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Mentre in Italia, un’altra Torino, diversa e opposta a quella delle “madamine” del 10 novembre, ha risposto con forza straordinaria a quanti hanno fatto credere che la realizzazione del Tav sarebbe stata la svolta per l’economia e la vita stessa della città, mentre dal profondo Nord calavano su Roma, le truppe cammellate (pagate?) di Matteo Salvini (un ministro, per di più dell’Interno, che organizza una manifestazione non s’era mai visto, tanto più che il suo scopo era una dimostrazione di forza); a Parigi, da dove scrivo, si teneva il sequel del sabato precedente, 1 dicembre quando la capitale francese fu centro di scontri violentissimi, devastazioni, repressioni.

Questo sabato 8, la situazione si è riproposta sia pure con minore violenza, ma con maggiore forza, maggiore determinazione e, mi è parso, anche con maggiore consapevolezza.

Nei giorni precedenti una campagna terroristica dei media governativi e para-governativi ha indotto buona parte dei parigini a tapparsi in casa, mentre i negozianti chiudevano fin dalla sera di venerdì le loro botteghe, ricorrendo, molti, a coprire di truciolato le vetrine: Parigi la mattina dell’8 dicembre offriva un ben strano spettacolo, assolutamente inedito, nella uniformità lignea dei negozi, nel silenzio delle strade, nel deserto dei grandi viali.

Ma fin dall’alba gruppetti di uomini e donne, anziani e giovanissimi, indossanti un gilet di colore giallo, hanno iniziato a percorrerla. Portavano con sé zainetti e tascapane, bottiglie d’acqua, generi di conforto, e mascherine antigas, che offrivano anche ai passanti individuati (come il sottoscritto) quali possibili simpatizzanti, insieme a una fialetta di soluzione fisiologica, utile per difendersi dai gas.

Quei gas urticanti che verso la tarda mattinata la polizia avrebbe iniziato a diffondere, con micidiali lanci di candelotti, seguiti da possenti getti di idrante, che facevano più danno dei gas. E, a seguire, le cariche, a piedi, o a cavallo.

I manifestanti apparivano determinati, pronti alla tattica della guerriglia: allontanandosi quando la situazione appariva sfavorevole, ritornare subito dopo, ma raggruppandosi in qualche via adiacente. La polizia con tutto lo sfoggio di mezzi e di uomini (e donne; ne ho viste parecchie), spesso è apparsa in difficoltà, e in qualche caso, è stata costretta ad arretrare.

Da una parte perché forse esitante, dopo essersi posta in luce nelle scorse settimane con un tasso di violenza e di arbitrio che ha suscitato reazioni assai forti: l’episodio di Mantes-la-Jolie (nel Dipartimento degli Yvelines), dove oltre 150 studenti minorenni sono stati messi in ginocchio con le braccia dietro la testa, ha suscitato assai più che riprovazione, se persino un quotidiano prudente, ma ancora provvisto di autorevolezza come “Le Monde”, ha avuto parole molto dure. E una raccolta firme per le dimissioni del capo della polizia sta procedendo a gonfie vele.

D’altra parte, questo popolo in azione costituiva un soggetto imponente, e non di rado pericoloso per lo schieramento dei “flics” e dei CRS: cubi di porfido, strappati al selciato, o gli stessi candelotti rispediti al mittente, le barricate improvvisate, fragili, che però si moltiplicavano a vista d’occhio, gli incendi sparsi (anche di beni pubblici, come le bici comunali, i cassonetti per l’immondizia, le fioriere…; con le solite vetrine di banche spaccate, quelle rimaste senza protezione), e la stessa incredibile numerosità dei manifestanti – con o senza gilet – hanno creato una situazione di oggettiva difficoltà.

Mentre guardavo questa massa enorme di persone in movimento sulle strade della capitale francese mi è venuta in mente una frase di Carlo Rosselli, riadattata alla situazione: quando il popolo scende nelle strade, e marcia con un obiettivo da raggiungere, non c’è schieramento militare che possa fermarlo.

E questo popolo dell’8 dicembre, ancor più di quello del 1° dicembre, puntava a un obiettivo politico: quello che si riassume nello slogan più ripetuto, gridato, ritmato, cantato: “Macron démission!”. Non pochi aggiungevano, minacciosi: “Stiamo venendo a prenderti, Macron!”…

L’azione dei “gilets jaunes” in effetti sembra si stia rapidamente trasformando, da ribellione spontanea di singoli e di categorie colpite dalla “tassa ecologica” sui diesel, in un vero movimento, trasversale per età, appartenenza professionale, estrazione sociale. L’unità nella diversità è data dal rifiuto dell’“Europa dei banchieri”, benché non articolato in un vero discorso politico: d’altronde qui è la “rage”, la rabbia sociale, per ora a tenere in piedi i “gilets jaunes”: e questo non significa forse una richiesta di giustizia? “I soldi ci sono”, si è letto in numerosi cartelli: “andate a prenderli dove sono, a casa dei ricchi”.

Non mi avventurerò ora in un’analisi sociologica e politologica, assolutamente necessaria se si vuole tentare di comprendere gli avvenimenti di Francia in questo scorcio di 2018, ma si tratta di elementi, a mio parere, di immediata evidenza, o quasi.

Ad essi altri vanno aggiunti, sui quali si dovrà riflettere: il presidente Macron è ormai in caduta libera non soltanto di consenso presso il suo stesso elettorato, ma in tutti i settori della società francese, a cominciare da quegli stessi che lo avevano catapultato un anno e mezzo fa all’Eliseo, dopo la prova desolante di François Hollande, un’esperienza politica devastante per l’intera sinistra nazionale, e forse non solo.

Il capo degli industriali ha fatto capire chiaramente che Macron è inadeguato, e molti dello stesso entourage presidenziale hanno preso le distanze. Macron è oggi un uomo solo. Aveva teorizzato la necessaria e benefica solitudine del potere quando ebbe a dire che la Francia ha bisogno di un monarca (alludendo evidentemente a se stesso): oggi quella frase risuona beffarda sulle bocche dei “gilets jaunes”, i quali ricordano che per ogni monarca c’è pronta una ghigliottina.

In crescita è apparsa la componente di sinistra, anche se le bandiere rosse ai cortei erano pochissime (a dire il vero, assai più numerosi i tricolori), molte parole d’ordine, aggiunte alle prime, poco politiche, degli inizi del “movimento”, echeggiano il Maggio ’68, il grande fantasma che sta percorrendo la città in queste settimane.

Non credo sia un caso che molti dei cartelli visti in questa giornata campale erano citazioni o calchi degli slogan di quel maggio “glorioso”. Un collega della Sorbona mi ha scritto, in relazione agli avvenimenti in corso: “Sembrerebbe che commemoriamo il maggio ‘68 con sei mesi di ritardo ma si sa che la Francia ha difficoltà a fermarsi quando la rivoluzione è lanciata; è il fascino e il fastidio di questo bel Paese”.

* da alganews.it

Fonte: Sardegna Soprattutto

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Left. L’unico giornale di sinistra10 dicembre 2018. Mentre i diritti umani vengono calpestati dalla politica xenofoba del governo legastellato, con il cosiddetto Decreto Sicurezza e immigrazione, nelle scuole si tenta di reagire, di mantenere saldi i principi costituzionale dell’istruzione uguale per tutti, della libertà di insegnamento e del dovere di accoglienza e d’asilo.

Per contrastare il razzismo bisogna cominciare da lì, dalle scuole. Per “rimuovere quegli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana”, come dice l’articolo 3 della Costituzione.

Proprio oggi, 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani il Tavolo Saltamuri lancia la campagna Mille scuole aperte per una società aperta. Fino al 17 dicembre si raccolgono adesioni e informazioni presso associazioni, scuole, comitati, gruppi di scuole o singoli cittadini. «Chiediamo a tutte e tutti gli insegnati che hanno progettato o stanno realizzando percorsi di educazioni ai diritti, alla cittadinanza, allo studio delle migrazioni e alla comprensione delle diverse realtà del mondo, di informarci su ciò che stanno realizzando nelle scuole o in altri luoghi educativi».

Nel sito Saltamuri ci sono materiali didattici e in quello del Mce c’è un’apposita scheda da riempire. In questo modo sarà possibile avere una mappa di un’altra Italia, quella delle scuole e della formazione, quella dove le differenze culturali e la diversa provenienza geografica degli studenti costituiscono una ricchezza e non un minus.

Saltamuri, ricordiamo, è nata questa estate dopo gli episodi di Lodi dove un’ordinanza del sindaco leghista aveva impedito ai bambini di origine straniera di accedere ai servizi della mensa e dei trasporti e di Monfalcone dove, sempre un’amministrazione leghista, aveva messo un tetto al numero di bambini stranieri.

Il tavolo Saltamuri di cui fanno parte un centinaio di associazioni, e di cui un animatore è il maestro Franco Lorenzoni, è stato presentato alla Camera il 17 ottobre 2018. «Come ad Adro anni fa – aveva spiegato al’Ansa Giancarlo Cavinato, responsabile del Mce e portavoce del Tavolo – funzionari, enti locali e dipendenti del Miur operano scelte che discriminano bambini per censo e provenienza, relegandoli in classi ghetto, separandoli da momenti essenziali della vita scolastica».

Adesso la campagna vuole promuovere «percorsi didattici, iniziative, dibattiti, manifestazioni e concerti per contrastare la povertà educativa, la disgregazione sociale e la crescita dell’intolleranza».

 

Fonte: Sardegna Soprattutto

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La Repubblica 10/12/2018 Noi, cittadini europei, provenienti da contesti e paesi diversi, lanciamo oggi questo appello per una profonda trasformazione delle istituzioni e delle politiche europee.

Questo Manifesto contiene proposte concrete, in particolare un progetto per un Trattato di democratizzazione e un Progetto di budget che può essere adottato e applicato nella sua forma attuale dai paesi che lo desiderino, senza che nessun altro paese possa bloccare quanti aspirino al progresso. Può essere firmato on-line (www.tdem.eu) da tutti i cittadini europei che in esso si riconoscono. Può essere modificato e migliorato da qualunque movimento politico.

Dopo la Brexit e l’elezione di governi antieuropeisti a capo di diversi paesi membri, non è più pensabile continuare come prima. Non possiamo limitarci ad aspettare le prossime uscite o un ulteriore smantellamento senza apportare cambiamenti radicali all’Europa di oggi.

Oggi il nostro continente è preso tra i movimenti politici il cui programma è limitato alla caccia agli stranieri e ai rifugiati, un programma che ora hanno iniziato a mettere in atto, da un lato. Dall’altro, abbiamo partiti che pretendono di essere europei, ma che in realtà continuano a considerare che il duro liberalismo e la diffusione della concorrenza a tutti (Stati, imprese, territori e individui) sono sufficienti per definire un progetto politico. In nessun modo riconoscono che è proprio questa mancanza di ambizione sociale che porta alla sensazione di abbandono.

Oggi, da un lato il nostro continente è intrappolato tra movimenti politici il cui programma si limita alla caccia a stranieri e rifugiati, programma che ora hanno iniziato ad attuare; dall’altro, vi sono partiti che si dichiarano europei, ma che in realtà sono ancora convinti che il liberalismo di base e la diffusione della concorrenza a tutti (Stati, imprese, territori e individui) siano sufficienti a definire un progetto politico. Non riconoscono in alcun modo che è esattamente questa mancanza di ambizione sociale che conduce al sentimento di abbandono.

Vi sono alcuni movimenti sociali e politici che tentano di porre fine a questo dialogo fatale muovendosi nella direzione di una nuova base politica, sociale e ambientale per l’Europa. Dopo un decennio di crisi economica non mancano tali criticità specificatamente europee: sottoinvestimenti strutturali nel settore pubblico, in particolare nel campo della formazione e della ricerca, aggravamento delle disuguaglianze sociali, accelerazione del riscaldamento globale e crisi nell’accoglienza di migranti e rifugiati.

Tuttavia, questi movimenti spesso stentano a formulare un progetto alternativo e a delineare con precisione il modo in cui intendono organizzare l’Europa del futuro e le infrastrutture decisionali ad essa dedicate.

Noi, cittadini europei, con la pubblicazione di questo Manifesto, del Trattato e del Budget, stiamo formulando proposte precise e pubblicamente accessibili a tutti. Non sono perfette, ma hanno il merito di esserci. Il pubblico ha la possibilità di accedervi e migliorarle. Si basano su una semplice convinzione. L’Europa deve costruire un modello originale per garantire uno sviluppo sociale equo e duraturo dei propri cittadini.

L’unico modo per convincerli è quello di abbandonare promesse vaghe e teoriche. Se l’Europa vuole riconquistare la solidarietà dei propri cittadini, potrà farlo solo dimostrando concretamente di essere in grado di stabilire una cooperazione tra europei e facendo in modo che coloro che hanno tratto vantaggio dalla globalizzazione contribuiscano al finanziamento dei beni pubblici che oggi in Europa sono gravemente carenti.

Ciò significa far sì che le grandi imprese contribuiscano in misura maggiore delle piccole e medie imprese e che i contribuenti più abbienti paghino in misura maggiore dei contribuenti più poveri. Oggigiorno non è così.

Le nostre proposte si basano sulla creazione di un Budget per la democratizzazione che verrebbe discusso e votato da un’Assemblea europea sovrana. Questo consentirà finalmente all’Europa di dotarsi di un’istituzione pubblica in grado di far fronte immediatamente alle crisi in Europa e di produrre un insieme di beni e servizi pubblici e sociali fondamentali nel quadro di un’economia duratura e solidale.

In questo modo, la promessa fatta fin dal Trattato di Roma di “armonizzazione delle condizioni di vita e di lavoro” diventerà finalmente significativa.

Questo Budget, se l’Assemblea europea lo desidera, sarà finanziato attraverso quattro grandi imposte europee, segni tangibili di questa solidarietà europea. Esse si applicheranno agli utili delle grandi imprese, ai redditi più alti (oltre 200.000 euro all’anno), ai maggiori possessori di patrimoni (oltre 1 milione di euro) e alle emissioni di anidride carbonica (con un prezzo minimo di 30 euro per tonnellata).

Se fissato al 4% del PIL, come proponiamo, questo stanziamento potrebbe finanziare la ricerca, la formazione e le università europee, un ambizioso programma di investimenti per trasformare il nostro modello di crescita economica, il finanziamento dell’accoglienza e dell’integrazione dei migranti e il sostegno a coloro che si occupano di attuare la transizione. Potrebbe inoltre lasciare agli Stati membri un certo margine di bilancio per ridurre l’imposizione fiscale regressiva che grava sui salari o sui consumi.

La questione qui non è quella di creare una “Europa dei bonifici” che tenti di prelevare denaro dai paesi “virtuosi” per destinarlo a quelli che lo sono meno. Il progetto per un Trattato di Democratizzazione (www.tdem.eu) lo afferma esplicitamente, limitando il divario tra le spese dedotte e le entrate versate da un paese a una soglia dello 0,1% del proprio PIL.

Il vero problema è altrove: si tratta innanzitutto di ridurre le disuguaglianze all’interno dei diversi paesi e di investire nel futuro di tutti gli europei, a cominciare naturalmente dai più giovani, con nessun singolo paese che goda di preferenze.

Poiché dobbiamo agire rapidamente, ma dobbiamo anche far uscire l’Europa dall’attuale impasse tecnocratica, proponiamo la creazione di un’Assemblea europea. Questo permetterà di discutere e votare queste nuove imposte europee come anche il budget per la democratizzazione. Questa Assemblea europea può essere creata senza modificare i trattati europei esistenti.

L’Assemblea europea dovrebbe ovviamente comunicare con le attuali istituzioni decisionali (in particolare con l’Eurogruppo in seno al quale i ministri delle finanze della zona euro si riuniscono informalmente ogni mese). Ma, in caso di disaccordo, l’Assemblea avrebbe l’ultima parola.

Se così non fosse, la sua capacità di essere sede di un nuovo spazio politico transnazionale in cui partiti, movimenti sociali e ONG potrebbero finalmente esprimersi sarebbe compromessa. Allo stesso modo, sarebbe a rischio la sua effettiva efficacia, dal momento che la questione è quella di liberare finalmente l’Europa dall’eterna inerzia dei negoziati intergovernativi.

Dobbiamo ricordare che la regola dell’unanimità fiscale in vigore nell’Unione europea blocca da anni l’adozione di qualsiasi imposta europea e sostiene l’eterna evasione nel dumping fiscale dei ricchi e dei più mobili, una pratica che continua ancora oggi nonostante tutti gli interventi. Questa situazione si protrarrà nel caso in cui non vengano stabilite altre regole decisionali.

Dal momento che questa Assemblea europea avrà la capacità di decidere le imposte e di entrare nel cuore del patto democratico, fiscale e sociale degli Stati membri, è importante coinvolgere realmente i parlamentari nazionali ed europei. Conferendo ai membri eletti nazionali un ruolo centrale, le elezioni nazionali e parlamentari si trasformeranno di fatto in elezioni europee.

Gli eletti nazionali non potranno più limitarsi a trasferire la responsabilità a Bruxelles e non avranno altra scelta che spiegare agli elettori i progetti e i bilanci che intendono difendere in seno all’Assemblea europea. Riunendo i parlamentari nazionali ed europei in un’unica Assemblea, si creeranno abitudini di co-governance che al momento esistono solo tra i capi di Stato e i ministri delle finanze.

Per questo motivo proponiamo nel Trattato di democratizzazione disponibile online (www.tdem.eu), che l’80% dei membri dell’Assemblea europea provengano da membri dei parlamenti nazionali dei paesi firmatari del Trattato (in proporzione alla popolazione dei paesi e dei gruppi politici), e il 20% dall’attuale Parlamento europeo (in proporzione ai gruppi politici). Questa scelta merita di essere ulteriormente discussa. In particolare, il nostro progetto potrebbe funzionare anche con una percentuale inferiore di parlamentari nazionali (ad esempio il 50%).

Ora dobbiamo agire rapidamente. Se da un lato sarebbe auspicabile che tutti i paesi dell’Unione europea aderissero senza indugio a questo progetto e benché sia preferibile che i quattro maggiori paesi della zona euro (che insieme rappresentano oltre il 70 per cento del PNL e della popolazione della zona euro) lo adottino fin dall’inizio, il progetto nel suo complesso è stato concepito per essere adottato e applicato da qualsiasi sottoinsieme di paesi che lo desiderino.

Questo punto è importante perché consente ai paesi e ai movimenti politici che lo desiderino di dimostrare la propria volontà di compiere progressi ben precisi adottando questo progetto, o una sua versione migliorata, fin da subito.

Invitiamo ogni uomo e ogni donna ad assumersi le proprie responsabilità e a partecipare a una discussione articolata e costruttiva per il futuro dell’Europa.

*Economista francese, è tra i firmatari dell’appello. L’elenco completo è su www.tdem.eu

Fonte: Sardegna Soprattutto

Gianfranco Sabattini

Capitalismo infelice: Vita umana e religione del profitto di [Bruni, Luigino]

Piovono da tutte le parti le critiche al reddito di cittadinanza; non del reddito di cittadinanza, non inteso come una delle “misure” del welfare esistente, ma come reddito universale e incondizionato, destinato ad offrire all’uomo-lavoratore una possibile libertà di scelta circa le modalità con cui esprimere il proprio contributo alla formazione del prodotto sociale.
Le critiche provengono da sinistra e da destra, sia pure secondo argomentazioni diverse, ma tutte fondate su una malintesa etica del lavoro; quelle provenienti da posizioni di destra riflettono normalmente valutazioni conservatrici, com’è, ad esempio, quella formulata da Luigino Bruni in “Capitalismo infelice. Vita umana e religione del profitto”.
L’Autore non si limita a rifiutare la necessità che, in prospettiva, per le moderne società industriali sia gioco forza istituzionalizzare un “reddito garantito” da corrispondere a tutti i cittadini, a causa delle modalità di produzione proprie dei sistemi economici moderni (aumento continuo della produzione, associato ad una ugualmente continua contrazione dei posti di lavoro, causata quest’ultima da una crescita sempre maggiore della produttività, realizzata attraverso la robotizzazione del processi produttivi).
Con la sua critica conservatrice Bruni va ben oltre: da un lato, finalizzando l’etica del lavoro alla creazione di una “società civile” fortemente connotata in termini di società organica, in alternativa al tipo di società plasmata e trasfigurata dalla logica del profitto capitalistico; da un altro lato, negando, con la riproposizione, all’interno della società civile da lui ipotizzata, del ruolo capitalistico dell’etica del lavoro, col conseguente sacrificio della libertà di scelta del tipo di “attività” che ogni lavoratore titolare del reddito garantito dovrebbe poter scegliere liberalmente di svolgere, proprio per riscattare la propria esistenza dai vincoli restrittivi del “lavoro in fabbrica”.
In sostanza, Bruni analizza e discute la natura dello “spirito” dell’economia del nostro tempo, osservando che esso si è tradotto in un’ideologia, o meglio in una religione profana, prodotta nelle “business school di tutto il mondo”, secondo cui gli strumenti del management d’impresa “dovrebbero funzionare allo stesso modo per le multinazionali capitalistiche e per le comunità di suore, perché si dice, sono tutte aziende e, in quanto tali, sono tutte uguali”. In questo modo, a parere di Bruni, viene veicolata una visione della vita e del mondo, dell’individuo e delle relazioni sociali, plasmata da dogmi, il principale dei quali sarebbe la meritocrazia, che servirebbe a legittimare le disuguaglianze, da cui deriverebbe l’idea che i poveri sono poveri perché sarebbero “demeritevoli e quindi colpevoli, e, in quanto tali, la società non dovrebbe avvertire nessun obbligo morale di assisterli”. La religione del “business” sarebbe entrata nella politica, nella scuola e persino nelle chiese, avanzando “una visione striminzita e rimpicciolita della persona, depotenziata di virtù e motivazioni intrinseche”, facendo di tale visione il fondamento del capitalismo del nostro tempo.
Non casualmente, l’ideologia del capitalismo moderno sarebbe entrata in molti ambiti della vita sociale, riuscendo a riproporre “molti dei codici simbolici che la civiltà occidentale ha nei millenni associato alla vita buona e alla ricchezza, e, paradossalmente molte idee dei suoi critici”; in conseguenza di ciò sarebbe stato inevitabile che le relazioni tra gli individui che compongono la comunità fossero sempre più immerse e gestite secondo la logica delle “business school”, alla quale è stata subordinata la vita privata dei lavoratori. Nelle imprese tradizionali del primo capitalismo, secondo Bruni, ai lavoratori “veniva chiesto molto, ma non veniva chiesto troppo, e soprattutto non veniva chiesto tutto”, in quanto ad essi venivano lasciati determinati ambiti (famiglia, partito, religione, ecc.) nei quali i lavoratori potevano vivere esperienze non meno importanti di quelle vissute nel posto di lavoro.
L’inganno delle moderne organizzazioni delle società capitalistiche sta, a parere di Bruni, nell’uso strumentale di simboli e motivazioni, snaturandoli però, delle fedi; il nuovo capitalismo, infatti, consapevole del fatto che in mancanza dell’attivazione delle motivazioni più profonde dell’uomo, i lavoratori (e tutte le persone in generale) non donerebbero liberamente la parte migliore di loro stessi, spinge le organizzazione d’impresa – afferma Bruni – a chiedere “molto (quasi) tutto ai loro neo-assunti”; ovvero, un impegno quasi totale “di tempo, priorità, passioni, emozioni”. Questa pretesa non potrebbe essere soddisfatta ricorrendo al solo contratto di lavoro e al salario corrisposto; nel tipo di relazione che si instaura tra le organizzazioni capitalistiche e i lavoratori viene chiesta piuttosto una subalternità, che può essere spiegata solo in base al principio religioso del “dono di sé”.
Per ottenere dal lavoratore la quasi totale disponibilità di sé, le organizzazioni capitalistiche, sulla base del contratto, usano lo strumento dell’”incentivo”, col quale controllano e gestiscono le motivazioni esistenziali del lavoratore, al fine di poterle conformare alle proprie finalità; così l’economia e le tecniche manageriali vengono ridotte a strumenti con cui le organizzazioni capitalistiche possono promettere ai lavoratori un “paradiso che non possono né vogliono dare”. Gli esseri umani, però, pur sensibili al miraggio di “incassare” l’incentivo salariale, rispondono prioritariamente “alla propria coscienza, all’onore, al rispetto alla dignità, anche nel mondo del lavoro”; ma, sin tanto che le organizzazioni produttive continueranno a “produrre visioni riduttive degli uomini”, non sarà possibile evitare il permanere di “luoghi del lavoro e del vivere troppo piccoli per quell’animale malato  di infinito che si chiama homo sapiens”.
Bruni non ritiene possibile la realizzazione di una visione alternativa a quella offerta dal moderno capitalismo, se non si rivolge l’attenzione “al suo principale dispositivo: la distruzione di beni liberi non di mercato [quali sono quelli connessi al bisogno di comunità] che vengono sostituiti da merci”, con cui si continua ad alimentare, col loro consumo, la crescente penuria dei primi. Il PIL cresce - afferma Bruni – grazie al tentativo del capitalismo moderno di rispondere al “bisogno di comunità” generato dallo stesso mercato; motivo questo per cui, sempre per Bruni, le famiglie, al fine di rimediare alle solitudini generate dalla carenza di comunità, arrivano oggi a spendere in telefoni e canoni internet gran parte del proprio reddito. In questo modo, grazie a questa particolare forma di “distruzione creatrice” di shunpeteriana memoria, il capitalismo sarebbe riuscito a celebrare la grande innovazione sociale del nostro tempo.
Gli effetti più gravi di tale innovazione hanno investito principalmente la comunità e il senso di autenticità derivante dalla consapevolezza degli uomini di appartenervi; questo senso di autenticità, che l’ampliamento della cultura del mercato nel moderno capitalismo neoliberista ha concorso a compromettere, viene ora cercata nelle merci e nei servizi offerti, il cui consumo è diventato il nuovo elemento di costruzione della comunità, dove il rapporto tra le persone è divenuto solo “un effetto collaterale del rapporto di ciascuno con la cosa”. In tal modo, la natura idolatrica del capitalismo moderno avrebbe distrutto la religione, “grazie al consumo del territorio sacro che, sconsacrato e trasformato in indifferenziato e anonimo spazio profano, è diventato nuovo terreno liberato per gli scambi commerciali”; così, i mercati sarebbero “tornati nel tempio”, che starebbe tutt’intero “diventando mercato”, per cui anche il sancta sanctorum starebbe per essere “messo a reddito”.
La distruzione della religione – sostiene Bruni – prima ha comportato la compromissione della comunità e, successivamente, ha trasformato le persone in individui, negando loro di condividere e di custodire insieme qualcosa di importante, privandoli così del senso di appartenenza, ma riempiendoli, a compensazione, di tante cose. Questo svuotamento rappresenta il massimo sviluppo del capitalismo moderno, distruggendo il convincimento che l’accumulazione di beni tramite il lavoro fosse una “benedizione di Dio”. Come conseguenza di ciò, il lavoro avrebbe perso il suo originario significato; per cui i “predestinati” non sarebbero più coloro che “producono lavorando”, con la benedizione di Dio, ma quelli che, lavorando, dispongono dei mezzi per consumare. In questo modo, persino la spirito calvinista del “vecchio capitalismo”, centrato sulla produzione e sul lavoro sarebbe stato smarrito; il nuovo capitalismo, invece, spostando l’asse del sistema economico e sociale dal lavoro al consumo, ha determinato che la comunità lasciasse il posto all’individuo, trasformando sempre più il consumo in un atto individuale, che ha perso progressivamente la sua originaria dimensione sociale, per essere legata alla sfera dell’attività economica.
Secondi Bruni, il culto del consumo, dopo aver prodotto l’impianto antropologico, sociale ed economico sul quale si regge il capitalismo neoliberista, sta lentamente entrando in crisi, per cui diventa importante considerare i cambiamenti indotti dalla fase che il moderno capitalismo sta attraversando, a causa delle “sazietà” del bisogno di consumare. Questa fase, sta infatti lasciando il posto ad un nuovo mercato, dove il l’individuo è destinato a cessare d’essere l’insostituibile protagonista; quello del futuro sarà un “mercato sociale” e non sarà possibile capire la natura dell’impianto antropologico ed economico che caratterizzerà se non si comprendono i cambiamenti che le strutture sociali ed economiche dovranno subire, in conseguenza della “sazietà” dal bisogno di merci, cui sono ora pervenuti tutti i consumatori.
Sociologi, filosofi e futurologi – afferma Bruni – sono giunti “a ripeterci che di lavoro ce ne sarà sempre meno”, che nell’età della primazia della scienza, della tecnica e dell’intelligenza artificiale ci si dovrà rassegnare a “lasciar fuori dal lavoro” gran parte della popolazione in età lavorativa, perché saranno le macchine a lavorare per l’uomo, il quale potrà continuare a vivere grazie alla produttività dei robot, che consentiranno a “tutti di ricevere una somma di denaro sufficiente per vivere”. Altri scenari, più gratificanti – continua Bruni – immaginano una futura organizzazione delle società basata sulla ridistribuzione del lavoro perché, lavorando tutti meno, ciascuno potrà lavorare in migliori condizioni. Per tutto questo, si è pertanto consolidato il convincimento che presto si potrà tornare ad una situazione che, per millenni, ha caratterizzato la vita dell’uomo prima dell’avvento del capitalismo.
Bruni ritiene che, se questa nuova organizzazione sociale fosse l’unica o soltanto quella più probabile, ci sarebbe poco da stare allegri; ma grazie a Dio – a suo parere – “sulla linea dell’orizzonte ci sono colori meno cupi, che fanno pensare e sperare che il tempo di domani sarà bello”. Innanzitutto, per conservarsi in una prospettiva meno cupa, gli uomini capiranno che il lavoro, così come si conosce oggi, non è il risultato di una evoluzione spontanea avvenuta nel tempo; esso è piuttosto un’”invenzione” prodotta da “una congiunzione astrale di molti elementi”, quali umanesimo, cattolicesimo sociale, Riforma protestante, movimento socialista, cooperazione, azione dei sindacati e ferite dei regimi autoritari e delle guerre. Grazie all’azione di tutti questi elementi, il lavoro degli uomini ha originato la “più grande cooperazione che la storia umana abbia mai conosciuto”; con la loro attività e “riempiendo il mondo del lavoro di diritti e di doveri”, i lavoratori hanno creato una rete sempre più vasta di relazioni sociali e produttive, rendendo possibile che le merci e i servizi prodotti per la loro vita fossero il frutto della cooperazione di milioni di persone.
Il mercato è l’invenzione che ha reso possibile lo svolgersi ordinato di questa grande cooperazione, permettendo di assistere anche coloro che, indipendentemente dalla propria volontà, non sono in grado di sopportare il “peso” del lavoro. E’ alla maturazione di questo grande disegno collaborativo che va ricondotto, per Bruni, il “grande e urgente tema delle varie forme di reddito di cittadinanza”. La questione più delicata sollevata da questo tema, però, riguarda il modo di “legare” il diritto-dovere al soccorso, tramite l’erogazione di un reddito garantito, con il diritto-dovere al lavoro, ed entrambi (soccorso e lavoro) alla cittadinanza; una decisione che investe, sostiene Bruni, “due culture che oggi si fronteggiano”.
Una cultura considera come rapporto primario quello che lega il “reddito” di sussistenza alla cittadinanza, mentre l’altra, condivisa da Bruni, considera primario il rapporto che lega il “lavoro” alla cittadinanza; il motivo di privilegiare l’uno o l’atro tipo di rapporto dipende dalla visone che sia ha del lavoro e del bisogno, nella consapevolezza che in “quest’algebra sociale”, se si cambia l’ordine dei fattori, il prodotto sociale cambierebbe moltissimo.
Se si legasse il reddito di sussistenza alla cittadinanza, il lavoro sarebbe ridotto a “mezzo per ottenere un reddito”; al contrario, legare il reddito al lavoro rende più solidale l’intera organizzazione sociale. Ciò perché il lavoro non è solo un mezzo per avere un reddito da consumare, esso è anche cemento della grande cooperazione che. attraverso la società civile, diventa motivo di identità; il lavoro è il veicolo attraverso il quale chi lo compie comunica a tutti chi sia realmente ed è inoltre anche strumento che lega il reddito alla reciprocità, nel senso che la sua fruizione è la gratifica per aver dato in cambio qualcosa da altri desiderata.
Infine, conclude Bruni, legare il reddito al lavoro significa curare la società attuale dalla “malattia” dell’individualismo, attraverso il supporto della società civile chiamata a sviluppare la cooperazione sociale, favorendo la nascita di una nuova stagione in cui oggetto del lavoro cooperativo sia la cura dei beni pubblici, quali possono essere, ad esempio, i beni culturali, artistici, religiosi, turistici e altri ancora, oggi considerati tutti al di sotto della loro “capacità” produttiva.
In conclusione, secondo Bruni, non è vero che il lavoro sia destinato a finire; chi lo afferma, egli dice, sottovaluta l’intelligenza e la creatività degli uomini. Questi, al contrario, nella società post-capitalistica, saranno impegnati a produrre molti più servizi che in passato e, in presenza di un minor numero di catene di montaggio, a volersi bene lavorando in strutture cooperative. Finché ci sarà qualcuno disposto a lavorare per soddisfare i bisogni degli altri, finché la società civile inventerà e sosterrà lo svolgimento di attività per soddisfare i bisogni dell’intera società, il lavoro non cesserà. In questa fase di transizione epocale, sono in molti a predire la fine del lavoro e quindi ad immaginare l’economia funzionante solo attraverso le macchine; ma chi ama oggi il lavoro umano, “non può smettere di parlar bene del lavoro, di dire parole buone, di bene-dirlo”.
Nessuno può erigersi a giudice del modo in cui, in questa fase di transizione, ogni singolo componente della società capitalistica può valutare la natura e la funzione del lavoro dal punto di vista della propria prospettiva valoriale nella società del futuro; ma quanto sostiene Bruni circa il possibile superamento delle crescenti difficoltà del capitalismo moderno (per via della crescente robotizzazione del processo produttivo) attraverso l’erogazione di un reddito di sussistenza ad ogni lavoratore “espulso” dal processo produttivo, non in quanto “cittadino”, ma in quanto “lavoratore”, sembra essere un gioco di prestigio verbale, piuttosto che un’analisi di sostanza riguardo al ruolo e alla funzione che dovrebbero essere assegnati al reddito di sussistenza.
A parte i limiti di un progetto di futuro economico, in alternativa al tradizionale modo di funzionare del capitalismo moderno e legato alla valorizzazione di comparti produttivi marginali (non residuali) quali quelli indicati da Bruni, se il reddito di sussistenza non avrà i caratteri della universalità e dell’incondizionalità, esso non potrà svolgere la funzione (assegnata invece al reddito di cittadinanza correttamente inteso) di consentire il riscatto della libertà di scelta del lavoratore dai vincoli della logica produttiva del primo e del moderno capitalismo; sacrificare questo riscatto. con l’idea di dover ad ogni costo giustificare il ricevimento del reddito di sussistenza con un’attività lavorativa eterodiretta (sia pure di natura cooperativa), è inevitabile la riproposizione di quella condizione che, con l’affermazione del capitalismo, l’etica del lavoro è valsa a giustificare ai danni del lavoratore: ovvero la sua subordinazione alla fabbrica, causa dello smarrimento della sua dignità e della sua identità.
Questa conclusione può sembrare stridente, se correlata alle condizioni economiche e sociali che ancora risultano prevalenti nel mondo di oggi; se però viene giudicata in prospettiva, in funzione del trend proprio del capitalismo attuale, essa diventa uno dei punti di riflessione dirimenti, ai fini di un progetto di società futura che intenda assicurare all’uomo la più ampia libertà di condurre e realizzare autonomamente la propria vita.
 

Fonte: Democrazia Oggi

Eleanor_Roosevelt_and_Human_Rights_Declaration

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Una volta deliberata, l’Assemblea dava istruzioni al Segretario Generale perché la diffondesse nella maniera più ampia possibile e la traducesse anche nelle lingue non ufficiali delle Nazioni Unite.

Dopo settant’anni dalla sua approvazione, la Dichiarazione rappresenta un perno del sistema internazionale dei diritti e delle garanzie degli individui, perché si basa sul concetto di interdisciplinarietà dei diritti umani, da quelli civili a quelli politici, sociali, economici, culturali. Rappresenta uno dei principali strumenti per la protezione internazionale e  base delle successive convenzioni.

E’ ben noto che la differenza l’ha fatta il fatto che a presiedere la Commissione dei Diritti Umani che ha redatto la Dichiarazione fosse una donna: Eleanor Roosevelt, vedova del Presidente degli Stati Uniti, definita allora la donna più importante del mondo. Pur non avendo una specifica preparazione giuridica seppe mediare fra le posizioni in campo giungendo, in breve, ad un risultato rivoluzionario che è sotto gli occhi dell’umanità. Ha  contribuito in maniera decisiva anche sul versante del linguaggio utilizzato  nella Dichiarazione, accogliendo i suggerimenti delle donne presenti nella Commissione.

Ne facevano infatti parte donne provenienti da diversi paesi del mondo, tra le quali Hansa Jivraj Mehta, indiana, scrittrice e femminista. Fu lei a suggerire la locuzione “esseri umani”, ripresa dalla francese Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, al posto del termine “uomo”.  Mehta aveva sostenuto con forza e determinazione – oltre che con lungimiranza -, che utilizzare esclusivamente il termine uomo dopo “Dichiarazione dei diritti del… “, non solo sarebbe stato riduttivo, ma avrebbe potuto favorire la compressione dei diritti delle donne –  e non solo di queste -, se solo se ne fosse voluta dare, da parte di alcuni Stati, una lettura di stretta interpretazione.

Non vi è dubbio sulla portata “rivoluzionaria” di questo linguaggio, tanto che in seguito questa “sottigliezza” lessicale non è stata raccolta e metabolizzata da chi in seguito si è occupato di redigere le successive Convenzioni che dalla Dichiarazione discendono, prima fra tutte la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali firmata a Roma il 4 novembre del 1950, ratificata dall’Italia il 4 agosto 1955, o di istituire la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, meglio nota con l’acronimo CEDU.

Questo è solo un piccolo esempio di come dopo settant’anni vi sia ancora moltissima strada da fare per l’affermazione dei diritti umani soprattutto in termini di divulgazione della consapevolezza che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti”, (art. 1 primo periodo) e senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di color, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione, (art. 2).

Il recente rapporto di Amnesty International in relazione allo stato dei diritti umani, è devastante. Un bambino su dieci è sfruttato sul lavoro; troppe sono le regioni distrutte dalla guerra, in cui le donne e i bambini sono vittime di violenze di genere; sempre più i flussi migratori generano intolleranze e discriminazioni; l’ineguaglianza sociale in crescita genera anch’essa intolleranza e rabbia; è a rischio la libertà di espressione.

Sovvengono le parole di Nereide Rudas: “l’auspicio è che la parte femminile del mondo dovrà sapere parlare con voce di donna”, la stessa di Eleanor Roosevelt e di Hansa Mehta e delle altre componenti la Commissione, per rendere effettiva l’applicazione dei trenta articoli della Dichiarazione. Ma non c’è tempo da perdere.

Fonte: Sardegna Soprattutto





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