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Il Giornale dell’Architettura. COM 9 gennaio 2019. Il 19 gennaio prende avvio il programma della Capitale Europea della Cultura: intervista al direttore generale Paolo Verri.

Torinese, classe 1966, laureato all’Università Cattolica di Milano, Paolo Verri è stato direttore editoriale per varie case editrici e poi a Torino direttore del Salone Internazionale del Libro (1993-97), dell’Associazione Torino Internazionale per lo sviluppo del Piano strategico (2000-06), e del Comitato Italia 150 (2007-11). Dal 2011 al 2014 ha guidato la candidatura di Matera [in copertina, uno scorcio notturno; foto di Luca Lancieri] a Capitale Europea della Cultura per il 2019. Contemporaneamente, ha diretto il palinsesto eventi ed i contenuti espositivi del Padiglione Italia dell’Expo Milano 2015. Il 17 ottobre 2014, con la designazione di Matera a Capitale Europea della Cultura, Verri è nominato direttore generale della Fondazione Matera-Basilicata 2019, ente che cura l’attuazione del programma di candidatura di Matera 2019 e che resterà in essere fino al 31 dicembre 2022. Abbiamo incontrato Verri a pochi giorni dal 19 gennaio, giorno inaugurale degli appuntamenti in programma nel corso del 2019.

Matera 2019 viene 15 anni dopo Genova 2004, esperienza molto positiva all’epoca, anche se ora la città ligure si trova alle prese con ben altri, drammatici problemi: come vedete dal capoluogo della Basilicata il futuro, i prossimi 15 anni o ancora meglio i prossimi 1000 anni come recita uno dei vostri temi?  Sono due esperienze molto diverse che accadono in due momenti molto diversi per l’Europa. Genova era associata a Lille, cioè al momento di uscita dal mondo industriale ed era basata sulla riqualificazione urbana. Per Genova era il momento di conclusione di un percorso avviato con le operazioni di riqualificazione dei Rolli, del porto…

Matera vive un momento molto diverso, quello della vittoria del turismo culturale come meccanismo che permette alle città di essere dispositivi cognitivi più che dispositivi fisici. È significativo che il titolo di Capitale della Cultura sia andato al Sud, è la prima volta che succede: noi siamo molto orgogliosi, anche perché in questo caso il Sud è riuscito a mettere a frutto il riconoscimento ricevuto. Abbiamo saputo tenere la barra dritta – sappiamo dalle esperienze delle Olimpiadi di Torino 2006 e dell’Expo Milano 2015 che i momenti di crisi ci sono sempre – e la dimensione urbana di una città piccola e compatta al vertice di un triangolo composto da Bari e Taranto ha consentito di lavorare sul tema dell’immateriale piuttosto che del materiale; ovvero, lavorare più sui cittadini che non sulla città.

Il nostro modo di prepararci ha visto il grandissimo coinvolgimento dei cittadini e il piacere nonché il dovere di renderli protagonisti. Solo nel caso della cerimonia inaugurale oltre 6.000 abitanti saranno coinvolti direttamente nella preparazione di tutti i materiali, gli allestimenti, le performance; e sarà così per tutto l’anno. La grande differenza fra Genova e Matera è questa: da una parte si è lavorato sulla città dall’altra sui cittadini. Questo è il nostro punto di orgoglio e i cittadini sono stati coinvolti sin dal 2013 con una grande attitudine a sentirsi parte, a dialogare, a dibattere e anche a criticare, nel caso.

Matera parte da una preesistenza ambientale ancor più che architettonica, un paesaggio abitato straordinario, che però era stato addirittura additato, sbagliando, come una vergogna; un concetto che voi ribaltate radicalmente e con coraggio. Abbiamo assunto questo tema come universale e non locale. Non abbiamo mai ceduto alla tentazione molto contemporanea dell’iperlocalismo, per il quale si deve innanzitutto affermare di essere i più belli.

Abbiamo cercato di capire, come in altre capitali delle edizioni passate, per esempio Wroclaw 2016, come ragionare sui nostri punti di debolezza, anziché su quelli di forza e di capire come la cultura possa illuminare le difficoltà del momento contemporaneo. Non a caso il tema della vergogna è diventato la più bella delle vergogne: orgogliosi del cambiamento da un lato e, dall’altra parte, consci che quella che nel 2011 era una tendenza, è ora una drammatica realtà.

Il tema dei muri, ben individuato in anticipo dal nostro comitato scientifico – e devo ringraziare in particolare Franco Bianchini e poi dal punto di vista artistico Joseph Grima -, i muri che prima hanno chiuso i Sassi, poi hanno diviso l’Europa ed oggi tornano prepotentemente nella Storia, dal Nord America ad altri luoghi. La costruzione simbolica di un muro nella città nella seconda metà di luglio dimostrerà che la città compie una grande riflessione sul contemporaneo nella sua dimensione universale e non locale.

Scorrendo temi e programmazione dell’anno che si apre il 19 gennaio, si nota come si voli molto alto, quasi fossimo a Venezia per una Biennale, o a Kassel per “Documenta”. Come si riesce, partendo da queste vette, a comunicare poi a tutti, materani, italiani, europei, riuscendo a farsi capire da tutti come è d’obbligo per una Capitale della Cultura? L’accessibilità della cultura in generale è un tema molto chiaro in Europa, e ci ha fatto lavorare sul principio della co-creazione. Vale a dire come si riesce a far capire i temi ai cittadini non facendo filosofia, ma coinvolgendoli nel lavoro.

Il Purgatorio di Dante per riflettere sul più importante poeta italiano, la Cavalleria rusticana nei Sassi con la regia di Giorgio Baseglio Corsetti, col teatro San Carlo di Napoli, ma anche tutto il percorso nella Cava Paradiso coordinato da Grima: sono tutti progetti che non vengono realizzati da qualcuno in vitro e che poi cercano un pubblico nel vuoto pneumatico, ma che anzi sono fatti insieme ai cittadini.

Di solito c’è un grande distacco fra il pubblico e la programmazione, in questo caso è il pubblico che fa la programmazione. Per la dimensione nazionale è stato un poco più facile perché dal 2014 abbiamo ricevuto una grande attenzione mediatica, ad esempio 14 pagine sul “New Yorker” che ci hanno aperto strade meravigliose, nonché report molto positivi. Auspichiamo che il livello sia alto perché il nostro compito, nonostante tutto, è quello di fare da laboratorio: non possiamo assumerci il diritto di rifare il verso a città di altro tipo.

Matera ha 63.000 abitanti, la Basilicata 430.000: tutto quello che succede non può essere paragonabile agli eventi di città come Berlino o Londra. Quello che c’interessa è fare arrivare questa città in anticipo sui tempi. Quando festeggiamo il 50esimo dello sbarco dell’uomo sulla Luna e lo facciamo con Brian Eno e i Subsonica, facciamo in modo che i ragazzi capiscano che lo studio dell’immensamente grande e dell’immensamente piccolo è la vera sfida del contemporaneo, quindi lo facciamo per mettere in grado soprattutto i giovani di arrivare in anticipo e di cogliere le tendenze per tempo. Per noi il tema della co-creazione e dell’allargamento del pubblico è stato centrale fin dall’inizio.

Credo che una delle scelte più riuscite, che si ripeterà in tutta la Basilicata, è quella di de-istituzionalizzare la cultura e fare in modo che essa esca dai luoghi deputati. In tal senso il grande dibattito che verte sul fatto se a Matera ci debba essere un grande teatro stabile o meno dimostra, invece, che in un territorio vitale la cultura non la fanno le istituzioni, ma i cittadini. La risposta alla domanda del come si faccia a coinvolgere il pubblico è: si parte dal pubblico, il pubblico non deve essere il punto di arrivo ma quello di partenza; le istituzioni non devono essere i luoghi nei quali portare il pubblico, ma sono le istituzioni che devono andare verso il pubblico.

Noi abbiamo portato, grazie a Marta Raguzzino direttrice del polo museale della Basilicata, il dipinto di Carlo Levi nelle case delle signore di Serra venerdì scorso; abbiamo portato Virgilio Sieni a lavorare insieme agli anziani della città per raccontare Pier Paolo Pasolini. Quindi la cultura come dispositivo che anima dei saperi e delle competenze che sono latenti in ciascuno di noi e che la cultura è capace di attivare.

Possiamo dire in una parola che il segreto è la partecipazione? Sì, ma in questo momento nel quale tutti ne parlano, non deve diventare un simbolo vuoto. Il tema della partecipazione è valido se biunivoco: da un lato chi se ne occupa deve mettere in moto un dispositivo di apertura e chi partecipa dev’essere consapevole di farlo. Io raffiguro un po’ dantescamente, sulla base della tradizione dello stilnovo, un avvicendamento di dialogo amoroso, come del resto diceva Roland Barthes, fra chi progetta e chi accoglie.

Dev’esserci la capacità di tessere una rete, di tendere dei lacciuoli amorosi per coinvolgere il pubblico, ma ci deve essere la disponibilità, ma anche l’onestà intellettuale da parte di quest’ultimo di lasciarsi coinvolgere. Sieni, nelle sue Variazioni Goldberg, fa vedere che il pubblico viene accompagnato dal movimento del regista, però poi le persone che sono sul palco devono fare questo movimento.

Il mio invito è che gli stessi cittadini non aspettino le istituzioni ma che dicano: agiamo insieme. Nessuno ha un sapere preconcetto: qualcuno, l’istituzione culturale, deve aprire la porta e dire: questo è il luogo dove lavoriamo; poi la gente deve interagire. Questa è la partecipazione.

 

PER APPROFONDIRE.

Uno sguardo al programma: i temi. Future Digs. Future Digs ha alla base il concetto di “scavo” archeologico da eseguirsi sul tema del futuro. L’idea è quella di scavare nel futuro della cultura in tutte le sue forme per offrire alcuni momenti di riflessione. Future Digs si sviluppa attraverso una programmazione di incontri e dibattiti che coinvolge esperti e pubblico e stimola ad una riflessione collettiva su tematiche trasversali legate al dossier di Matera 2019.

Le attività in programma sono:

  1. “People have the power” mira ad approfondire il tema della democrazia partecipata a livello europeo e analizzare i processi attivati per Matera 2019. Gli incontri, organizzati fra Matera, Milano e Bruxelles in collaborazione con la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, intendono stimolare una riflessione sulle forme della deliberazione democratica che, se promosse secondo principi di inclusione, pluralismo ed eguaglianza, possono ridurre il divario tra cittadini e istituzioni, ma soprattutto contribuire a migliorare gli output del processo di decisione collettiva.
  2. “Oltre i confini” è un ciclo di cinque lezioni, tenute da alcuni tra i più autorevoli storici contemporanei, in cui si approfondirà la dimensione europea attraverso una riflessione sulla spinta degli uomini ad attraversare i confini, per curiosità e disperazione, per fame e conquista, sempre trasformando gli altri e se stessi. Questa iniziativa è organizzata in collaborazione con Giuseppe Laterza & Figli S.p.A.
  3. In collaborazione con il Festival Filosofia, sono previste lezioni magistrali e conversazioni attraverso un percorso sulle connessioni tra arti, lavoro, trasformazioni tecnologiche e nuove forme della creatività, per mostrare le sfide che si pongono nell’epoca della “artificializzazione”. Inoltre saranno realizzati laboratori filosofici dedicati ai bambini, condotti da formatori esperti dal titolo «Piccole ragioni. Filosofia con i bambini», un progetto pluriennale della Fondazione Collegio San Carlo di Modena.
  4. “Tatti Sanguineti. Ieri, oggi e domani. La dimensione produttiva europea nel cinema”. Proiezioni e incontri con Tatti Sanguineti per approfondire le tappe fondamentali dell’evoluzione dei modelli di produzione cinematografica italiana ed europea: la produzione controllata, la legge protezionistica, il mercato postbellico, il cinema indipendente europeo e il metacinema.
  5. “REDS-Legacy”, organizzato in collaborazione con l’Università della Basilicata, è un simposio riservato ai giovani ricercatori ed organizzato nell’ambito di REDS, una piattaforma transdisciplinare di scienziati, ricercatori, studenti e professionisti che mira a sviluppare un dibattito sulle nuove idee e sulle nuove abilità nell’ambito dell’architettura, dell’arte, del design e della tecnologia.

 Matera 3019. Mille anni dopo. Da qui nasce l’idea di proiettarsi nel tempo e capire quali sono stati i sogni e le visioni di una giovane generazione che voleva ricostruire, nel nuovo millennio, una nuova relazione con gli spazi abitati, con la natura, con un continente, quello europeo, che si ripensava nelle forme dell’abitare.

A 500 anni dalla scrittura dell’Utopia di Thomas More, una riflessione che pone la cultura al centro delle nuove relazioni fra uomo e ambiente: attraverso l’occhio delle generazioni più giovani, si immaginano nuovi miti e nuovi riti di una società che emerge da una profonda crisi, quella del superamento del ‘900. Attraverso la rete italiana ed europea di centri di produzione culturale, si raccoglieranno le visioni delle scuole, e si realizzerà una capsula del tempo in forma di piattaforma digitale che configurerà il loro immaginario, attraverso racconti in video, fumetti, fantascienza, ecc; e, proiettati nel 3019, guarderemo indietro al ‘mito fondativo’ di questa visione, attraverso un grande atto collettivo performativo, che partirà da Matera alla fine del 2019 per raccontarsi in giro per l’Europa.

 La bella vergogna. Un progetto spettacolare tra teatro, video, danza e musica, che prende spunto dal comizio che Palmiro Togliatti tenne a Matera l’1 aprile 1948 quando definì la situazione igienico sanitaria dei Sassi di Matera “una vergogna nazionale”. Carlo Levi, nel suo Cristo si è fermato a Eboli, qualche anno prima, aveva sottolineato la tragedia in cui vivevano i circa 20.000 abitanti dei Sassi, ma anche l’infinita “bellezza di Matera”. Siamo partiti da questo ossimoro: può essere bella la vergogna? Nel caso della storia dei Sassi di Matera: sì.

La vergogna a Matera è bellezza. A Matera, gli esseri umani che, per le loro condizioni di vita, fecero vergognare l’Italia civile, sono stati, nello stesso tempo, creatori di bellezza. E allora da questo ossimoro, da questa narrazione, il progetto proposto, estenderà il raggio di indagine e di racconto alle attuali “belle vergogne” lucane, italiane, europee e mondiali.

Se Adriano Olivetti propose, a partire dal 1949, di salvaguardare la bellezza dei Sassi proteggendo i suoi abitanti, prevalentemente braccianti costruttori, con piani di recupero abitativi e distribuendo loro le terre che gli avrebbero permesso un lavoro e una vita dignitosa, quali sono le proposte attuali per uscire dalle vergogne di oggi?

Dalla “bella vergogna” dei Sassi il progetto si occuperà delle attuali “vergogne”, prima fra tutte, la fuga dai Paesi poveri, caratterizzati da guerre civili o dittature militari. Si occuperà di uomini donne e bambini che, alla ricerca di nuove condizioni di vita in Europa, sempre più spesso muoiono annegati nel Mar Mediterraneo diventato il cimitero d’Europa.

La Regione italiana che al suo interno raccoglie il più alto numero di migranti rispetto alla popolazione residente è la Basilicata. Narreremo queste fughe di oggi utilizzando rifugiati politici che vivono nelle strutture di accoglienza dell’Area Sud della Basilicata che il progetto mira a “formare”, assieme ad altri, secondo il “codice del teatro e della musica”.

L’evento narrerà anche le fughe di un tempo, quelle dei monaci bizantini che, a seguito delle Leggi iconoclaste del 726 emanate da Leone III, partirono dall’Oriente per sbarcare sulle coste del Sud dell’Italia. Circa 50.000 di questi monaci sbarcarono sulle coste del Metapontino e risalendo i fiumi della Basilicata, al tempo navigabili, si recarono verso l’interno.

Navigando il Bradano, e poi la Gravina, arrivarono a Matera. Qui cominciarono a vivere nelle grotte e a dipingerle. Navigando l’Agri e poi il Sauro arrivarono nelle grotte di Guardia Perticara. Nel progetto proposto, il borgo antico di Guardia Perticara, oggi “bandiera arancione”, tra i 200 borghi più belli d’Italia, e tra i sei borghi più belli di Basilicata, acquista un’importante centralità.

 Rivelation Revelation Rid (Riv.Rev.). Il passato di Matera e della Basilicata è profondamente legato alla presenza dell’acqua: i primi insediamenti umani, le prime forme di agricoltura, le innumerevoli forme di vita, tutto va a comporre una sinfonia della natura. Oggi l’acqua è un bene in pericolo, inquinata, persa in mille rivoli e mille scuse, dimenticata a volte. Legambiente Matera usa le sue energie da tempo per raccontare questa storia di acqua e vita, attraverso azioni legate dal fil rouge del territorio, della tutela, della possibilità che altri possano godere, per il tempo più lungo possibile, di un patrimonio prezioso e insostituibile.

Il progetto Rivelation Revelation Rid si rivolge principalmente a studenti e visitatori che, attraverso una serie di laboratori guidati, realizzeranno una grande opera interattiva in grado di sensibilizzare, raccogliere dati e in parte agire direttamente sugli elementi, purificando e contribuendo a migliorare la situazione biotica del torrente Gravina.

Esperti locali ed europei saranno chiamati a guidare i laboratori con l’obiettivo di produrre una “opera” collettiva che segua il corso del torrente, coinvolgendo l’osservatore e mediando – attraverso la rappresentazione artistica – la comprensione dei processi di monitoraggio della qualità delle acque e di restituzione dei dati raccolti, anche attraverso un insieme di prodotti artistici e di design prototipati e realizzati per sensibilizzare il grande pubblico e le nuove generazioni sul tema del rispetto e la cura per l’ambiente.

 Architettura della vergogna. Le relazioni tra architettura e vergogna come metro dei valori dell’Europa contemporanea che si riconosce in “un’intimità culturale” dei suoi abitanti. Con un format impostato su tre fasi (studi, dialoghi, azioni) si coinvolgeranno i cittadini europei in una discussione dove Matera e la sua storia che l’ha vista “vergogna d’Italia” prima e “patrimonio Unesco” dopo quarant’anni, sono modello positivo di ribaltamenti culturali, stimolo per affrontare con onestà errori e pregiudizi, per costruire uno sguardo critico sul presente utile alla definizione di un futuro realmente evoluto.

Alla base due domande: quante architetture di cui ci vergogniamo oggi, potrebbero essere riconosciute Patrimonio dell’Umanità domani? E al contrario: quante architetture che viviamo con normalità invece, contraddicono i nostri valori al punto che dovrebbero essere motivo di vergogna?

L’architettura, la più sociale delle arti, viene messa in relazione con la Vergogna, la più sociale delle emozioni, per avviare un dibattito internazionale su quello che riteniamo giusto o sbagliato, insinuando il dubbio sulle qualificazioni, sia positive che negative, che attribuiamo ai luoghi della nostra quotidianità.

A questo scopo viene avviato un dialogo in Europa, una “seduta psicanalitica per l’architettura europea” che tocca, tra gli altri, temi cardine come le case popolari, i ghetti rurali, le opere incompiute, le periferie, in stretto riferimento all’identità storica di Matera e a quei campi che in questa città sono stati ribaltati, rivisti e hanno ricevuto una nuova prospettiva d’osservazione. I dialoghi, assieme ad altri eventi e strumenti di partecipazione, permettono il confronto tra le forme diverse di architettura e vergogna ed invitano ad una partecipazione collettiva nella costruzione di contenuti.

Il progetto prevede, nel luglio 2019, l’avvio della festa Happy Birthday Shame: a circa 70 anni dalla visita di Togliatti (1948) e De Gasperi (23 luglio 1950), quando nacque la definizione di “vergogna d’Italia”, una settimana di attività, workshop, dialoghi pubblici, interventi nello spazio pubblico e l’inaugurazione di una mostra metteranno insieme i materiali e le riflessioni prodotte nel corso degli anni, celebrando la forza del ribaltamento culturale di Matera. Tali materiali saranno raccolti in una pubblicazione, l’Atlante della vergogna e da una piattaforma on line che rimangono strumento per continuare un percorso di ricerca, confronto e azione come patrimonio di Matera oltre il 2019.

 Atlante delle emozioni delle città: I. La secretissima camera de lo core. L’Atlante delle emozioni delle città si propone di realizzare una modalità inedita di visita delle città attraverso l’utilizzo di una mappa emozionale realizzata raccogliendo le memorie e i racconti degli abitanti e, via via, degli stessi visitatori. Il materiale raccolto darà vita all’Atlante delle Emozioni delle Città.

Si può cogliere la verità di un luogo solo intessendo una relazione con coloro che in diversi modi lo vivono. I racconti segreti degli abitanti delle città sono la scintilla che illumina i luoghi creando immagini “pittoresche” nell’accezione dei grandi viaggiatori dell’800: “scorci meritevoli di essere dipinti”. Il progetto individua Matera come città dove sperimentare per la prima volta tale modalità.

A circa 400 abitanti di Matera (selezionati in tutte le fasce di età ed estrazione sociale) abbiamo chiesto di elaborare la propria “mappa emozionale”, segnando su una cartina della città, e raccontando a parole, i luoghi dove sono accaduti avvenimenti personali particolarmente significativi nella propria esistenza. L’insieme di tutte le mappe, dopo un lavoro di selezione e trasformazione artistica, comporrà la Mappa emozionale madre. Oltre ai cittadini di Matera, collaboreranno lo scrittore Alessandro Baricco e la scuola Holden di Torino, l’artista visivo Stefano Faravelli, la coreografa-danzatrice Heike Hennig di Lipsia e lo scenografo e artigiano della luce Paolo Baroni.

Per Matera 2019 sarà realizzato il primo capitolo dell’Atlante, denominato La secretissima camera de lo core, un allestimento interattivo di memorie e racconti, dove i visitatori potranno sperimentare questa nuova modalità di visitazione della città, più verticale e immersiva, grazie allo scambio con gli abitanti e a un percorso narrativo e performativo. Segreti, memorie e emozioni compongono una “realtà aumentata” della città, cui contribuiscono e attingono sia i visitatori che gli stessi abitanti. Il progetto, in modalità differenti, proseguirà anche dopo il 2019.

La poetica della vergogna. #Reteteatro41, collettivo di professionisti impegnati nel settore teatrale, presenta una performance sul tema omonimo. Un lavoro originale che si focalizza sulle tematiche dell’urgenza e dell’incontro tra l’Europa e Matera attraverso un linguaggio nuovo che unisce corpo e parola, comunità, attori e non-attori, ricercatori.

Nella drammaturgia della performance e dentro una residenza artistica a Skopje confluiranno riflessioni, pratiche, suggestioni provenienti dal campo delle arti performative, della letteratura, delle scienze umane e sociali, nonchè le narrazioni delle comunità locali attive nello spazio europeo e balcanico. Un lavoro che porta a sviluppare una riflessione sui messaggi utili a costruire un futuro per la nuova Europa con meno nazionalismi, meno barriere, meno autarchie.

Teatro e nuovi miti. Teatri Uniti di Basilicata (TUB) presenta due opere originali di Milo Rau e Roberto Latini che reinterpretano i nuovi miti contemporanei inserendosi nel tema di Cats, eyes and Sirens. Entrambe partono da una riflessione sulle tematiche legate alle contaminazioni ambientali apportate dall’uomo, dalla trasmissione del sapere collettivo mediante fiabe e miti, reinterpretati attraverso opere uniche.

Con Il Nuovo Vangelo, Rau mette in scena la vita e la morte della figura di Gesù Cristo, ambientando l’opera site specific sul confine meridionale dell’Europa, coinvolgendo i soggetti ai margini della comunità e la loro lotta continua per la sopravvivenza. Partendo dall’omonimo lavoro di Pier Paolo Pasolini, Rau si interroga sulla trasposizione odierna dei messaggi di Cristo alle nuove figure ai margini del mondo e sul ruolo delle istituzioni cristiane nei confronti di questa nuova rivoluzione. Il lavoro sarà messo in scena e filmato in tre fasi, che daranno vita ad un prodotto filmico unico.

La seconda azione del progetto è ideata e diretta da Latini, autore e drammaturgo tra i più carismatici nella scena contemporanea teatrale, il quale presenterà Il Gran Teatro Mangiafuoco, dal Pinocchio di Collodi e altre meraviglie. Latini si sofferma sull’incontro tra Pinocchio e Mangiafuoco sul palcoscenico di quest’ultimo, che provoca la sospensione dello spettacolo. Si riconosce la potenza di un atto che è anche scrittura scenica attraverso un processo di inversione.

Anche per Latini, Pasolini e il suo Cosa sono le nuvole rappresenta un punto di partenza per la riflessione sul tema dei figli illegittimi, dei padri naturali, che come Geppetto utilizzano la marionetta di se stessi da presentare al pubblico, trasformando il rito in mito. Opere apparentemente opposte, dialogano armoniosamente nel progetto di TUB.

 Petrolio, uomo e natura nell’epoca dell’Antropocene. Il progetto – curato da Giuseppe Biscaglia e Francesco Scaringi – prende spunto dall’opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini intitolata Petrolio e pone al centro la questione ecologica (il complesso rapporto tra “uomo e natura nell’epoca dell’Antropocene”) attraverso il teatro, la danza, le arti performative e il pensiero, tramite la produzione di attività e opere originali con la presenza di personalità artistiche di rilievo internazionale in grado di coinvolgere realtà locali e suscitare interesse e attenzione nei confronti di un pubblico europeo.

Il progetto si articola in diverse sezioni:

  1. Giacimenta, a cura di Francesca Corona e Michele Di Stefano, con l’intento di esplorare stratigrafie geologiche, sociali e umane per disegnare nuove connessioni tra i paesaggi e i loro abitanti. Gli artisti coinvolti: El Conde de Torrefiel (Spagna), Alessandro Sciarroni (Italia), Maria Hassabi (Creta/Usa), Silvia Rampelli (Italia).
  2. Sedimenti, a cura di Massimo Carosi, con il proposito di disegnare mappe di relazione uomo-ambiente tra il Mediterraneo e i geo-siti della Basilicata. Una call internazionale selezionerà l’artista/coreografo che presenterà a Matera il suo nuovo lavoro.
  3. Stratificazioni è la sezione che vede in rete la compagnia Abito in scena (Potenza) con un’importante compagnia internazionale per la produzione di un’opera teatrale originale sui temi propri del progetto Petrolio.
  4. Pensiero Geo-logico è la sezione progettata per aprire orizzonti di riflessione finalizzati a rimodulare il pensare e l’agire nel rapporto uomo-terra e il loro futuro comune.

 Uno sguardo al programma: i progetti pilastro

I-DEA. Archivio degli archivi: un viaggio attraverso le collezioni della Basilicata.  I-DEA, progetto curato da Joseph Grima, si occupa dell’analisi e della rappresentazione della ricca storia culturale, artistica e antropologica della regione Basilicata attraverso mostre e progetti di ricerca ispirati all’archivio. Nel 2019 verranno allestite numerose mostre multidisciplinari curate da artisti internazionali, il primo dei quali sarà Mario Cresci.

Con sede nella Cava Paradiso a Matera, I-DEA rappresenta il nodo centrale di una rete che si estende nel resto della città, attraverso la Regione Basilicata e oltre. Si adatta all’estrema diversità del patrimonio della regione: piuttosto che condensare la storia in una narrativa oggettiva e lineare secondo la tradizionale strategia della “collezione permanente” tipica dei musei, I-DEA cerca di includere la varietà, l’instabilità e la soggettività inerenti al concetto attuale di identità regionale. Per capire cosa è I-DEA il modo più semplice è immaginare un archivio degli archivi in crescita.

La Basilicata è una regione di collezionisti, e durante gli anni numerose persone, associazioni di cittadini, organizzazioni private, istituzioni pubbliche e fondazioni hanno costruito archivi unici che riguardano ogni aspetto della cultura italiana e meridionale, dal suo patrimonio musicale all’oggettistica per turisti e dal cinema del 20° secolo agli attrezzi per l’agricoltura. I-DEA è un progetto che si ispira al Rolywholyover A Circus, una “composizione per museo” creata dal compositore, scrittore, filosofo e artista visivo John Cage.

Uno degli ultimi progetti su larga scala ideato da Cage prima della sua morte, Rolywholyover A Circus, ha trasformato il Philadelphia Museum of Art in un ambiente dove l’arte, le rappresentazioni, le proiezioni di film e video, le letture e i programmi speciali sono in continuo cambiamento.

Gli elementi esposti non appartenevano al museo ma erano stati presi in prestito da circa 30 musei nel raggio di 30 km di distanza da Filadelfia e la loro disposizione cambiava secondo un algoritmo ideato da Cage. L’avvio del progetto, condiviso e realizzato insieme all’Università della Basilicata, è stato il convegno internazionale Food for art svoltosi nell’autunno 2017.

A partire da quel momento si sono mappati archivi e collezioni a Matera, in Basilicata e anche fuori regione: un modo insolito per apprendere qualcosa in più sui luoghi e la loro storia. Si è visitata una serie di archivi e collezioni e se ne sono stati scoperti degli altri, cercando sempre di capire qual è il significato di un archivio o collezione nel tempo e nello spazio.

Inoltre, gli esiti della ricerca sugli archivi – condotta in maniera congiunta da Matera 2019 e dall’Università della Basilicata – prenderanno forma di mappa on line di open-data, contribuendo a rendere disponibili sempre più collezioni della regione di interesse demo-etno-antropologico. L’Università sta conducendo un’azione che si concentrerà in particolare sui Sassi, avviando una raccolta di testimonianze degli ultimi cittadini in grado di raccontare l’esodo verso i nuovi quartieri che darà luogo a una produzione culturale specifica durante il 2019.

Open Design School: un laboratorio internazionale al servizio della comunità e della scena creativa. L’Open Design School è uno dei progetti fondamentali di Matera 2019, ideato e curato da Joseph Grima. È un laboratorio di design dove, attraverso la sperimentazione e l’innovazione interdisciplinare, si progetta e si realizza il sistema di tutti gli allestimenti che verranno utilizzati nel corso dell’anno di Matera Capitale Europea della Cultura.

È importante sottolineare che, a dispetto del nome, l’Open Design School non è una “scuola”, ma un luogo in cui l’apprendimento avviene tra pari, in un processo di scambio creativo continuo tra arte, scienza e tecnologia.

Quanto allestito sarà quindi il frutto del dialogo fra le necessità espresse dalla scena creativa lucana e dai suoi partner europei con le migliori tendenze del design contemporaneo.

I partecipanti all’ODS hanno diversi background professionali e sono selezionati, di volta in volta, attraverso call internazionali: i gruppi, che si creano intorno ad un progetto specifico, sono costituiti da ⅓ di partecipanti locali, da ⅓ di italiani e da ⅓ di stranieri. La sede di Open Design School è il Casino Padula, nel Rione Agna Le Piane, luogo utilizzato già in candidatura e di forte impatto simbolico in quanto ubicato in un quartiere periferico con il quale si è costruito e rafforzato un fruttuoso dialogo tra cittadini e progettisti.

Open Design School progetta, prototipa e realizza sistemi aperti, basati su una matrice open structure, in modo da definire una sorta di “sistema lego” di elementi che possono essere assemblati in diversi modi per creare, di volta in volta, strutture specifiche per diverse installazioni.

La “scuola” è essa stessa un sistema “aperto” all’esterno attraverso diverse modalità di partecipazione: la comunità, infatti, può contribuire in vario modo al processo messo in atto attraverso la partecipazione a laboratori (il sabato pomeriggio con cadenza bisettimanale), talk con esperti di varie discipline quali designer -artisti – makers – architetti – curatori- ecc. (il venerdì sera con cadenza bisettimanale), open review, ossia momenti in cui il gruppo di lavoro presenta i risultati delle ricerche settimanali per accogliere feedback (il venerdì pomeriggio con cadenza bisettimanale).

Tutte queste iniziative hanno attraversato i 48 mesi di preparazione dell’anno da Capitale; nel 2019 continueranno ancora queste attività e ad agosto, la Scuola ospiterà un Summer Camp internazionale con sessioni su design, education, autocostruzione, talk e workshop. (fonte matera-basilicata2019.it)

Alessandro Colombo. Nato a Milano nel 1963, dopo gli studi classici e musicali si laurea in architettura al Politecnico di Milano nel 1987 con il professor Marco Zanuso con la tesi “La fabbrica di Vegetali”. Nel 1989 inizia il sodalizio con Pierluigi Cerri presso la Gregotti Associati International. Nel 1991 vince il Major of Osaka City Prize con il progetto: “Terra: istruzioni per l’uso”.

Con Bruno Morassutti partecipa a concorsi internazionali di architettura ove ottiene riconoscimenti. Nel 1996 cura, con Pierluigi Cerri, il disegno di Palazzo Marino alla Scala a Milano per Trussardi e nel 1998 il progetto degli spazi pubblici e delle strutture dell’Expo 98 a Lisbona. Nel 1998/99 è socio fondatore dello Studio Cerri & Associati, di Terra e di Studio Cerri Associati Engineering.

Nel 2004 vince il concorso internazionale per il restauro e la trasformazione della Villa Reale di Monza e il Compasso d’oro per il sistema di tavoli da ufficio Naòs System, Unifor. È docente a contratto presso il Politecnico di Milano e presso il Master in Exhibition Design IDEA, di cui è membro del board. Su incarico del Politecnico di Milano cura il progetto per il Coffee Cluster presso l’Expo 2015.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Lioness

Avvenire.it  16 gennaio 2019.Nella maggioranza degli Stati Ue non è reato importare un bene culturale che ha lasciato illecitamente il suo Paese d’origine. Un nuovo regolamento uniforma le regole per un’Europa meno strabica.  Nel novembre del 2015 a una banda di criminali dell’Est Europa è riuscito il grande colpo a Verona.

Con l’aiuto di un vigilante corrotto sono entrati di notte nel museo di Castelvecchio e se ne sono andati poco dopo portandosi via diciassette capolavori dell’arte italiana, comprese la “Madonna della quaglia” di Pisanello e opere di Tintoretto e Mantegna.

Un bottino da circa 20 milioni di euro. Nei piani della banda quei gioielli dell’arte dovevano finire a decorare le pareti nelle case di miliardari russi con pochi scrupoli. Invece la polizia ucraina nel maggio del 2016 ha trovato i capolavori rubati dentro dei sacchi di plastica in mezzo a dei cespugli lungo il fiume Dnestr, in Ucraina.

Probabilmente quella era una delle loro ultime tappe prima della vendita ai collezionisti. Se il museo di Castelvecchio è riuscito ad avere indietro i suoi quadri è grazie al lavoro di squadra tra la polizia e i carabinieri italiani e i loro colleghi ucraini.

Nel contrasto al traffico di opere d’arte rubate – un mondo criminale che, secondo alcune stime, ha un giro d’affari compreso tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari all’anno – la collaborazione internazionale è decisiva. Ci sono convenzioni e protocolli condivisi in quasi tutto il pianeta – come quelli dell’Aja del 1954, dell’Unesco del 1970 e dell’Unidroit del 1995 – e un ruolo centrale spetta all’Interpol, la polizia internazionale, che fin dalla sua fondazione coordina e agevola il lavoro delle forze di sicurezza di tutti gli Stati.

La vecchia Europa per storia sa perfettamente quanto sia importante rispettare le opere d’arte e la cultura di cui sono espressione. Il dialogo tra Italia e Germania sul “Vaso di fiori” di Jan van Hysum che secondo il direttore degli Uffizi è stato rubato a Palazzo Pitti dai nazisti conferma l’elevato livello attenzione sulla tutela dell’arte.

Però sul traffico illecito di beni culturali l’Unione ha regole strabiche. O, meglio, sorprendentemente egocentriche. Un regolamento approvato nel 2009 fissa infatti norme comuni a tutti gli Stati membri dell’Unione Europea per quanto riguarda le opere d’arte che illegalmente lasciano il territorio della Ue. Ma per quanto riguarda le opere che entrano in Europa, vale il “liberi tutti”: con l’eccezione di due intese “d’emergenza” contro il traffico di beni culturali provenienti dai territori di guerra di Iraq e Siria, l’Europa lascia che ogni Stato si regoli come ritiene.

Con il risultato concreto che oggi nella maggioranza degli Stati membri dell’Unione Europea non è un reato importare un bene culturale che ha lasciato illecitamente il suo Paese d’origine. Questo con grande soddisfazione dei collezionisti e dei mercanti d’arte europei (molto spesso britannici), che possono approfittare di questo buco normativo per concludere ottimi affari, a danno di Paesi poveri che, anche quando si tratta di capolavori portati via illegalmente, non riescono a controllare i loro confini.

«Le immagini della distruzione del sito di Palmira ad opera dell’Isis sono ancora vive nei nostri occhi, ma parlare di distruzione è impreciso – nota Alessia Mosca, eurodeputata europea del Pd –. Si è trattato di uno smantellamento vero e proprio. I reperti più preziosi sono stati trafugati e venduti sulla piazza europea.

Dopo aver privato il popolo siriano della propria storia e della propria cultura, gli acquirenti europei hanno contribuito al finanziamento diretto di un’organizzazione terroristica». Una proposta in discussione a Strasburgo potrebbe mettere fine a questo ipocrita strabismo normativo.

All’Europarlamento si sta lavorando infatti all’approvazione del nuovo regolamento sull’importazione dei beni culturali. Un testo che parte da un principio al quale difficilmente si può obiettare: l’Unione Europea deve garantire lo stesso grado di protezione riconosciuto ai proprio beni culturali anche a quelli importati da altri Paesi. Il regolamento armonizza quindi le regole per l’ingresso all’interno dell’area dell’Unione Europea di un’opera d’arte.

In concreto offre una definizione precisa di che cosa sia un bene culturale e introduce la richiesta di certificazioni e documentazioni standard a chi intende importare arte nella Ue. Così diventa impossibile portare in Europa opere artistiche se non si è in grado di dimostrare di esserne i legittimi proprietari.

Tra le misure c’è anche la creazione di nuovo sistema di licenze per l’importazione di alcune categorie specifiche di beni culturali che sono particolarmente soggette a furti e saccheggi, come beni archeologici, pezzi di monumenti o di siti archeologici, manoscritti e libri antichi. on è stato semplice arrivare a un te-Nsto condiviso.

Soprattutto per la pressione degli inglesi, che volevano evitare ogni complicazione burocratica per non dare impicci al loro fiorente mercato dell’arte. Una resistenza che si spiega anche con la prospettiva dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea: fuori dall’Unione e con regole più restrittive riguardo i passaggi di opere dal Regno Unito ai Paesi europei, Londra potrebbe perdere una grossa fetta del mercato a favore di altre piazze che invece rimarranno all’interno della Ue, come Parigi.

Il risultato di queste visioni divergenti tra i 28 Paesi è ben visibile nella proposta inizialmente avanzata dalla Commissione, che proponeva di stabilire che il regolamento si applicasse solo a beni con più di 250 anni di età, una soglia non solo molto più ampia di quella prevista dalle convenzioni internazionali ma anche dei 100 anni indicati come soglia minima per i beni artistici che escono dalla Ue.

«Pur condividendo tutti l’urgenza di agire, abbiamo avuto difficoltà nell’identificare il giusto equilibrio fra la necessità di porre un freno a questi traffici illeciti e l’obiettivo di non caricare di inutili lungaggini burocratiche gli operatori privati e le dogane» ha spiegato Mosca, che è relatrice del testo a Strasburgo assieme all’inglese Daniel Dalton, dei Conservatori e Riformisti europei, che difendeva gli interessi di case d’asta e mercati d’arte britannici.

Il regolamento che sta andando verso l’approvazione definitiva però è stato corretto. La soglia minima per rendere obbligatorio il controllo delle opere d’arte è stata riportata a 100 anni e sono state anche previste regole speciali per i beni culturali che arrivano da Paesi in conflitto. A dicembre si è trovato l’accordo tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea.

A questo punto il testo tornerà in Parlamento, che dovrebbe approvarlo in sessione plenaria tra febbraio e marzo, poco prima che le elezioni di maggio cambino gli equilibri e costringano a ricominciare da capo. Riconoscere che le regole a tutela delle opere di valore prodotte nei secoli dalla cultura europea devono essere applicate anche a ciò che di buono è stato prodotto fuori dal Vecchio continente sarebbe un importante progresso di civiltà per un’Europa oggi in crisi d’identità.

Fonte: Sardegna Soprattutto

Andrea Pubusa

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Cari amici e compagni, quando da questo blog e dalle pagine de L’Unione ho lanciato, anche a nome del CoStat, un appello alla più vasta unità per impedire a Salvini di vincere in Sardegna, molti hanno pensato ad una sparata propagandistica. Nessuno ha abbozzato una risposta. Ora che Salvini è giunto in Sardegna e ha riempito piazze osannanti, forse si è capito che la mia era preoccupazione vera, forte è motivata. Mi faceva male solo pensare cosa avrebbe detto. Sentite. “Se fra un po’ a Oristano ci saranno più stranieri che sardi, l’integrazione ve la imporranno loro e si andrà in giro con un bel burqa e non si mangeranno più pane e porchetta, pane e salame e il maialino: penso che ognuno a casa sua debba poter fare quello che i nonni gli hanno insegnato a fare”.  O altre amenità di questo genere fra gli appalusi dei sardi e lo sventolio di bandiere coi quattro mori. Con quel minchione di Solinas congolante, mentre Zedda per incontrare qualcuno si imbosca in iniziative discutibili come il ricordo di Mario Melis a Nuoro o l’invenzione di una pressione dal basso inesistente. E Maninchedda? Si inventa una Natzione con un clic! E la libertà dei sardi alla Pili? In riga e in divisa dietro Salvini.
Ciò che colpisce è che il titolare del Viminale si stato accolto da un alto numero di ragazzi, di giovani, che evidentemente, al faccino di Massimo o alle indipendenze promesso in ordine sparso, preferiscono la sagoma scura, ingombrante e dura  di Salvini quando rassicura gli oristanesi dopo l’arrivo di Cesare Battisti nel carcere di Massama: “Avete il mio impegno che il signore qui, in giro per Oristano, non lo vedrete mai perché starà in galera fino all’ultimo dei suoi giorni”.
Ai continuismi e alle generiche promesse la gente preferisce chi dice di voler rompere con la giunta in carica e di essere passato “dalle parole ai fatti”, perché l’anno scorso aveva annunciato che i porti sarebbero stati chiusi e “ci sono stati 100mila sbarchi in meno, gli immigrati ospitati a spese dei sardi sono meno della metà ma l’obiettivo è arrivare a zero: in Sardegna arrivi solo se hai il permesso di soggiorno per arrivare”. E poi di fronte ad un governo regionale che ha abbandonato i ceti popolari, colpisce lo slogan: “prima vengono i sardi, poi il resto del mondo”. Fa effetto verso chi cerca lavoro senza avere risposte anche la precisazione che coi soldi risparmiati dai tagli all’accoglienza degli stranieri verranno assunti nuovi esponenti delle forze dell’ordine. “In arrivo in Sardegna più uomini e mezzi“, ha assicurato per dare una risposta a chi chiede un intervento dello Stato per garantire la sicurezza degli amministatori sardi spesso oggetto di intimidazioni. “Le parole, le lettere e i convegni li lascio agli altri – ha aggiunto – in Manovra sono stati stanziati i fondi per assumere ottomila tra poliziotti, vigili del fuoco e agenti della guardia di finanza”. E molti giovani sognano un futuro tranquillo in divisa. Un tempo gli amministratori e i politici sardi chiedevano meno caserme e più scuole. La Commissione Medici sul malessere delle zone interne suggerì interventi per cultura, servizi e lavoro, ora si chiedono più caserme e si smantellano scuole, poste, uffici e servizi pubblici. Ecco chi serve dunque per soddisfare queste richieste: il Ministro leghista. Le folle che lo accolgono lo vedono come il coerente realizzatore di quelle domande.
A Salvini non si può rispondere con parole rituali e politiche di piccolo cabotaggio nè con il grido “al lupo, al lupo!” “Al fascista, al fascista!”. Ci vuole una risposta politica straordinaria, coraggiosa, che rompa gli schemi stantii e deteriori. Non una lista di scarti elettorali dietro l’utimo dei moicani, di una sinistra in estinzione, ma un movimento popolare stimolato da una ritrovata unità delle correnti democratiche. La Lega si presenta con orgoglio, il PD si nasconde e manda avanti una coalizione senza identità, le forze indipendentiste vanno in ordine sparso. Il loro avversario non è la Lega è il M5S, che, dal suo canto, celebra i suoi riti isolazionisti, ormai stanchi e a livello locale perdenti. Il tutto condito con un fiume di parole e astratti propositi. Ci vuol molto a capire che in un ambiente così sfibrato e frantumato l’arrivo di un leader che dà la sensazione di voler fare quanto gli altri hanno invano promesso, sbanca il piatto.
Zedda e Desogus si contendono il secondo posto, Maninchedda, Pili e Murgia si arrabbattano per superare la soglia di sbarramento, quarti, quinti o sesti. Ci vuol poco a capire chi sarà il primo? Irresponsabili!

Fonte: Democrazia Oggi

Andrea Pubusa

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Cari amici e compagni, quando da questo blog e dalle pagine de L’Unione ho lanciato, anche a nome del CoStat, un appello alla più vasta unità per impedire a Salvini di vincere in Sardegna, molti hanno pensato ad una sparata propagandistica. Nessuno ha abbozzato una risposta. Ora che Salvini è giunto in Sardegna e ha riempito piazze osannanti, forse si è capito che la mia era preoccupazione vera, forte è motivata. Mi faceva male solo pensare cosa avrebbe detto. Sentite. “Se fra un po’ a Oristano ci saranno più stranieri che sardi, l’integrazione ve la imporranno loro e si andrà in giro con un bel burqa e non si mangeranno più pane e porchetta, pane e salame e il maialino: penso che ognuno a casa sua debba poter fare quello che i nonni gli hanno insegnato a fare”.  O altre amenità di questo genere fra gli appalusi dei sardi e lo sventolio di bandiere coi quattro mori. Con quel minchione di Solinas congolante, mentre Zedda per incontrare qualcuno si imbosca in iniziative discutibili come il ricordo di Mario Melis a Nuoro o l’invenzione di una pressione dal basso inesistente. E Maninchedda? Si inventa una Natzione con un clic! E la libertà dei sardi alla Pili? In riga e in divisa dietro Salvini.
Ciò che colpisce è che il titolare del Viminale si stato accolto da un alto numero di ragazzi, di giovani, che evidentemente, al faccino di Massimo o alle indipendenze promesso in ordine sparso, preferiscono la sagoma scura, ingombrante e dura  di Salvini quando rassicura gli oristanesi dopo l’arrivo di Cesare Battisti nel carcere di Massama: “Avete il mio impegno che il signore qui, in giro per Oristano, non lo vedrete mai perché starà in galera fino all’ultimo dei suoi giorni”.
Ai continuismi e alle generiche promesse la gente preferisce chi dice di voler rompere con la giunta in carica e di essere passato “dalle parole ai fatti”, perché l’anno scorso aveva annunciato che i porti sarebbero stati chiusi e “ci sono stati 100mila sbarchi in meno, gli immigrati ospitati a spese dei sardi sono meno della metà ma l’obiettivo è arrivare a zero: in Sardegna arrivi solo se hai il permesso di soggiorno per arrivare”. E poi di fronte ad un governo regionale che ha abbandonato i ceti popolari, colpisce lo slogan: “prima vengono i sardi, poi il resto del mondo”. Fa effetto verso chi cerca lavoro senza avere risposte anche la precisazione che coi soldi risparmiati dai tagli all’accoglienza degli stranieri verranno assunti nuovi esponenti delle forze dell’ordine. “In arrivo in Sardegna più uomini e mezzi“, ha assicurato per dare una risposta a chi chiede un intervento dello Stato per garantire la sicurezza degli amministatori sardi spesso oggetto di intimidazioni. “Le parole, le lettere e i convegni li lascio agli altri – ha aggiunto – in Manovra sono stati stanziati i fondi per assumere ottomila tra poliziotti, vigili del fuoco e agenti della guardia di finanza”. E molti giovani sognano un futuro tranquillo in divisa. Un tempo gli amministratori e i politici sardi chiedevano meno caserme e più scuole. La Commissione Medici sul malessere delle zone interne suggerì interventi per cultura, servizi e lavoro, ora si chiedono più caserme e si smantellano scuole, poste, uffici e servizi pubblici. Ecco chi serve dunque per soddisfare queste richieste: il Ministro leghista. Le folle che lo accolgono lo vedono come il coerente realizzatore di quelle domande.
A Salvini non si può rispondere con parole rituali e politiche di piccolo cabotaggio nè con il grido “al lupo, al lupo!” “Al fascista, al fascista!”. Ci vuole una risposta politica straordinaria, coraggiosa, che rompa gli schemi stantii e deteriori. Non una lista di scarti elettorali dietro l’utimo dei moicani, di una sinistra in estinzione, ma un movimento popolare stimolato da una ritrovata unità delle correnti democratiche. La Lega si presenta con orgoglio, il PD si nasconde e manda avanti una coalizione senza identità, le forze indipendentiste vanno in ordine sparso. Il loro avversario non è la Lega è il M5S, che, dal suo canto, celebra i suoi riti isolazionisti, ormai stanchi e a livello locale perdenti. Il tutto condito con un fiume di parole e astratti propositi. Ci vuol molto a capire che in un ambiente così sfibrato e frantumato l’arrivo di un leader che dà la sensazione di voler fare quanto gli altri hanno invano promesso, sbanca il piatto.
Zedda e Desogus si contendono il secondo posto, Maninchedda, Pili e Murgia si arrabbattano per superare la soglia di sbarramento, quarti, quinti o sesti. Ci vuol poco a capire chi sarà il primo? Irresponsabili!

Fonte: Democrazia Oggi

Questo post si congiunge idealmente a quello che chiudeva il 2018 (post del 31/12/18[1]), dedicato ad una gemma preziosa e rara come la Mahonia; il post terminava con un auspicio per una più ampia ricognizione alle importanti piante di questo giardino, e siamo qui per soddisfare quell'auspicio.
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Ecco il foliage degli Olmi, forse l'unica specie spogliante presente nel parco; sappiamo quanto possa essere bello questo albero, Ulmus minor, e mi riferisco in particolare all'esemplare di Monte Urpinu (post del 8/4/14[2] ed altri).

Non mi ricordo se questi del Vannelli siano altrettanto belli in versione "vestita", e per questo li controlleremo fra qualche mese; intanto ci godiamo il tappeto di foglie nelle varie sfumature di marrone.

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E queste le riconoscete? sono le buffe ramificazioni a salsiccia della Dracena draco (post 11/11/14[3] ed altri) che vive nel parco.

Non è grandissima, dovrebbe avere una trentina d'anni se è vero che ramifica ogni 10, ma essendo ad altezza d'uomo può essere apprezzata in tutte le sue parti.

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Ed ecco una grande Yucca gloriosa (o forse Yucca elephantipes) , che avevo già fotografato (post del 1/2/16[4]) in occasione dell'apertura del giardino.

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E, per concludere in bellezza, il primo piano di uno splendido fiore di Metrosideros excelsa  (post del 4/12/14[5] ed altri).

A questa specie arborea abbiamo dedicato diverso spazio nel blog perché è un arbusto/albero veramente interessante, robustissimo e con una fioritura strepitosa.

In realtà, l'arbusto fotografato non risiede nel giardino Vannelli ma appena all'esterno, in via Capula; mi scuserete questa piccola forzatura, ma penso che sia ampiamente giustificata dalla bellezza  di questo bouquet di stami rossi.

References

  1. ^ 31/12/18 (www.cagliarinverde.com)
  2. ^ 8/4/14 (www.cagliarinverde.com)
  3. ^ 11/11/14 (www.cagliarinverde.com)
  4. ^ 1/2/16 (www.cagliarinverde.com)
  5. ^ 4/12/14 (www.cagliarinverde.com)

Fonte: Cagliari in Verde

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