitata: con questa legge elettorale avrebbero dovuto accordarsi, prima del voto, con l’area democratica. Hanno detto di no, ma ora le cose sono cambiate. Il M5S arranca con le regionarie, il Pd ha scelto Zedda come foglia di fico».

Zedda non le piace?

«Lotta per arrivare secondo anziché terzo. Non credo che il suo impatto andrà oltre il Medio Campidano. Ma un po’ tutti stanno pensando a perdere bene più che a vincere. Pds e Autodeterminatzione sperano di superare il 5%; lo stesso M5S sa che non vincerà. Perché non provare a vincere tutti insieme?»

Con quale candidato?

«Si dovrebbe cercare insieme una figura condivisa».

Non Zedda, comunque.

«Lui rappresenta, al di là del suo successo, la sinistra minoritaria che si è autodistrutta. Il M5S sceglierà una brava persona, ma poco nota. In Sardegna ci sono molte figure autorevoli che potrebbero guidare una tale alleanza, non lo vedo un problema».

E i programmi?

«Ci sono molti temi su cui basare un contratto di governo: occupazione, lotta alla povertà, difesa dell’ambiente, taglio delle servitù militari».

Su altri però ci sono vedute opposte, come il metanodotto.
«Su questo, i contrari non sono solo nel M5S. Certo, il programma non sarà solo rose e fiori, ma il problema sono i pregiudizi reciproci. Però con gli stereotipi andiamo a sbattere contro il muro».

Fonte: Democrazia Oggi





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