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Un Pd a pezzi senza un collante, con la sindrome del Comma 22 [di Antonio Floridia]

Pigliaru

il manifesto 11 luglio 2018. “Ci rivediamo al congresso e riperderete!”. Queste parole di Renzi, nel suo intervento all’Assemblea nazionale del Pd, vanno prese seriamente: non sono solo il segno del bullismo oramai conclamato del personaggio. In molti ci eravamo riproposti, con tutte le migliori intenzioni, di non parlare più di Renzi; ma è impossibile rispettare questo impegno.

Il punto è che, dietro e oltre la tracotanza del personaggio, c’è una questione grave: il Pd è un partito (ancora) riformabile? Vale la pena dedicare tempo e fatica a “salvare” questo partito? E’ una domanda che, ovviamente, si devono porre coloro che si sentono ancora “dentro”, ma che riveste un interesse più generale, per tutti coloro che sono interessati alle sorti della sinistra.

Da dove trae Renzi la sua convinzione? Temo che Renzi conosca la realtà e lo “stato del partito” molto meglio di tanti suoi oppositori. La questione centrale è la seguente: su quale base si svolgerà la gara “congressuale”? E’ bene esserne consapevoli: se la contesa si deciderà ai “gazebo”, con una massa indifferenziata di elettori che potranno partecipare al voto, Renzi (o un suo Alter ego) avranno gioco facile.

E la ragione è semplice: nel corso di tutti questi anni, è avvenuta una trasmutazione del partito, una forma di selezione alla rovescia: molti iscritti “tradizionali” se ne sono andati e sono stati sostituiti da altri (che si mobilitano, spesso, solo per i congressi locali); ma anche molti di coloro che, ad esempio, avevano ancora partecipato alle “primarie” del 2013 hanno maturato un tale distacco dal PD da rendere davvero poco plausibile l’idea che, oggi, possano tornare ad appassionarsi alla disputa per il nuovo segretario.

E del resto, se sono stati milioni gli elettori che hanno abbandonato il Pd, perché illudersi che una parte di questi possa essere interessata alle vicende interne del partito?

Insomma, se le regole del gioco rimangono queste, la partita è persa in partenza: a Renzi e ai renziani non interessa il “partito”, interessa il loro controllo sul partito; e hanno tutto il know-how necessario per farlo: reti di relazioni personali e reti di potere capaci di attivare quella “circolazione extra-corporea” che permette di vincere questo tipo di “primarie aperte”.

Alcuni, dentro il Pd, ne stanno finalmente prendendo atto: e alcune voci stanno appunto chiedendo che le “regole” attuali siano azzerate. Lo stesso Martina parla di un percorso congressuale “straordinario”, altri parlano di una “prima fase” in cui non si discuta dei nomi, ma delle idee: ma non è ancora molto chiaro se e come questo potrà accadere.

Certo è che il Pd è intrappolato, vittima del suo stesso impianto fondativo, con una sorta di riedizione del famoso dilemma del “comma 22”: con queste regole, il Pd non può cambiare; ma, per cambiare le regole, ci vorrebbero diversi rapporti di forza negli attuali organismi, e di questo non mi pare ci siano molte tracce, non almeno nella misura necessaria. Si sconta la natura plebiscitaria e presidenzialistica del partito: è il segretario che, “unto” dal popolo delle primarie, “fa eleggere” gli organismi dirigenti, non gli organismi dirigenti che eleggono un segretario.

Ma questo vale per i “piani alti”: per il resto, vale quello che il neo-segretario Martina, con ammirevole schiettezza, ha ammesso: il partito, nelle sue strutture territoriali, è “collassato”. Non è stato notato abbastanza, ma tutte o quasi le recenti sconfitte alle elezioni amministrative nascono anche dai conflitti interni tra i mille clan in cui è diviso il partito: sindaci uscenti delegittimati, contese feroci per ottenere la candidatura. Ma dove nasce tutto questo? Da una qualche perversione autolesionista? Da un partito scioccamente “litigioso”?

Eh no, davvero troppo facile ricorrere a queste spiegazioni e poi magari uscirsene con stucchevoli appelli all’unità. Questo “collasso” nasce precisamente, anch’esso, dal modello di partito che ha ispirato il Pd, dalla logica della “contendibilità” che ne ha guidato, sin dall’inizio, le pratiche correnti: e nasce, soprattutto, dall’assenza di una cultura politica condivisa, che permetta anche di governare e controllare i conflitti fisiologici di potere che ci sono in un partito. Il Pd è un partito, oramai, che non ha nessun vero legame o collante che lo tenga insieme.

E, a questo proposito, non si può non tornare a Renzi, e al passaggio più vergognoso del suo intervento di sabato: l’idea che il Pd ha perso perché qualcuno (le minoranze?) hanno fatto la guerra al segretario-premier, non lo hanno “lasciato lavorare”. Bisogna frenare lo sdegno, di fronte a queste affermazioni (esprimendo piena solidarietà a Gianni Cuperlo, per la sua risposta ferma e giustamente risentita): in fondo, anche questo modo di ragionare nasce dall’idea di partito che è stata coltivata in questi anni.

Un partito in cui il leader deve avere le “mani libere”, autorizzato al comando dall’investitura diretta del popolo, e gli altri devono stare lì ad applaudirlo, e tirare la carretta. Ogni rilievo critico, ogni richiamo ad un possibile errore da evitare, diviene sabotaggio.

E poi si vuol fare la guerra al populismo? Suvvia…, ma se il primo germe di una visione populistica e direttistica del potere la troviamo già nella concezione della leadership che ha ispirato questo partito!

Di fronte a questo quadro, torna l’interrogativo iniziale: questo partito è riformabile? Anche qui possiamo esporre una sorta di dilemma: è riformabile, sì, ma se cambia tutto…ma se cambia tutto, allora forse non sarà più il “Pd”, ma un’altra cosa.

Vedremo. Nel frattempo, è bene che a sinistra si lavori per cercare di dare una forma e un partito ad un’area politica di elettori e militanti, che non sono disposti ad attendere quel che accadrà nel Pd. Anche perché i tempi e i modi con cui si potranno sciogliere quei dilemmi davvero non sono molto prevedibili.

 

 

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