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Appuntamento d’eccezione oggi alla Casa della Cultura di Monserrato (alle 19.30) per la settima edizione del festival Buon Compleanno Faber, iniziativa nel ricordo del grande Fabrizio De André e in programma sino al 9 marzo fra Cagliari, Donori, Dolianova e, appunto, Monserrato.

L’iniziativa, sotto la direzione artistica di Gerardo Ferrara, è quest’anno dedicata a Riace, paese dell’accoglienza. E ad aprire domani i lavori sarà l’importante testimonianza - in collegamento telefonico - di Mimmo Lucano, il sindaco di Riace al centro di una controversa vicenda umana politica e giudiziaria.

Il fitto programma di appuntamenti continua poi con le canzoni proposte dal coro dell’ANPI di Cagliari seguito dalla proiezione del documentario Terre impure di Raffaella Cosentino, giornalista che racconta la torbida vicenda che ha visto implicata e assolta la politica Carolina Girasole.

Maurizio Del Bufalo parlerà invece di Cinema e Diritti. A chiudere la serata con il concerto La terra è di chi la canta la cantautrice Lara Molino, fra le più interessanti voci del nuovo folk italiano.

Sabato 16 sarà invece la volta di Giovanna Marini che, sul palco di Monserrato, si esibirà in Ballata per Riace; ad aprire la serata la proiezione di Un paese di Calabria, documentario di Shu Aiello e Catherine Catella; a seguire l’intervento di Maurizio del Bufalo per raccontare la bella esperienza della Rete del Caffè Sospeso. A chiudere la serata di sabato Lara Molino, che torna sul palco della Casa della Cultura per proporre il suo Forte e gendìle

Buon Compleanno Faber è organizzato da Miele Amaro il Circolo dei Lettori e Associazione Onlus Itzokor con la collaborazione del Festival Street Books e della Federazione Italiana Circoli del Cinema.

Fonte: Democrazia Oggi

Gianfranco Viesti

 Per favorire la riflessione sulla c.d. autonomia differenziata domani un articolo fuori dal coro di Tonino Dessì. Oggi pubblichiamo questo contributo di Gianfranco Viesti dell’Università di Bari, tratto da  Eticaeconomia[1] del 4 febbraio 2019, che riassume il pensiero critico di una parte dei “meridionalisti”.

 

Larghe fasce delle classi dirigenti, in particolare di Lombardia e Veneto, sono ormai convinte che sia più importante promuovere la competitività delle aree già più forti, piuttosto che puntare a un rilancio dell’intera economia nazionale.
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Le iniziative delle Regioni Veneto e Lombardia per acquisire una maggiore autonomia regionale sono esplicitamente finalizzate a ottenere, sotto forma di quote di gettito dei tributi che vengono trattenute, risorse pubbliche maggiori rispetto a quelle oggi spese dallo Stato a loro favore. Quello delle risorse è stato il tema dominante della campagna referendaria in entrambe le regioni: era comune l’invito a sostenere l’iniziativa per conquistare la maggior quota possibile del cosiddetto “residuo fiscale”; quota esplicitamente quantificata nei nove decimi dei tributi riscossi in regione nel disegno di legge approvato in Veneto nel novembre 2017.

Con risorse pubbliche nazionali disponibili date (e comunque difficilmente aumentabili date le condizioni della finanza pubblica italiana) questo significa spostarne una quota maggiore a loro favore, conseguentemente riducendole per i cittadini delle altre Regioni italiane a statuto ordinario. Configurando così uno scenario in cui le regioni a più alto reddito trattengono una parte maggiore delle tasse raccolte nel proprio territorio, sottraendola alla fiscalità nazionale.

Il tema del “residuo fiscale” non è certamente nuovo. Esso appartiene all’armamentario politico-ideologico costruito, sin dagli anni novanta del XX secolo, dalla Lega Nord, con le sue battaglie contro “Roma ladrona” e il Mezzogiorno, e per la “riconquista” dei soldi del Nord. La questione ha però conosciuto uno slancio del tutto nuovo negli ultimi anni. Con tutta probabilità si tratta di uno degli effetti della lunga e profonda crisi che ha colpito l’Italia. La caduta dei redditi ha prodotto difficoltà sociali in tutto il Paese: più intense e diffuse nel Centro-Sud, ma sensibili anche al Nord.

Le misure di austerità hanno notevolmente ridotto le risorse disponibili per Regioni ed enti locali, sia correnti sia per gli investimenti; hanno contenuto fortemente le dotazioni del Fondo sanitario nazionale. I risultati economici delle Regioni del Centro-Sud sono stati pessimi, e le hanno molto allontanate dalle medie europee nel reddito pro capite. Ma anche le più ricche Regioni del Nord hanno avuto un andamento negativo, molto peggiore rispetto alle aree più avanzate del continente.

Questo ha rafforzato in larghe fasce delle classi dirigenti politiche ed economiche, in particolare di Lombardia e Veneto (ma anche in Emilia), l’idea che sia necessario disporre autonomamente della parte maggiore possibile del gettito fiscale generato nei propri territori, anche mettendo in secondo piano i princìpi costituzionali di eguaglianza fra tutti i cittadini italiani; la convinzione che sia più importante promuovere la competitività delle aree già più forti del Paese, piuttosto che puntare a un rilancio dell’intera economia nazionale.

Ciò si è accompagnato a una rinnovata enfasi sul “teorema meridionale”, cioè sulla descrizione del Mezzogiorno come terra della cattiva amministrazione e dello spreco di grandi risorse pubbliche (sul “teorema meridionale” cfr. G. Viesti, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è, Laterza 2009; Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce: falso!, Laterza 2013).

Con le iniziative sull’autonomia differenziata si concretizza una “secessione dei ricchi”. Essa avviene stabilendo per principio, come già previsto nelle preintese siglate con il governo Gentiloni nel febbraio 2018, che le risorse nazionali da trasferire per le nuove competenze siano parametrate, dopo un primo anno di transizione, a fabbisogni standard calcolati tenendo conto anche del gettito fiscale regionale; e fatto comunque salvo l’attuale livello dei servizi (cioè prevedendo variazioni solo in aumento).

Il gettito fiscale non è stato sinora mai considerato nei complessi calcoli dei fabbisogni standard per i Comuni, collegati sempre e solo alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione. Rapportare il finanziamento dei servizi al gettito fiscale significa stabilire un principio estremamente rilevante: i diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani; maggiori laddove il reddito pro capite è più alto.

Ma al di là del riferimento al gettito fiscale, definire i fabbisogni standard per quantificare i costi dei servizi pubblici è certamente opportuno. Il passaggio da un sistema di finanziamento basato sulla spesa storica a uno basato su parametri oggettivi di fabbisogno è tuttavia assai complesso. Non solo tecnicamente; ma perché esso richiede un’azione politica di mediazione degli interessi delle diverse comunità coinvolte. L’uso di diversi indicatori tecnici può infatti produrre esiti assai differenti.

Le esperienze del nostro Paese lo indicano chiaramente: i criteri di ripartizione del Fondo sanitario nazionale, che contrariamente a quanto originariamente previsto dalla legge 662/96 sono stati poi principalmente basati solo su una quota capitaria corretta per l’età; i fabbisogni standard dei Comuni, che sono rimasti molto vicini ai valori della spesa storica; i nuovi criteri, dal 2008 in poi, di riparto del Fondo di finanziamento ordinario delle università, che sono discrezionalmente variati tutti gli anni.

La quantificazione dei fabbisogni standard implica scelte politiche. Per questo è assai opportuno che essi siano definiti in modo trasparente (e comprensibile dall’opinione pubblica) da entità nelle quali tutti i diversi portatori di interessi siano rappresentati, e che vengano sottoposti a una valutazione d’insieme sui loro possibili impatti da parte delle rappresentanze parlamentari. Al contrario, nelle richieste delle Regioni, recepite dalle citate preintese del febbraio 2018, la quantificazione di questi criteri viene lasciata alla contrattazione fra lo Stato e la specifica Regione attraverso una commissione paritetica tecnica. Scelte fondamentali per il benessere dei cittadini italiani vengono così sottratte alle sedi di mediazione e decisione politica e affidate ancora una volta a “tecnici”, con l’utilizzo di grandi basi-dati da essi costruite, presumendo falsamente che ciò consenta decisioni indipendenti ed equilibrate.

Il fatto è che nelle commissioni le risorse necessarie per finanziare le competenze trasferite vengono calcolate caso per caso, e indipendentemente dalle regole che valgono per quantificare le risorse pubbliche statali necessarie nelle altre regioni. Ma vi è un aspetto ancora più importante. Per consentire a tutti gli italiani di godere degli stessi diritti di cittadinanza, e in particolare dello stesso livello essenziale delle prestazioni pubbliche più importanti, la Costituzione prevede all’articolo 117 che lo Stato abbia l’onere della “determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, i cosiddetti Lep.

Non solo. L’articolo 120 richiede poi che sia mantenuta “la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”. L’importanza dei Lep è ribadita con forza anche nella legge 42/2009 attuativa del federalismo fiscale. Tale determinazione non è però mai avvenuta dal 2001 a oggi. È evidente che la quantificazione dei Lep debba essere preliminare a quella dei fabbisogni standard per i servizi pubblici, dato che essi dovrebbero in primo luogo mirare a garantire proprio quei basilari diritti di cittadinanza definiti dal legislatore nazionale.

Va infine notato un ulteriore, fondamentale, aspetto della “secessione dei ricchi”. I suoi sostenitori hanno richiamato più volte l’importanza del pronunciamento popolare che si è verificato con i referendum: per la verità in misura più netta in Veneto che non in Lombardia, dove il 62% degli elettori non si è espresso. Dato che l’autonomia è stata richiesta, essa va concessa. Ma la sovranità sull’eventuale attuazione dell’articolo 116 della Costituzione non è delle Regioni e delle comunità regionali. Esse possono richiedere ulteriori forme di autonomia, ma è il Parlamento, in rappresentanza dell’intera comunità nazionale, che può concedere questi maggiori poteri.

L’effettivo esercizio di questa sovranità potrebbe però essere a rischio. Il percorso attuativo dell’autonomia differenziata prevede infatti che il governo concluda un’intesa con ciascuna delle Regioni che ne hanno fatto richiesta. Tale intesa viene poi sottoposta alle Camere. Esse non hanno possibilità di emendarla. Né hanno la possibilità di entrare nel merito dei suoi contenuti ed esprimere indirizzi. Possono approvarle, con un voto a maggioranza degli aventi diritto, o respingerle. Voto che può naturalmente essere influenzato da considerazioni contingenti di natura strettamente politica.

Se le intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e governo non possono modificarle se non con il consenso delle Regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro. Si può solo immaginare che la Corte Costituzionale verrebbe chiamata a esprimersi su moltissimi aspetti di conflitto fra quanto viene deciso e i princìpi fondamentali della Repubblica, aprendo così anche una lunga stagione di incertezza normativa.

Le Regioni a statuto ordinario e ad autonomia differenziata godrebbero di un potere di interdizione di qualsiasi iniziativa statale persino superiore a quello delle Regioni a statuto speciale. Governo, Parlamento e cittadini italiani sarebbero privati di qualsiasi potere d’iniziativa. Una vera e propria secessione.

Gianfranco Viesti è professore ordinario di Economia applicata nel dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari

Archiviato in: Italia , Analisi

References

  1. ^ Eticaeconomia (www.eticaeconomia.it)

Fonte: Democrazia Oggi

Amsicora

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Meglio tardi che mai!“, diceva quello. E niente si attaglia di più a Di Maio. “In questi giorni dopo le elezioni ho riflettuto - ha detto -. Mi sono chiesto se fosse il caso di dire una verità che tutti nel M5S conosciamo ma nessuno ha ancora avuto il coraggio di dire. Dopo Sicilia, Molise e Abruzzo. Se non siamo riusciti a conquistare una regione con Giancarlo Cancelleri nonostante il 35%, con Andrea Greco nonostante il 38% e con Sara Marcozzi persone che hanno dato l’anima e fatto l’ impossibile è chiaro che ci sono problemi di fondo che dobbiamo affrontare. Che io come capo politico intendo affrontare”. “Dove non siamo pronti dobbiamo smetterla di presentarci“.
E bravo Cigino! Ma noi del CoStat in Sardegna glielo abbiamo detto fin da settembre in vista delle elezioni che la legge elettorale sarda richiede “contratti” prelettorali e non post. In tempi non sospetti abbiamo detto a Mario Puddu (allora coordinatore nell’isola) che le regionali, rispetto alle politiche, sono altra cosa, seguono altri codici. Il M5S - gli dicemmo a settembre -  che pure ha fatto un contratto di governo a livello nazionale dopo le elezioni, dovrebbe pensare ad un’intesa simile prima, perché la legge elettorale sarda è fortemente maggioritaria, e se vuoi vincere devi prender un voto in più del tuo concorrente. D’accordo nello scartare l’alleanza con un partito, ma - lo avvertimmo - esiste in Sardegna una vasta area democratica, delusa dal centrosinistra, che ha fatto molte battaglie in questi anni. Pensare di favorire la formazione di un “raggruppamento” e dargli visibilità elettorale sarebbe stata una mossa utile al M5S e alla Sardegna. All’isola perché avrebbe determinato una svolta e un cambio di gruppi dirigenti. Al M5S, anzitutto, perché avrebbe potuto consentirgli di vincere le elezioni, secondariamente perché, dopo l’alleanza di governo con la Lega, avrebbe esplicitato, dove possibile, una propensione per le forze democratiche. Abbiamo proposto al M5S, a partire dalle regionali sarde, un laboratorio non solo locale. Ci voleva poco a capirlo, ma i pentastellati isolani pensavano che i voti venissero sempre trasportati dal vento e non anche grazie a scelte appropriate.
Gianni Marilotti[1] ha spiegato in questo blog le ragioni della chiusura, il rifiuto di un dono politico; solo da guadagnare per i pentastellati nulla da pagare o perdere. Il seguito lo conosciamo tutti: isolati e con un candidato noto solo ai 5Stelle il seggio alla Camera nelle suppletive è stato perso.  Replica per le regionali, candidato presidente Desogus, con tutto il rispetto, fuori dal dibattito pubblico regionale e sempre in splendido isolamento. Mai riuscito a imporre i temi del Movimento nel dibattito regionale. Harakiri! Certo chi ritiene che in Sardegna occorre fare un po’ di pulizia li vota lo stesso. Lo fa per doppia responsabilità nei riguadri dei sardi. Ma alle elezioni il consenso bisogna favorirlo, invogliarlo. Non sono ragionevoli le scelte supponenti per respingerlo!
Ma ormai è andata!  Ahinoi! Probabilmente nell’isola dei mori ci sarà una replica dell’Abruzzo. Sarà per la prossima. Ma a queste elezioni il M5S ha soffocato con le proprie mani l’ottima speranza di vittoria che veniva dell’onda travolgente del 4 marzo. Non diversanmente, i partiti dell’area natzionalitaria hanno perso l’occasione per sfondare alleandosi e si arrabattano per superare lo sbarramento. Noi del CoStat, al fine di dare razionalità alla politica regionale nell’interesse generale, li abbiamo riuniti, messi a confronto, abbiamo fatto un appello all’unità. Indarno! I nostri eroi della sardità, a petto in fuori, vanno alla pugna per perdere! Meglio ha fatto Zedda e il PD. Con un camuffo imbroglionesco, che solo PD & C. san fare, nascondono ai sardi che sono la continuazione di questa giunta da far dimeticare. Anziché lottare per essere primi, sperano di arrivare secondi. Contenti loro! Tutti han lavorato per il tanto vituperato Salvini. Che statisti!
E noi democratici sardi non intruppati e combattenti in servizio attivo in tutte le battaglie importanti? Eravamo pronti a buttarci nell’agone senza chiedere nulla se non serietà, rigore, partecipazione. Respinti e irresponabilmente lasciati a guardare, vaghiamo incerti tra l’astensione e un voto a caso nel mucchio, fuori dal centrodestra, più per affezione al seggio che per speranza di vittoria.
So cosa vi è venuto in mente, anche a me: un bel vaffa…!

References

  1. ^ Gianni Marilotti (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

Fernando Codonesu

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Dopo le elezioni in Abruzzo che hanno portato la Lega oltre il 27%, il M5S al 20% col dimezzamento dei consensi raccolti nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso e il PD all’11%, cosa ci si può aspettare in Sardegna?
Intanto aumenterà l’astensione e per la prima volta dall’esistenza della Regione è prevedibile che voterà meno della metà degli elettori, forse il 45/47%, e ciò è un grave vulnus della rappresentanza democratica oltre ad un’ulteriore constatazione dei danni direttamente derivanti dalla pessima legge elettorale regionale.
Avevamo auspicato l’unità delle forze e dei movimenti identitari, autonomisti, indipendentisti e delle forze a sinistra del PD, che teoricamente potrebbero rappresentare un buon 20% dell’elettorato, ma hanno preferito andare avanti in ordine sparso con la presentazione di quattro liste, con il rischio reale che almeno due dei simboli in corsa rimangano lontanissimi dalla soglia di sbarramento e se per gli altri due candidati presidente si può ipotizzare il superamento del 5%, non è altrettanto certo che le due liste collegate siano in grado di superarlo.
Naturalmente ci piacerebbe che il 25 febbraio i risultati smentissero questa affermazione: avremmo solo da festeggiare, ma è un’ipotesi altamente improbabile, ahinoi!
Del M5S ho già avuto modo di parlare e su questo blog Andrea Pubusa ha spiegato anche della nostra proposta di un affiancamento con una lista proveniente dalla società civile e sganciata dai partiti, ma non c’è stato niente da fare. Il M5S si è votato per scelta all’isolamento e questo condurrà ad un ridimensionamento pesante del loro consenso elettorale, tutto a vantaggio del loro socio-concorrente di governo, la Lega di Salvini. Senza una politica di alleanze è evidente che questo movimento è destinato a non vincere alcuna competizione locale: una politica suicida che vanifica l’alto consenso di cui ancora gode, ancorché in fase calante e che continuerà a scendere inesorabilmente di fronte alle evidenti difficoltà nell’azione di governo e totale mancanza di una classe dirigente adeguata allo scopo. Ora anche Di Maio capisce ciò che era evidente da tempo, meglio radi che mai, ma per la Sardegna è troppo tardi, les jeux sont faits.
Sono annunciati per la settimana prossima cinque giorni di presenza di Salvini in Sardegna, che sull’onda di un credito politico in costante ascesa si prefigge di conquistare definitivamente l’elettorato sardo, anche con la sparata del prezzo “politico” del latte in barba al mercato e della soluzione del problema dei pastori “in 48 ore”. La follia di tutto questo è che molti elettori lo seguiranno convintamente senza il bisogno neanche di “turarsi il naso” e gli faranno raggiungere una percentuale dei consensi inimmaginabile appena qualche mese fa.
Insomma, Salvini farà una passeggiata di cinque giorni in Sardegna e potrà dire in idioma lombardo-bergamasco l’equivalente di “veni, vidi, vici”.
Infatti, il tema degli immigrati ridotto a puro e semplice problema di “sicurezza” sull’onda dei provvedimenti incominciati da Minniti e i proclami sulla vicenda del prezzo del latte pagheranno anche in terra di Sardegna nelle urne e il vero vincitore sarà Salvini e non certo i sardi e le forze politiche sarde.
D’altronde abbiamo avuto i precedenti di Berlusconi con la sparata della sua telefonata a Putin per la soluzione dei problemi del Sulcis e poi l’innamoramento per Grillo e dintorni fino al 42% delle elezioni politiche del 4 marzo. In quei due casi i voti sono stati espressi e loro se li sono presi senza sforzo alcuno, ma i problemi sono rimasti tutti sul terreno.
Per il 24 febbraio è facile prevedere che la Lega raggiungerà un risultato analogo se non superiore a quello conseguito in Abruzzo considerato il buon 11% di partenza, con i 5S che si attesteranno al 20% o poco più e con un risultato analogo del PD, e dei rimasugli del centrosinistra che fu, dietro il faccino sorridente e rassicurante di Zedda, quale camuffamento per nascondere il fallimento dei cinque anni della giunta Pigliaru. A questo punto discutere sul raggiungimento del secondo o sul terzo posto ha poco senso, così come interrogarsi sui meriti e demeriti degli uni o degli altri.
Insomma, si profila una notte limga e molto buia per la Sardegna governata dalla Lega di Salvini, ma forse questo potrà permettere un buon percorso di opposizione comune tra M5S, Centrosinistra e le forze identitarie che entreranno in Consiglio, ridando la possibilità concreta di intravedere una luce in fondo al tunnel.
In questa direzione, e non vuole essere una consolazione ma la semplice presa d’atto della situazione, noi siamo pronti a fare la nostra parte.

Fonte: Democrazia Oggi

islam

Avvenire.it 9 febbraio 2019. Il viaggio del Papa negli Emirati è stato accostato all’incontro del 1219. Bollato come leggenda, è certificato da più fonti cristiane e musulmane. Due epoche e mondi distanti, ma ci sono assonanze.

La visita di papa Francesco ad Abu Dhabi ha originato discussioni e addirittura polemiche in gran parte corrispondenti a quanto ci si poteva aspettare, salvo su un punto: la meraviglia, quasi l’incredulità a proposito dell’analogia con un analogo evento verificatosi otto secoli fa: l’incontro tra Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil. È evidente che, in chi ha proposto e pianificato il viaggio del pontefice ad Abu Dhabi, l’incontro del 1219 e quindi la “celebrazione” degli ottocento anni erano sottintesi. Eppure da noi c’è chi si è stupito e chi ha addirittura parlato di leggenda.

Ora, che a proposito di eventi assegnati alla storia si possa dubitare, è più che legittimo. Deve però trattarsi di dubbio fondato, giustificato, metodico: il non prestare pregiudizialmente fede a nulla è altrettanto ingiustificato che credere a qualunque cosa. Cominciamo quindi da qui: verifichiamo se quell’episodio di ottocento anni or sono ha le carte in regola per poter essere accettato come autentico.

Qui possiamo star tranquilli: studiosi seri si sono impegnati nell’analizzare le fonti che ci narrano di quella visita. Chi vuole conoscerla nei dettagli può ricorrere con fiducia al libro di John Tolan, Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’Islam, tradotto in italiano da Laterza nel 2009, che è l’ultima sintesi organica autorevole e affidabile sull’argomento; essa è stata del resto seguita da molti saggi e da numerosi lavori congressuali che ne hanno aggiornato la problematica.

Esistono almeno cinque fonti cronistiche occidentali attendibili che, con sostanziale concordia pur divergendo in alcuni particolari, ci testimoniano la vicenda. Esistono poi le numerose fonti francescane che, se fossero le uniche a riferire l’episodio, potrebbero suscitare legittimi dubbi: ma il loro racconto, confrontato con quello delle voci estranee all’Ordine, risulta a sua volta autorevole. Infine abbiamo una fonte epigrafica arabo-musulmana, un’iscrizione su una lapide funebre, che allude al medesimo episodio confermandone autonomamente l’autenticità.

Il che non toglie che alcuni particolari dell’evento possano essere d’origine leggendaria: come la celeberrima “ordalia del fuoco”, mirabilmente evocata da un affresco giottesco della basilica superiore di San Francesco in Assisi, ma a proposito della quale il parere degli studiosi è, per vari e differenti motivi, quasi coralmente scettico.

Atteniamoci pertanto ai dati più sicuri e oggetto di comune consenso. Fino dal 1217 era stata bandita da papa Onorio III, fedele a una consegna d’Innocenzo III morto l’anno precedente, una crociata che sotto la guida del legato pontificio cardinal Pelagio si era diretta all’assedio, per terra e per mare, della città di Damiata o Damietta (in arabo Damiat) sul delta del Nilo.

I capi dell’impresa avevano difatti convenuto che assediare Gerusalemme – che i crociati avevano perduto nel 1187 e che avrebbero voluto recuperare – fosse troppo complesso: la loro idea strategica era porre il blocco navale al delta nilotico, che era il principale polmone economico di tutto il mondo islamico di quell’area, e proporre quindi alle autorità musulmane di toglierlo in cambio della restituzione ai cristiani latini della Città Santa.

L’idea può sembrare macchinosa ma era plausibile. Tanto più che in quel momento l’Islam era, come più o meno sempre, percorso da una forte discordia interna. Il sultano al-Malik al-Kamil, nipote del grande Saladino e signore d’Egitto e di Palestina, era quasi in rotta col fratello al-Muazzam che dominava invece Damasco e la Siria. Francesco, che era partito ai primi del 1219, giunse all’inizio dell’estate sotto Damietta con una nave che proveniva da Acri dove aveva visitato il piccolo convento ivi aperto da alcuni dei suoi frati.

Era anch’egli sottoposto alla disciplina crociata, altrimenti non avrebbe potuto viaggiare in quel momento in partibus infidelium. È logico pertanto che abbia chiesto al cardinale legato il consenso per recarsi dal sultano, secondo il suo progetto di presenza (più che di missione) cristiana che egli avrebbe più tardi esposto nel capitolo 16 della sua Regula, redatta nel 1221 e riscritta di nuovo, con definitiva approvazione pontificia, due anni più tardi.

Ai sensi di quel documento sappiamo che Francesco prescriveva al frate minore che volesse recarsi presso gli infedeli di essere mite e soggetto a tutti, di non avanzare proposta né richiesta alcuna ma di limitarsi alla professione di fede cristiana.

Sappiamo che fu ammesso alla presenza del gran signore musulmano. Il quale, come la legge del Profeta prescriveva, non avrebbe mai potuto negare udienza a un uomo di Dio che si fosse presentato al suo cospetto. E Francesco era tale: a testimoniarlo era la sua veste: un povero saio di lana non tinta, pieno di toppe e di strappi rammendati e provvisto di un cappuccio.

Tale indumento, in arabo, si chiama suf: chiunque lo indossi è appunto un uomo che a Dio e alla preghiera si è consacrato. Un sufi. Quanto il sultano e il sufi cristiano si siano intrattenuti a colloquio e che cosa si siano detti, non lo sapremo mai. Le testimonianze sono varie e concordano solo sul fatto che il gran signore rinviò sano e salvo il povero frate dopo avergli offerto alcuni doni.

La crociata si chiuse con un insuccesso e i guerrieri cristiani rientrarono alle loro case. Ma dieci anni dopo al-Malik al-Kamil incontrò un altro cristiano che conosceva la terra natale di Francesco: era addirittura nato non lontano da Assisi, cioè a Jesi nelle Marche. Il sultano e l’imperatore Federico II, nel 1229, stipularono il primo patto di smilitarizzazione pacifica di Gerusalemme che conosciamo, e che resse per tre lustri, fino al 1244. Un patto nel nome d’una pace possibile.

Non diciamo altro, non azzardiamo ipotesi buone per un romanzo, ma che non servono alla storia. Al-Kamil e Federico conoscevano entrambi Francesco, sia pure in modo diverso. E avevano in comune una passione: la caccia col falco. Chissà: magari, negli intervalli dei loro colloqui politici, avranno parlato di falchi. Fratel Falco piaceva anche a Francesco.

 

Fonte: Sardegna Soprattutto




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